Il dottore che si fece mendicante

C’è un uomo che ha conosciuto la fama, il successo, i piaceri. Ha studiato filosofia, retorica, letteratura. Ha insegnato nelle città più importanti del suo tempo. Ha cercato la verità in molte strade, senza trovarla.

Poi ha incontrato l’Amore.

Agostino di Ippona, che oggi la Chiesa ricorda, è stato uno degli uomini più brillanti della sua epoca. Eppure, all’inizio delle Confessioni, riconosce ciò che tutta la sua intelligenza non era riuscita a conquistare:

«Ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te».

Il grande Dottore dell’Occidente non si presenta davanti a Dio con i suoi libri, i suoi sermoni, la sua immensa sapienza. Si presenta come un mendicante che finalmente ha trovato la fonte.

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Il servo che veglia

Gesù parla di un padrone che ha affidato ai suoi servi la cura della casa. Il tempo passa. Il padrone tarda a tornare. E il servo si trova davanti a una scelta: restare fedele o approfittare del ritardo.

«Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così!» — dice Gesù. Beato chi, nell’attesa, continua a fare ciò che gli è stato chiesto. Chi non si lascia paralizzare dall’attesa, né corrompere dal ritardo.

Ma c’è anche l’altro servo. Quello che dice in cuor suo: «Il mio padrone tarda». E comincia a percuotere i suoi compagni, a mangiare e a bere, ad approfittare del potere ricevuto. Ha dimenticato che il padrone tornerà.

La differenza tra i due servi non sta nel sapere quando il padrone arriva. Nessuno dei due lo sa. La differenza sta nel cuore. Il primo veglia. Il secondo ha dimenticato che la casa non è sua.

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1Corinzi – L’Eucaristia e la carità che edifica

Pregare con la Prima Lettera ai Corinzi – Seconda parte

1Cor 10–13

Una Parola che smaschera la nostra finzione

A Corinto i cristiani si riunivano per celebrare la Cena del Signore. Spezzavano il Pane, bevevano al Calice, ripetevano le parole ricevute da Paolo.

Eppure l’Apostolo arriva a dire:

«Il vostro non è più mangiare la Cena del Signore».

E aggiunge:

«È per questo che tra voi ci sono molti ammalati e infermi, e un buon numero sono morti».

Parole durissime.

Che cosa stava accadendo?

La comunità si riuniva, ma i ricchi mangiavano prima e si saziavano, mentre i poveri restavano a stomaco vuoto. Chi aveva di più non aspettava chi non aveva nulla. La tavola del Signore, che avrebbe dovuto rendere visibile l’unità, era diventata il luogo della disuguaglianza più sfacciata.

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I sepolcri imbiancati

Gesù usa un’immagine durissima: i sepolcri imbiancati.

All’esterno sono belli. Curati. Decorati. Ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni impurità. Sono il simbolo di una vita che appare e non è. Di una fede che si mostra e non vive. Di un cuore che nasconde la morte sotto una superficie impeccabile.

Gli scribi e i farisei appaiono giusti davanti alla gente. Ma dentro sono pieni di ipocrisia e di iniquità.

Non è un’accusa riservata a loro. È una tentazione che riguarda tutti.

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Non abbiamo che oggi

Todd Anderson sale sul banco quasi senza sapere da dove gli venga il coraggio.

Nell’aula qualcuno gli ordina di scendere. I compagni restano immobili, il preside Nolan cerca di riportare tutto all’ordine, Keating è già sulla porta con le sue cose tra le mani. Poi Todd lo chiama: «O Captain! My Captain!».

Per un istante sembra che il tempo si fermi. Un altro ragazzo si alza, poi un altro ancora. I piedi salgono sul legno dei banchi, le sedie si spostano, la voce del preside continua a intimare di sedersi, ma ormai qualcosa è successo e nessuno può farlo tornare indietro.

È una delle scene che hanno reso indimenticabile L’attimo fuggente. Non perché quei ragazzi abbiano compiuto un gesto eroico, ma perché finalmente fanno una scelta nel momento in cui quella scelta costa qualcosa.

Keating sta andando via. Domani sarà troppo tardi.

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L’interno del bicchiere

Gesù non è tenero con gli scribi e i farisei di questo Vangelo. Li chiama ipocriti, guide cieche. Parole dure, che bruciano.

Ma in questa durezza possiamo riconoscere non il disprezzo, bensì il dolore di Gesù davanti a una fede che ha smarrito il suo centro.

Gli scribi e i farisei sono persone religiose, osservanti, attente ai dettagli. Pagano la decima persino sulla menta, sull’aneto e sul cumino. Sono scrupolosi fino all’eccesso.

Eppure Gesù dice loro: avete dimenticato le cose più importanti. La giustizia. La misericordia. La fedeltà.

Si sono persi nei dettagli e hanno smarrito l’essenziale. Hanno pulito l’esterno del bicchiere e hanno lasciato sporco l’interno.

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Sotto l’albero di fichi

Filippo va da Natanaèle con l’entusiasmo di chi ha fatto la scoperta della vita: «Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè e i Profeti: Gesù, il figlio di Giuseppe, di Nàzaret».

Natanaèle risponde con una battuta piena di scetticismo: «Da Nàzaret può venire qualcosa di buono?».

Nàzaret è un villaggio sconosciuto, mai nominato nelle Scritture, senza storia, senza gloria. Natanaèle è un uomo di fede, conosce la Legge e i Profeti, e non riesce a immaginare che il Messia possa venire da un posto così insignificante.

Filippo non discute. Non cerca di vincere la sua obiezione. Dice soltanto: «Vieni e vedi».

È una delle risposte più belle che si possano dare a chi dubita. Non un trattato. Non una dimostrazione. Un invito.

La fede non nasce da una dimostrazione: nasce da un incontro.

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L’infanzia dimenticata

Quando il dolore dei più piccoli ci diventa lontano

Ci sono notizie alle quali non vorremmo mai abituarci. Quella arrivata dalla Nigeria è una di queste.

Nel distretto di Goronyo, nello Stato nord-occidentale di Sokoto, un’imbarcazione con decine di persone a bordo si è capovolta mentre attraversava un corso d’acqua. Erano dirette ai campi di riso sull’altra sponda. Il bilancio è drammatico: almeno 52 morti. Molte delle vittime erano bambini.

Uno dei nomi resi noti è quello di Jamila Usman. Aveva tredici anni.

Forse bisogna cominciare proprio da qui, da un nome. Perché le grandi tragedie hanno un effetto perverso: più cresce il numero delle vittime, più rischiamo di perdere di vista le persone. Cinquanta, cento, mille morti diventano una cifra, mentre una vita ha bisogno di un volto, di una storia, di qualcuno che la chiami per nome per tornare davvero a interpellarci.

Jamila aveva tredici anni e quella mattina stava attraversando un fiume per raggiungere i campi.

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La domanda che decide tutto

C’è una domanda, in questo Vangelo, che prima o poi arriva per tutti.

Gesù non la pone alla folla. Non la pone ai curiosi. La pone ai suoi discepoli, in un momento di intimità, lontano da Gerusalemme, nella regione di Cesarèa di Filippo.

Prima chiede: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». I discepoli rispondono con le voci correnti: Giovanni il Battista, Elia, Geremia, uno dei profeti.

Tutte risposte rispettose. Tutte risposte insufficienti.

Poi Gesù stringe il cerchio:

«Ma voi, chi dite che io sia?».

Non è una domanda da catechismo. È la domanda che decide tutto.

Perché non si può seguire qualcuno senza sapere chi è. Non si può dare la vita per un’idea vaga. Non si può amare un fantasma.

Pietro risponde:

«Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».

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Quando l’umiltà diventa un trono

Due immagini, nella liturgia di oggi. La gloria di Dio che riempie il tempio. E l’umiltà di chi non cerca posti d’onore.

Ezechiele vede la gloria del Signore entrare nel tempio dalla porta che guarda a oriente. La terra risplende. Il profeta cade con la faccia a terra. La gloria riempie ogni spazio. E Dio dice: «Questo è il luogo del mio trono, dove io abiterò per sempre in mezzo ai figli d’Israele».

Nel Vangelo, Gesù denuncia gli scribi e i farisei, seduti sulla cattedra di Mosè, che dicono e non fanno. Allargano i filattèri, allungano le frange, cercano i primi posti. Vogliono essere ammirati. Vogliono essere chiamati rabbì.

E Gesù dice: «Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo».

Due immagini che sembrano lontane. Eppure dicono la stessa cosa: Dio abita dove trova spazio. La sua gloria non riempie i cuori pieni di sé, ma quelli che sanno fargli spazio.

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