Domenica 18 ottobre 2026 – XXIX Domenica del Tempo Ordinario – Anno A
100ª Giornata Missionaria Mondiale

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 22,15-21)
Di chi è questa faccia?
Vogliono incastrare Gesù. Gli preparano una domanda studiata per metterlo nei guai, una di quelle trappole nelle quali, qualunque risposta tu dia, hai già perso. Ma Gesù non si lascia trascinare nel loro gioco. Chiede una moneta e pone una domanda semplicissima: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Di Cesare, naturalmente. E allora restituiscano a Cesare quello che gli appartiene. Ma a Dio?
Ecco il punto sul quale dovremmo fermarci, perché sulla moneta c’è il volto dell’imperatore, mentre sull’essere umano è impressa l’immagine di Dio. Su ogni essere umano. Anche su quello che ci è antipatico, sullo straniero che ci mette a disagio, sul povero che preferiremmo non vedere, su chi non crede, su chi ha sbagliato tutto nella vita. Dio ha messo la sua firma proprio lì. E noi, qualche volta, abbiamo la sfacciataggine di decidere quali volti siano degni di portarla.
Dio era già arrivato prima di noi
Oggi celebriamo la Giornata Missionaria Mondiale. Cento anni di preghiera, di partenze, di vite spese in terre lontane, di uomini e donne che hanno lasciato tutto per annunciare Gesù Cristo. Una storia bellissima, scritta anche con il sangue di chi non è più tornato. Ma sarebbe un peccato ricordarla soltanto con qualche fotografia commovente e una raccolta di offerte.
La prima lettura racconta qualcosa di sorprendente. Dio chiama Ciro, un re pagano, uno che nemmeno lo conosce, e si serve di lui per realizzare il suo progetto. Che bella lezione per noi, così pronti a stabilire dove Dio possa agire e dove, secondo i nostri calcoli, non dovrebbe nemmeno mettere piede!
Il missionario non parte per portare un Dio che altrimenti rimarrebbe assente. Parte perché ha incontrato Cristo e non riesce a tenere per sé una notizia così grande. Va per annunciarlo, per servirlo nei fratelli, per imparare anche lui qualcosa lungo la strada. Senza sentirsi padrone di nessuno. Perché il Vangelo è un dono, non una bandiera da piantare sulle conquiste.
Le nostre frontiere, quelle che non compaiono sulle carte geografiche
Papa Leone XIV ha scelto per questa centesima Giornata Missionaria Mondiale un tema preciso: «Uno in Cristo, uniti nella missione».
E qui, perdonatemi, qualche domanda dobbiamo farcela.
Come possiamo annunciare al mondo un Dio che chiama tutti fratelli, se nelle nostre comunità non riusciamo nemmeno a rivolgerci la parola? Come possiamo parlare di comunione mentre coltiviamo rancori, gelosie, piccole guerre per un posto, un incarico, un briciolo di considerazione? E con quale credibilità possiamo raccontare l’amore di Cristo a chi vive dall’altra parte del mondo, se trattiamo con indifferenza chi ci siede accanto?
Forse la frontiera più difficile da attraversare non è quella di un Paese lontano. È quella che abbiamo costruito tra noi e un’altra persona. Ma attenzione, perché non tutte le distanze sono muri da abbattere. Alcune sono necessarie per sopravvivere a ferite profonde, a tradimenti, a violenze che hanno lasciato il segno. E nessuno, nemmeno in nome del Vangelo, ha il diritto di pretendere che quelle ferite guariscano a comando. Perdonare non significa giustificare il male ricevuto, né spalancare nuovamente la porta a chi ci ha fatto del male. Dio conosce i tempi del cuore e non li forza. Ma conosce anche le nostre piccole meschinità, i rancori coltivati per orgoglio, le indifferenze che diventano abitudine. Ed è proprio lì che ci chiede di avere il coraggio di cambiare.
Le missioni hanno bisogno del nostro sostegno, della preghiera, della generosità concreta. Non dimentichiamolo. Ma hanno bisogno anche di una Chiesa che non smentisca con la propria vita quello che annuncia con le labbra.
E allora torniamo a quella moneta. Gesù chiede di restituire a Cesare ciò che porta la sua immagine. Ma noi, a Dio, che cosa stiamo restituendo?
Perché si possono mettere dei soldi nella cassetta delle missioni e continuare a tenere qualcuno fuori dal proprio cuore. Si può parlare benissimo di Gesù e somigliargli pochissimo.
La missione comincia quando smettiamo di comportarci da proprietari dell’amore di Dio e troviamo il coraggio di lasciarlo arrivare anche a chi, fosse per noi, ne resterebbe escluso.
Magari il mondo non si convertirà ascoltando i nostri bei discorsi. Ma potrebbe cominciare a interrogarsi su Gesù incontrando qualcuno che, finalmente, lo tratta come un fratello.
E sarebbe già un piccolo miracolo.
Trasforma la Parola in preghiera
Signore Gesù, perdonaci quando parliamo di Te come se Ti conoscessimo a memoria e poi facciamo tanta fatica a riconoscerti nel volto degli altri. Liberaci dalla presunzione di essere i custodi esclusivi del tuo amore, dalle nostre piccole guerre e da quelle frontiere che abbiamo costruito persino dentro la Chiesa. Benedici chi lascia la propria terra per annunciare il Vangelo, chi consuma la vita accanto ai poveri, chi continua ad amare anche quando nessuno se ne accorge. E insegnaci a fare altrettanto, cominciando da dove siamo. Soprattutto, Signore, non permettere che diventiamo così bravi a parlare di missione da dimenticarci delle persone. Perché sarebbe terribile attraversare il mondo intero per annunciare il tuo nome e non riconoscerti nel fratello che ci aspetta sulla porta di casa. Amen.