Il comandamento che fa rivivere

La valle è piena di ossa. Inaridite, sparse, senza vita. È il deserto dopo la battaglia, il cimitero dopo la sconfitta. Ezechiele le guarda e non vede alcuna speranza.

Dio gli chiede: «Potranno queste ossa rivivere?». Il profeta risponde con una delle frasi più oneste della Bibbia: «Signore Dio, tu lo sai».

Non dice di sì. Non dice di no. Ammette di non saperlo. Ma si fida di Dio.

E Dio gli ordina di profetizzare su quelle ossa. Di parlare a ciò che non ha più vita. Di annunciare la speranza a ciò che sembra condannato per sempre.

Dio non aspetta che le ossa mostrino qualche segno di vita per parlare loro. Fa risuonare la sua Parola proprio là dove la vita sembra impossibile.

E le ossa rivivono.

Prima i nervi, poi la carne, poi la pelle. Infine lo spirito entra in esse e tornano alla vita. Quelle ossa diventano un esercito grande, sterminato.

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L’abito del cuore

Due immagini, nella liturgia di oggi. Un cuore nuovo. Un abito nuziale.

Ezechiele annuncia che Dio toglierà dal petto del suo popolo il cuore di pietra e lo sostituirà con un cuore di carne. Non un cuore duro, incapace di amare, ma un cuore vivo, capace di sentire, di rispondere, di lasciarsi toccare.

Gesù racconta la parabola di un re che prepara una festa di nozze per suo figlio. Gli invitati non vogliono venire. Allora il re manda i servi ai crocicchi delle strade e raduna tutti: buoni e cattivi. La sala si riempie.

Ma c’è un uomo senza l’abito nuziale.

Che cosa significa quell’abito? E che cosa ha a che fare con il cuore nuovo promesso da Ezechiele?

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La bontà che scandalizza

C’è una frase, in questa parabola, che brucia ancora oggi. Il padrone della vigna guarda il lavoratore della prima ora e gli chiede: «Sei invidioso perché io sono buono?».

Non lo rimprovera per aver lavorato. Non lo accusa di aver sbagliato. Lo mette davanti al suo cuore. Perché la mormorazione non nasce dal lavoro, ma dall’invidia. Nasce dal confronto con gli altri e finisce per trasformarsi in un’accusa contro il padrone.

Quel lavoratore aveva ricevuto ciò che gli era stato promesso. Non un centesimo di meno. Ma quando ha visto che gli ultimi avevano ricevuto la stessa paga, il denaro gli è sembrato poco. Non perché fosse poco, ma perché era uguale.

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Quando il cuore non cresce

C’è una forma di immaturità che non dipende dall’età, dal livello culturale o dal ruolo che una persona ricopre. Si può essere adulti, stimati, intelligenti, capacissimi nel proprio lavoro, e tuttavia restare profondamente immaturi nel modo di vivere le relazioni. Accade soprattutto quando si tratta di stare davanti al male fatto.

Nessuno di noi è immune. Non c’è relazione, per quanto sana, che non conosca il momento in cui siamo posti davanti a una scelta: riconoscere il male fatto o ferire ancora di più difendendoci.

L’immaturità emotiva non è la sensibilità, non è il pianto facile, non è la fragilità. Una persona fragile può essere molto vera, molto limpida, molto capace di amore. L’immaturità emotiva è piuttosto l’incapacità di riconoscere il proprio errore senza scappare, senza difendersi subito, senza trasformare la ferita dell’altro in un problema dell’altro.

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L’illusione di bastare a se stessi

C’è un momento in cui ciò che possediamo comincia, quasi senza accorgercene, a possedere noi.

Ezechiele si rivolge al principe di Tiro, una città potente, ricca, orgogliosa. Il suo cuore si è insuperbito. Ha accumulato oro e argento, ha moltiplicato le sue ricchezze, si è convinto che la propria intelligenza, il proprio potere, ciò che ha costruito possano renderlo invulnerabile.

Fino a dire: «Io sono un dio».

Il profeta gli risponde con parole che spezzano ogni illusione: sei un uomo, non un dio.

Puoi essere sapiente. Puoi essere potente. Puoi avere tesori immensi. Ma resti un uomo.

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Il tesoro che non si può perdere

Due uomini, nella liturgia di oggi. Due storie lontane, attraversate dalla stessa domanda: che cosa resta quando ciò su cui abbiamo appoggiato la vita viene meno?

Ezechiele riceve da Dio un annuncio terribile: «Ecco, io ti tolgo d’un colpo la delizia dei tuoi occhi». È sua moglie.

E il profeta riceve anche un comando difficile persino da ascoltare: non dovrà celebrare il lutto come si usava fare, non dovrà lasciarsi andare ai gesti esteriori del dolore. Dovrà portare il turbante, tenere i sandali ai piedi, restare in silenzio.

La sera sua moglie muore. La mattina dopo Ezechiele fa ciò che gli è stato comandato.

La gente lo guarda e gli domanda che cosa significhi quel comportamento incomprensibile.

Allora il profeta spiega che la sua stessa vita è diventata un segno. Presto anche Israele perderà ciò che considera intoccabile: il santuario, «la delizia dei vostri occhi», i figli e le figlie, la città nella quale aveva riposto la propria sicurezza.

È una pagina durissima.

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Ti racconto … Il ponte che restava acceso

Nel paese di Vallequieta c’era un ponte che nessuno aveva mai pensato di demolire, anche se da molti anni quasi nessuno lo attraversava più.

Era un ponte piccolo, di pietra chiara, costruito sopra un fiume che d’estate diventava poco più di un nastro d’acqua. Univa due parti del paese così vicine che, nelle giornate limpide, dalle finestre di una casa si potevano distinguere i gerani dell’altra.

Ogni sera, però, qualcuno accendeva ancora i quattro lampioni lungo il parapetto.

«È uno spreco», dicevano gli abitanti. «Ormai tutti passano dalla strada nuova.»

Ma Ada, la donna incaricata di accendere le luci, rispondeva sempre:

«Un ponte non serve soltanto a chi lo attraversa. Serve anche a ricordare che si potrebbe farlo.»

Su quel ponte, molti anni prima, erano passate quasi ogni giorno Elena e Marta.

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La casa dalle porte aperte

Isaia ha una visione che, per il suo tempo, suonava come un terremoto. Il tempio di Gerusalemme, il luogo più sacro d’Israele, il cuore dell’identità del popolo eletto, un giorno sarà chiamato «casa di preghiera per tutti i popoli».

Non soltanto per i figli di Abramo. Non soltanto per chi osserva la Legge. Non soltanto per chi può esibire una genealogia riconosciuta.

Per tutti.

Gli stranieri che hanno aderito al Signore, dice il profeta, saranno condotti sul monte santo. I loro sacrifici saranno graditi. La loro presenza non sarà semplicemente tollerata, ma accolta con gioia.

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Il cielo comincia da un sì

Maria appare quando il cielo si apre (Maria e il sì).

Così è donna vestita di sole, con la luna sotto i piedi e una corona di dodici stelle sul capo.

È una visione luminosa, ma non tranquilla. La donna grida per le doglie del parto e davanti a lei c’è un drago, pronto a divorare il bambino appena nato. La vita viene minacciata ancora prima di vedere la luce.

Eppure il male non ha l’ultima parola. Il bambino è custodito da Dio e per la donna viene preparato un rifugio.

Nella donna dell’Apocalisse contempliamo il popolo di Dio, la Chiesa che genera Cristo nella storia e, in modo singolare, Maria. Una donna fragile davanti alla forza del drago, eppure rivestita di sole. Minacciata, ma non abbandonata. Piccola agli occhi del mondo, ma custodita da Dio.

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L’amore che non si arrende

Due letture, oggi, che sembrano lontane. Eppure entrambe parlano di un amore che non si rassegna.

Ezechiele racconta la storia di Gerusalemme con le parole di un innamorato tradito. Dio trova la città come una neonata abbandonata in piena campagna, ancora sporca di sangue, lasciata a dibattersi senza che nessuno abbia pietà di lei.

Lui sì.

La raccoglie, la lava, la veste, la adorna. La fa sua sposa. La rende regina.

Ma Gerusalemme dimentica. Si innamora della propria bellezza, si appropria dei doni ricevuti e tradisce l’alleanza.

Eppure Dio, alla fine, dice:

«Io mi ricorderò dell’alleanza conclusa con te al tempo della tua giovinezza e stabilirò con te un’alleanza eterna».

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