12 ottobre 2026 – San Carlo Acutis, nel ventesimo anniversario della morte

Caro Carlo,
due giorni fa sono stata ad Assisi, davanti alla tua tomba. Oggi, nel ventesimo anniversario della tua morte, mi ritrovo a pensare a te e a quella strana faccenda del tempo che passa per tutti, ma sembra essersi fermato nelle tue fotografie.
I tuoi compagni di scuola oggi hanno trentacinque anni. Qualcuno sarà diventato padre o madre, avrà cambiato lavoro, città, forse anche i sogni che aveva a quindici anni. Tu invece sei sempre quel ragazzo dai capelli ricci, con le scarpe da ginnastica e un sorriso che sembra ancora sul punto di trasformarsi in una risata.
Chissà cosa penseresti del mondo di oggi.
Nel 2006 eri già bravissimo con i computer. Adesso abbiamo strumenti che probabilmente ti avrebbero entusiasmato, ma non sono sicura che abbiamo imparato a usarli altrettanto bene. Possiamo raggiungere chiunque in pochi secondi, eppure facciamo ancora una gran fatica a raggiungerci davvero. Abbiamo centinaia di contatti e qualche volta non sappiamo a chi raccontare quello che abbiamo nel cuore.
Tu avevi capito una cosa che noi, nonostante tutta la tecnologia, continuiamo a dimenticare: gli strumenti sono preziosi, ma non possono diventare il centro della nostra vita. Quel posto lo avevi riservato a Gesù, soprattutto nell’Eucaristia.
Sai, Carlo, qualche volta penso che noi adulti abbiamo finito per renderti troppo perfetto. Ti raccontiamo ai ragazzi come un modello impeccabile, ripetiamo le tue frasi più famose e rischiamo di dimenticare che eri uno di loro. Un adolescente con i suoi interessi, le sue passioni, gli amici e una vita intera che sembrava aspettarlo.
E invece quella vita si è interrotta a quindici anni.
Ricordo di aver ascoltato, tempo fa, una testimonianza di tua madre. Mi aveva colpito profondamente il modo in cui parlava della tua morte. Raccontava di non soffrire per averti perduto, ma di sentirsi privilegiata per averti avuto come figlio. Per lei eri stato un dono immenso.
Confesso che quelle parole mi sono rimaste dentro.
Siamo così abituati a misurare la vita contando gli anni che ci sono stati concessi, quelli che mancano, quelli che avremmo voluto avere ancora. Tua madre mi ha fatto pensare che esiste anche un altro modo di guardare alla vita: riconoscere quanto abbiamo ricevuto, senza lasciare che la fine cancelli tutto ciò che l’ha preceduta.
Non è una cosa facile da comprendere e certamente non è un sentimento che possiamo pretendere da chi perde una persona amata. Ma nella sua testimonianza ho riconosciuto qualcosa di profondamente cristiano. La certezza che l’amore non venga annullato dalla morte e che un dono rimanga tale anche quando avremmo desiderato custodirlo molto più a lungo.
Forse è anche per questo che, davanti alla tua tomba ad Assisi, ho pensato a Francesco.
Otto secoli vi separano, eppure avete qualcosa di sorprendentemente familiare. Francesco ha imparato a lasciare andare ciò che credeva indispensabile per essere felice. Tu, in un mondo pieno di possibilità, avevi scoperto che nessuna di esse poteva prendere il posto di Dio.
E nessuno dei due ha avuto bisogno di diventare la copia di qualcun altro.
Mi piace questa cosa, Carlo. Perché a volte siamo talmente impegnati a cercare di essere all’altezza delle aspettative degli altri che finiamo per dimenticare chi siamo davvero e quale strada Dio abbia pensato proprio per noi.
Vent’anni dopo siamo ancora qui a parlare di te. Nel frattempo siamo diventati più grandi, abbiamo accumulato esperienze, imparato tante cose e commesso parecchi errori.
Chissà se siamo diventati anche un po’ più capaci di amare.
È una domanda che vorrei portarmi dietro oggi, senza cercare una risposta troppo comoda.
Perché sarebbe davvero un peccato ricordarti con un bell’articolo, condividere la tua fotografia e poi continuare a vivere esattamente come prima.
Allora ti chiedo una cosa, Carlo. Aiutaci a non rimandare continuamente il bene che possiamo fare oggi. E ricordaci che la santità non è una gara a diventare persone eccezionali, ma una risposta personale a un amore che ci precede.
Tu quella risposta l’hai data in quindici anni.
Noi abbiamo avuto molto più tempo e, per fortuna, ne abbiamo ancora un po’ a disposizione.
Sarebbe bello riuscire a farne qualcosa di buono.
Sorelle Minori Francescane