Il cimitero che abbiamo in tasca

Nella rubrica del mio telefono abitano anche i morti.

Hanno ancora un nome, un numero, magari una fotografia sorridente. Il telefono li tratta esattamente come tutti gli altri. Ogni tanto il calendario mi ricorda persino che è il loro compleanno. Con la stessa puntualità con cui mi segnala una visita dal dentista.

Gli algoritmi sono bravissimi a ricordare le date. Con le assenze, invece, sono piuttosto negati.

E così, cercando un numero, capita di incontrare un nome che non pronunciavamo da tempo. Il dito si ferma sullo schermo. Per un istante torna tutto: una risata, un’abitudine, magari quel modo insopportabile di rispondere al telefono senza nemmeno salutare.

Poi arriva il ricordo più difficile: quel numero non squillerà più.

Eppure non lo cancelliamo.

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DIO NON SI AMA A DISTANZA DI SICUREZZA

Domenica 25 ottobre 2026 – XXX Domenica del Tempo Ordinario – Anno A

Prima lettura: Es 22,20-26
Salmo responsoriale: Sal 17 – Ti amo, Signore, mia forza.
Seconda lettura: 1Ts 1,5c-10
Vangelo: Mt 22,34-40

Una domanda innocente? Neanche per sogno!

I farisei ci riprovano. Dopo qualche tentativo andato a vuoto, mandano da Gesù un esperto della Legge con una domanda apparentemente rispettabile: «Maestro, qual è il grande comandamento?». Vogliono metterlo alla prova, magari trovare una parola sbagliata da rinfacciargli. Gesù, però, non si lascia trascinare nel loro gioco. Risponde con due comandamenti che, a ben guardare, sono un’unica, formidabile provocazione: amare Dio con tutto se stessi e amare il prossimo come se stessi.

Semplice, vero? Sulla carta, certamente. Poi arriva il lunedì mattina, incontriamo quella persona che proprio non sopportiamo e tutta la nostra bella teologia comincia a scricchiolare.

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IL CONCIME NON PROFUMA, MA FA CRESCERE

Sabato 24 ottobre 2026 – XXIX settimana del Tempo Ordinario

Prima lettura: Efesini 4,7-16
Salmo responsoriale: Salmo 121
Vangelo: Luca 13,1-9

Prima di giudicare, guardiamoci allo specchio

Una strage ordinata da Pilato, diciotto persone morte sotto il crollo di una torre. La cronaca nera esisteva anche ai tempi di Gesù e, a quanto pare, pure il vizio di cercare una colpa nelle disgrazie altrui.

Gesù non lascia spazio agli equivoci: quelle vittime non erano più peccatrici degli altri. Dio non distribuisce tragedie come punizioni.

Poi, però, arriva la stoccata: «Se non vi convertite…».

Tradotto: smettetela di indagare sui peccati degli altri e occupatevi dei vostri. Perché siamo bravissimi a individuare le crepe nella vita del prossimo, mentre sulle nostre preferiamo stendere una bella mano di vernice.

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IL TEMPORALE È GIÀ IN CASA

Venerdì 23 ottobre 2026 – XXIX settimana del Tempo Ordinario
San Giovanni da Capestrano, sacerdote francescano

Prima lettura: Ef 4,1-6
Salmo: Sal 23 (24)
Vangelo: Lc 12,54-59

Sappiamo prevedere la pioggia. E il resto?

Oggi Gesù sembra proprio aver perso la pazienza. Si rivolge alla folla e la chiama senza tanti complimenti: «Ipocriti!». Il motivo? La gente sa riconoscere i cambiamenti del tempo osservando il cielo, ma non riesce a capire quello che sta accadendo sotto i propri occhi.

A pensarci bene, dopo duemila anni siamo diventati ancora più bravi. Abbiamo previsioni meteorologiche dettagliatissime, radar, satelliti e applicazioni che ci avvertono persino quando sta per cadere la prima goccia di pioggia. Peccato che, quando si tratta di riconoscere i temporali che si preparano nelle nostre relazioni, spesso diventiamo improvvisamente ciechi.

Una risposta sempre più fredda, un’amicizia che si sta spegnendo, qualcuno che soffre accanto a noi e che abbiamo smesso di ascoltare. I segnali ci sono, eccome. Ma preferiamo raccontarci che va tutto bene. Del resto, guardare dalla parte opposta è molto meno impegnativo che affrontare quello che non funziona.

Gesù conosce bene questa nostra abilità nel non vedere. Ed è proprio quella che oggi mette sotto accusa.

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NON SONO NATI CON L’AUREOLA

Novena a Tutti i Santi

23–31 ottobre 2026

La santità non è una vita senza crepe. È lasciare che Dio faccia passare la sua luce anche attraverso quelle.

🌿 23 ottobre – San Pietro

Il coraggio di ricominciare

Pietro aveva promesso che non avrebbe mai abbandonato Gesù. Poi arrivò una notte, una domanda scomoda e tre rinnegamenti. Il gallo cantò e Pietro scoprì quanto fosse fragile il suo coraggio. Ma Gesù non smise di amarlo.

Anche noi siamo bravissimi a dichiarare fedeltà quando non costa niente. Poi arriva il momento di esporsi, di difendere qualcuno, di mantenere una promessa. E qualche volta scappiamo. La santità non comincia quando diventiamo impeccabili, ma quando smettiamo di giustificare le nostre vigliaccherie e troviamo il coraggio di tornare.

Preghiamo: Signore, quando mi vergogno dei miei errori, ricordami che Tu non hai smesso di amare Pietro. Dammi l’umiltà di riconoscere le mie cadute e il coraggio di ricominciare. Amen.

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Non abbiate paura di aprire le porte!

Giovedì 22 ottobre 2026 – XXIX settimana del Tempo Ordinario – San Giovanni Paolo II, papa

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 12,49-53)

«Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso!»

Un uomo che non aveva intenzione di stare alla finestra

Il 22 ottobre 1978, un Papa venuto dalla Polonia si affacciava sulla storia con parole destinate a raggiungere milioni di persone: «Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!».

Non era uno slogan ben confezionato. Karol Wojtyła sapeva di cosa parlava. Aveva conosciuto l’occupazione nazista, la perdita delle persone più care, il lavoro in una cava, gli anni difficili del regime comunista. Aveva visto quanto può diventare disumano un mondo quando qualcuno pretende di cancellare Dio e, insieme a Lui, la dignità dell’uomo.

Eppure non era diventato un uomo amareggiato. Aveva conservato qualcosa che nessun regime era riuscito a portargli via: la libertà interiore.

Nel Vangelo di oggi Gesù dice di essere venuto a portare il fuoco sulla terra. E forse, guardando la vita di Giovanni Paolo II, comprendiamo meglio di quale fuoco stia parlando. Non quello che distrugge, ma quello che impedisce alla coscienza di addormentarsi. Quello che non permette di rassegnarsi al male soltanto perché sembra più forte di noi.

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«Il giorno in cui Dio ci chiederà conto della fiducia»

Mercoledì 21 ottobre 2026 – XXIX settimana del Tempo Ordinario

La fiducia è una cosa seria

«A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto».

Ecco una di quelle frasi del Vangelo che sarebbe comodo leggere in fretta, magari sperando che Gesù stia parlando di qualcun altro. Di chi ha grandi responsabilità, di chi governa, di chi occupa posti importanti nella Chiesa. Insomma, di quelli che stanno più in alto e che, almeno una volta tanto, potrebbero sentirsi chiamati in causa.

Peccato che Gesù non abbia nessuna intenzione di lasciarci fuori dal discorso.

Perché quel «molto» non riguarda soltanto il denaro, il potere o le capacità straordinarie. Riguarda anche la fiducia ricevuta, le persone che ci sono state affidate, le occasioni di fare del bene, il tempo che abbiamo avuto a disposizione. Perfino quella parola buona che avremmo potuto dire e che, per orgoglio o pigrizia, abbiamo tenuto per noi.

Dio non ci chiederà conto di ciò che non abbiamo ricevuto. Ma di quello che abbiamo fatto con ciò che avevamo, probabilmente sì. E questa è una faccenda che dovrebbe farci pensare parecchio.

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«Quando il padrone bussa, non fatelo aspettare»

Martedì 20 ottobre 2026 – XXIX settimana del Tempo Ordinario

Vangelo: Luca 12,35-38

Un Dio che arriva senza appuntamento

«Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese». Gesù oggi ci vuole svegli. E non sembra particolarmente interessato alle nostre scuse. Perché, diciamocelo, siamo bravissimi a rimandare. Per le cose importanti troviamo sempre un momento migliore: quando avremo meno pensieri, quando saremo più tranquilli, quando gli altri finalmente cambieranno. Persino con Dio riusciamo a comportarci come con certe telefonate: vediamo chi chiama e decidiamo di rispondere più tardi.

Il problema è che, a forza di aspettare il momento giusto, rischiamo di lasciar passare la vita. E magari anche il Signore, che nel frattempo è venuto a cercarci proprio attraverso quella persona che non avevamo voglia di ascoltare, quella richiesta che ci ha scombinato i programmi, quella possibilità di fare il bene che abbiamo liquidato con un comodo «non adesso».

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Il granaio più difficile da svuotare

Lunedì 19 ottobre 2026 – XXIX settimana del Tempo Ordinario – San Pietro d’Alcantara, sacerdote francescano

Prima lettura: Ef 2,1-10 | Salmo 99 | Vangelo: Lc 12,13-21

Quando avere ragione non basta

Tutto comincia con una questione di eredità. Un uomo chiede a Gesù di intervenire perché suo fratello divida con lui i beni di famiglia. Non sappiamo chi dei due abbia ragione, e Gesù non si mette a fare il notaio. Piuttosto, porta il discorso su un terreno molto più scomodo: che posto occupano le cose nella nostra vita?

Attenzione, però. Gesù non sta dicendo che dobbiamo rinunciare a ciò che è giusto o lasciare che gli altri ci portino via quello che ci spetta. Sta dicendo qualcosa di più profondo: possiamo avere tutte le ragioni del mondo e, nel frattempo, perdere la pace, gli affetti e perfino noi stessi. A forza di difendere ciò che possediamo, rischiamo di diventare proprietà delle cose che difendiamo.

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Quando… la gentilezza costa cara

La pazienza dei buoni e la coscienza degli altri

Ci sono persone che riescono a ferirti e, cinque minuti dopo, a comportarsi come se nulla fosse successo. Ti salutano, scherzano, magari ti chiedono anche un favore. E tu rimani lì, con quel groppo in gola e la sgradevole sensazione di essere l’unico ad aver capito che qualcosa si è rotto.

Naturalmente cerchi di comprendere. Forse non voleva, forse non ha capito, forse è fatto così. A forza di trovare attenuanti agli altri, potresti aprire uno studio legale. E probabilmente lavoreresti gratis, come hai sempre fatto.

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