
C’è un filo rosso, quasi un elettrocardiogramma, che collega le letture di questa domenica. Non è un concetto astratto, ma un movimento viscerale: passare dalla sterilità alla fecondità, dalla morte alla vita. E lo fa attraverso la cosa più concreta e umana che esista: l’accoglienza.
Partiamo da una storia di mattoni e di occhi aperti. La donna di Sunem, nella prima lettura, è una tipa tosta. Il testo la definisce “illustre”, aggettivo che sa di nobiltà, ma la sua vera grandezza sta nello sguardo. Vede passare Eliseo e non vede un santone da selfie, ma un “uomo di Dio, un santo”. Capisce che quell’uomo ha una fame diversa, un bisogno di radici. Cosa fa? Non organizza un evento, non fonda un comitato. Parla col marito con la concretezza di un capocantiere: “Facciamo una piccola stanza superiore, in muratura, mettiamoci un letto, un tavolo, una sedia e un candeliere”. Niente fronzoli. Quattro cose essenziali per vivere: riposare, mangiare, pensare e fare luce.
Quella stanza è il grembo di mattoni da cui nascerà una vita impossibile. Perché la logica del Vangelo è questa: laddove crei spazio, accade l’inaspettato. Quella donna non sta facendo un favore a Dio. Sta allenando il cuore a riconoscere il sacro nella quotidianità, e quella capacità di “fare stanza” diventa per lei l’annuncio del figlio tanto atteso. L’accoglienza è una forma di resistenza alla morte, alla sterilità di una vita che si ripiega su se stessa.
Poi arriva Paolo, con le sue parole potenti che sanno di inchiostro e di esperienza dura: “Per mezzo del battesimo siamo stati sepolti con lui…”. L’immagine è brutale e bellissima. Non un tuffo decorativo, ma un’immersione radicale: l’uomo vecchio scende nelle acque perché possa emergere una creatura nuova. Quella parte di noi che marcisce nell’egoismo, nella paura, nel calcolo, viene messa sotto terra. Non per essere rimossa come un trauma, ma perché possa germogliare qualcosa di radicalmente nuovo. “Camminare in una vita nuova” non è un proposito da lunedì mattina. È la consapevolezza che, se prendi sul serio il tuo battesimo, devi smettere di recitare la parte del sopravvissuto. In Cristo sei già stato strappato a ciò che ti distrugge; ora puoi imparare a vivere “per Dio”, cioè con una qualità di vita diversa, piena, risorta.
E qui arriviamo al Vangelo, che è un pugno nello stomaco, di quelli che Gesù sapeva tirare con dolcezza chirurgica. “Chi ama padre o madre più di me non è degno di me”. Parole che suonano male nel nostro mondo di affetti a volte melensi. Gesù non sta sminuendo l’amore familiare, lo sta collocando nel giusto ordine. Lo sa bene che gli affetti più viscerali possono diventare una gabbia, un legame che impedisce di diventare davvero se stessi. Persino l’amore per la famiglia, quando diventa possesso o paura, può soffocare come un rovo. Gesù chiede di prendere la croce. La croce non è un gioiello al collo, né una pia rassegnazione. È quel legno scomodo che ci capita tra le mani quando scegliamo, ogni giorno, di fare la cosa giusta invece della cosa facile. Prendere la croce significa prendere in mano la propria vita, anche quando è pesante, e seguirLo.
E poi c’è quell’inciso geniale sulla ricompensa, che chiude il cerchio tornando alla donna di Sunem: “Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli…”. Notate, non un calice d’oro. Un bicchiere d’acqua fresca. E a chi? A un “piccolo”, a un discepolo qualunque.
La vita vera, quella “di carne e sangue”, non si gioca sulle strade del successo o della visibilità. Si gioca nella ferialità di un gesto piccolo fatto a una persona concreta. Oggi, chi sono i “piccoli” a cui possiamo offrire un bicchiere d’acqua, che si tratti di un ascolto su WhatsApp, di una spesa portata, di un silenzio senza giudizio? Chi è l’Eliseo che bussa alla nostra porta, magari con il volto di un collega in crisi, di un figlio adolescente che non capiamo più, di un anziano genitore che è diventato il nostro specchio?
La “stanza superiore” che la Sunamita costruì per il profeta è il simbolo di ciò che dovremmo custodire in noi: uno spazio interiore non invaso da notifiche, paure e affanni, dove Dio può venire a sedersi e, dal silenzio, far fiorire ciò che è sterile. Forse la sterilità che più ci affligge oggi – come persone, come comunità – è quella della creatività, della speranza, della fede. Abbiamo figli digitali, ma siamo sterili di futuro.
Fai spazio. Muori a ciò che ti tiene in catene. E inizia a dare acqua fresca a chi è piccolo. La ricompensa non sarà un premio alla fine, ma la vita nuova che fiorisce adesso.
Quale legame — una persona, una sicurezza, un risentimento — oggi mi impedisce di prendere la croce e fare il passo di crescita che rimando da tempo?
Chi è il “piccolo” concreto che oggi mi chiede un bicchiere d’acqua fresca, mentre io rischio di passare oltre?








