
Certe mattine si alza il vento, tramonta la luce di un pomeriggio qualsiasi, si spegne una risata in cucina, e non ce ne accorgiamo. Non abbiamo sentito alcun campanello d’allarme, nessuno ha abbassato la voce per dirci: “Ecco, è l’ultima volta”.
Semplicemente, la vita è andata avanti. E un gesto che sembrava eterno – il peso di un bambino addormentato sulla spalla, la corsa scalza nel corridoio, la telefonata del martedì con quella persona che ora non c’è più – si è compiuto per l’ultima volta, in punta di piedi, senza disturbare.
C’è un inganno sottile, nella quotidianità: ci illudiamo che le cose importanti debbano avere un’aria solenne, un preavviso, un segnale. Invece no. Le ultime volte assomigliano a oggi. Hanno l’odore del caffè al mattino, la luce fioca di una sera qualunque, la voce di chi amiamo che dice “ci sentiamo domani” – e quel domani, a volte, non arriva.
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