La corsa verso ciò che dura

Paolo parla di atleti. Corridori che gareggiano nello stadio. Pugili che combattono. Tutti corrono, ma uno solo conquista il premio. Tutti si allenano duramente, ma per una corona che appassisce.

I cristiani, dice Paolo, corrono per una corona che non appassisce.

Ma come si corre questa corsa?

Non con l’ansia di chi deve dimostrare qualcosa. Non con la frenesia di chi vuole arrivare prima degli altri. Ma con la determinazione di chi sa dove sta andando.

«Io corro, ma non come chi è senza mèta; faccio pugilato, ma non come chi batte l’aria».

Paolo non corre a caso. Ha una direzione. Sa per chi vive, sa per chi si spende, sa verso chi è diretto.

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2Corinzi – Nel cuore di un apostolo segnato dalla croce

Pregare con la Seconda Lettera ai Corinzi

(2Cor 1–7)

Una Parola che consola

La Seconda Lettera ai Corinzi è probabilmente lo scritto nel quale Paolo lascia vedere più chiaramente se stesso.

Non soltanto l’apostolo che predica, fonda comunità e annuncia il Vangelo, ma l’uomo ferito, contestato, stanco, capace di affetto e anche di durezza. Un uomo che ha conosciuto l’incomprensione proprio da parte di persone alle quali aveva dato molto di sé.

Il rapporto con la comunità di Corinto è diventato difficile. Sono sorte tensioni, accuse, sospetti. La sua autorità viene messa in discussione. Qualcuno giudica debole la sua presenza, poco convincente il suo modo di parlare, incoerenti perfino alcune sue decisioni.

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L’amore che non fa calcoli

Gesù sta parlando ai suoi discepoli. Non alla folla. A quelli che hanno già scelto di seguirlo. E dice loro parole che rovesciano ogni logica umana: «Amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male».

Non è un consiglio. Non è un ideale riservato alle anime perfette. È il cuore del Vangelo.

Perché l’amore di cui parla Gesù non si riduce a un sentimento. Non nasce necessariamente dalla simpatia o dall’affinità. Nasce dall’aver conosciuto un Dio che ci ha amati per primo e diventa, dentro di noi, una scelta concreta: scegliere il bene dell’altro anche quando l’altro non ci ama.

Amare chi ci ama è naturale. Lo fanno tutti. Amare chi ci odia è il segno che qualcosa di nuovo è entrato nella nostra vita.

È il segno che abbiamo cominciato ad amare come ama Dio.

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Beati voi

Gesù alza gli occhi verso i suoi discepoli e dice: «Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio».

Non dice: beati quelli che un giorno saranno poveri. Non dice: beati quelli che sopportano la povertà con rassegnazione. Dice: beati voi, poveri. Voi, adesso. Voi che non avete nulla da esibire, che agli occhi del mondo non contate, che spesso nessuno vede.

È una parola scandalosa, perché Gesù non proclama beata la miseria e non dice che la fame o il dolore rendano migliori. Dice qualcosa di diverso e molto più radicale: Dio guarda proprio là dove il mondo tende a distogliere lo sguardo. Guarda chi manca di tutto, chi piange, chi viene rifiutato, e gli dice che non è dimenticato. Il Regno appartiene anche a lui.

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Una bambina che cambia la storia

Matteo comincia il suo Vangelo con un lungo elenco di nomi. Abramo generò Isacco, Isacco generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuda, e avanti così, generazione dopo generazione.

A prima vista potrebbe sembrare soltanto una genealogia. In realtà è una strada. Una strada lunga secoli, attraversata da uomini e donne molto diversi tra loro, da storie luminose e da vicende ferite, da fedeltà e da peccati, da attese e da fallimenti. Una strada che, alla fine, conduce a una donna: «Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo».

Oggi la Chiesa celebra la nascita di quella donna.

Maria, in questo giorno, non ha ancora detto il suo «eccomi». Non ha ancora ricevuto l’annuncio dell’angelo, non ha portato Gesù in grembo, non è stata a Betlemme, non è rimasta sotto la croce.

È soltanto una bambina appena nata.

Eppure Dio sta già preparando qualcosa che cambierà la storia.

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La mano tesa

C’è un uomo con la mano paralizzata. È in sinagoga, di sabato. Gli scribi e i farisei lo osservano. Non per curarlo. Non per pregare per lui. Lo osservano per vedere se Gesù lo guarirà in giorno di sabato. Per trovare un capo d’accusa.

È il rovesciamento della religione: invece di gioire per una possibile guarigione, stanno lì a controllare se la guarigione avviene nel giorno giusto.

Gesù conosce i loro pensieri. E fa una cosa bellissima: non si nasconde, non rimanda. Chiama l’uomo al centro.

«Àlzati e mettiti qui in mezzo!».

Quell’uomo, che forse si era abituato a stare ai margini, con la sua mano nascosta, viene messo al centro. Davanti a tutti. Gesù non lo guarisce in disparte, ma sotto lo sguardo di tutti.

Porta al centro proprio ciò che quell’uomo avrebbe forse preferito nascondere.

Poi pone la domanda che smaschera ogni ipocrisia:

«In giorno di sabato, è lecito fare del bene o fare del male, salvare una vita o sopprimerla?».

Nessuno risponde.

E Gesù guarisce.

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Quando i bambini parlano di Dio

La domanda l’avevo fatta a una bambina incontrata durante una missione popolare, in provincia di Milano. Mi aspettavo una di quelle risposte imparate bene: il Figlio di Dio, il Salvatore, il Messia.

Lei invece non ci pensò quasi per niente.

«È Dio, ma in versione uomo».

Rimasi a guardarla.

Naturalmente un teologo avrebbe avuto qualcosa da precisare. Avrebbe parlato dell’Incarnazione, delle due nature, vero Dio e vero uomo, del Concilio di Calcedonia. Tutto giusto, tutto necessario.

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La sentinella e il fratello

Dio ha un’idea strana della responsabilità.

Dice a Ezechiele: «Io ti ho posto come sentinella per la casa d’Israele». E aggiunge una frase che toglie il respiro: se tu non avverti il malvagio, se non parli, della sua morte domanderò conto a te.

Non è la logica del mondo. Per noi, ognuno è responsabile di se stesso. Se uno sbaglia, sono fatti suoi. Se uno si perde, che si arrangi. Se uno sta andando verso il precipizio, chi siamo noi per fermarlo?

Ma Dio la pensa diversamente. Ci ha fatti sentinelle. Ci ha chiesto di vegliare gli uni sugli altri. Di non restare in silenzio quando potremmo salvare qualcuno.

Non è invadenza. È amore.

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La fame e la spazzatura

Due immagini, nella liturgia di oggi. I discepoli che hanno fame e colgono le spighe. Paolo che dice di essere diventato «come la spazzatura del mondo».

Da una parte, la fame. Dall’altra, lo scarto.

I discepoli hanno fame. È sabato. Colgono le spighe, le sfregano tra le mani e le mangiano. I farisei li osservano e li accusano: «Perché fate in giorno di sabato quello che non è lecito?».

Gesù risponde con la storia di Davide, che ebbe fame e mangiò i pani dell’offerta, riservati ai sacerdoti. E conclude: «Il Figlio dell’uomo è signore del sabato».

Dio non si lascia rinchiudere in un regolamento. La sua legge è fatta per custodire la vita, non per schiacciarla.

Dio vede la fame dei suoi figli. E nessuna osservanza può diventare così rigida da dimenticare la persona che ha davanti.

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Il vino nuovo e lo Sposo

Gesù ha appena condiviso la tavola. E qualcuno gli presenta il conto: i discepoli di Giovanni digiunano, quelli dei farisei fanno lo stesso, mentre i suoi mangiano e bevono.

Gesù risponde con un’immagine luminosa: «Potete forse far digiunare gli invitati a nozze mentre lo sposo è con loro?».

Lo Sposo è lui. La festa nasce dalla sua presenza.

Finché lo sposo è con gli invitati, non è il tempo del lutto. Ma Gesù aggiunge subito che verranno giorni nei quali lo sposo sarà loro tolto, e allora digiuneranno.

La vita cristiana sta dentro questa tensione: la gioia di una Presenza già donata e l’attesa di una pienezza che ancora desideriamo.

Lo Sposo è con noi, eppure ancora lo attendiamo.

La festa è già cominciata, anche se non è ancora compiuta.

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