
Il Qoèlet questa mattina non usa mezze parole: «Vanità delle vanità, tutto è vanità». Guarda il mondo e vede generazioni che passano, il sole che sorge e tramonta, il vento che gira, i fiumi che continuano a scorrere verso il mare. Tutto sembra ripetersi, mentre l’uomo si affanna, rincorre, accumula, cerca qualcosa che dia consistenza ai suoi giorni.
È una pagina che può sembrare amara, ma in realtà è profondamente lucida. Il Qoèlet non sta dicendo che la vita non vale nulla. Sta smascherando l’illusione che bastino le cose a dare senso all’esistenza. Possiamo vedere ancora, ascoltare ancora, fare ancora, eppure accorgerci che non tutto ciò che occupa il tempo nutre davvero il cuore. Ci sono fatiche che costruiscono e fatiche che ci consumano, perché continuiamo a chiedere alla vita risultati che da soli non bastano a renderla piena.
Il salmo raccoglie questa consapevolezza e la trasforma in preghiera: «Insegnaci a contare i nostri giorni e acquisteremo un cuore saggio». Non ci chiede di vivere pensando continuamente alla fine, ma di imparare a distinguere ciò che passa da ciò che rimane, ciò che affolla le giornate da ciò che dà loro una direzione.
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