Il grano cresce, ma chi lo raccoglie?

Avete presente la scena? Portano a Gesù un uomo che non può parlare. È prigioniero di un silenzio che lo schiaccia: una vita trattenuta, spenta, senza voce. E quando Gesù lo libera, quel muto finalmente apre la bocca e parla. È un’esplosione di vita.

La folla resta sconvolta: «Una cosa così non si è mai vista!». Gioisce, si meraviglia, sente profumo di novità. Ma c’è sempre il rovescio della medaglia: i farisei, quelli che difendono lo schema più della vita, quelli che, se una cosa non rientra nei loro recinti, allora deve essere per forza sospetta. «Scaccia i demoni per opera del capo dei demoni». Che tristezza. Preferiscono pensare che il bene venga dal male, piuttosto che ammettere che Dio può agire fuori dalle loro misure. È il dramma di chi ha il cuore blindato. Quando hai paura di perdere potere, finisci per vedere minacce persino in un gesto di liberazione.

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Gedeone – La forza che nasce dalla debolezza

Brano biblico di riferimento: Giudici 6–8

Chi è Gedeone?

Proviamo a entrare nella scena. C’è un uomo nascosto in un torchio. Normalmente il grano si trebbia all’aperto, sui colli, perché il vento porti via la pula. Ma Gedeone sta lì, in una buca, al buio, a battere il grano di nascosto, con il cuore in gola. Ha paura. Paura che i Madianiti, quegli invasori che da anni depredano la sua terra, vedano quel poco cibo e glielo portino via.

È l’immagine di un uomo rimpicciolito dalla vita, che cerca solo di sopravvivere. Non è un eroe. È un uomo fragile, disilluso, senza pretese. Forse si è anche dimenticato chi è.

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Il lembo che salva e la mano che rialza

Commento al Vangelo di lunedì 6 luglio 2026

Mt 9,18-26

C’è una cosa, in questo Vangelo, che mette sempre un po’ in difficoltà.

Perché non tutti hanno perso una figlia. Non tutti conoscono il dolore di un corpo che sanguina da dodici anni. Nessuno di noi ha toccato fisicamente il mantello di Gesù, né ha visto con i propri occhi una bambina morta rialzarsi.

Eppure, qualcosa in questa storia ci riguarda.

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Ti racconto… Il sarto che cuciva le distanze

Ve lo dico subito: il signor Clemente era un uomo strano.

La sua bottega, in via dei Miracoli, era poco più di uno sgabuzzino, con una tenda di perline al posto della porta e un cartello scritto a mano:  Cuciture invisibili

Quando entrai la prima volta, credevo fosse un normale sarto. Avevo in borsa la camicia di mio marito, strappata in un litigio stupido prima che partisse per il cantiere in Romania, e la maglietta di mio figlio, che dormiva a ottocento chilometri da me, a casa di mia sorella.

«Non rammendo abiti» mi disse, senza nemmeno guardare la camicia.

Aveva occhi piccoli e profondi, dita da artigiano e una lucina accesa davanti a un’immagine della Madonna che scioglie i nodi.

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Quel giogo che non schiaccia, ma abbraccia

C’è una stanchezza che non si risolve dormendo. È la fatica di chi si sente sempre inadeguato, di chi corre per dimostrare qualcosa, di chi porta pesi invisibili: il giudizio degli altri, la paura di fallire, l’ansia di dover essere perfetti per essere amati. È la stanchezza di chi ha smarrito la strada di casa.

Il Vangelo di questa domenica è per chi ha i muscoli dell’anima indolenziti. Gesù guarda la folla, guarda me e te, e non propone un’altra ricetta spirituale da aggiungere alla lista delle cose da fare. No. Dice: “Venite a me”. Non dice “venite ai miei insegnamenti”, ma a me. La salvezza non è un concetto, è una Persona.

Ma la frase che davvero sconvolge è quella successiva, che rischiamo di fraintendere: “Prendete il mio giogo sopra di voi”. Immaginate la scena: un uomo stanco, oppresso, che finalmente trova qualcuno che promette ristoro, e questo qualcuno gli mette sulle spalle… un giogo? Un altro peso? Sembra un controsenso.

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La nostalgia di Dio e il coraggio degli otri nuovi

C’è una domanda, in questo brano del Vangelo, che ci mette all’angolo. Non è quella che i discepoli di Giovanni rivolgono a Gesù sul digiuno. È un’altra, implicita, che serpeggia tra le righe ed esplode nell’immagine finale degli otri: a cosa siamo disposti a rinunciare per non perdere la nostra forma abituale?

La critica è sottile e punge. “Noi e i farisei digiuniamo… i tuoi no”. C’è la fatica della coerenza, il peso di una regola osservata, e lo sconcerto di vedere altri che se ne stanno lì, apparentemente leggeri, a godersi la festa. È il lamento di chi ha investito tutto in una struttura e ora vede che forse quella struttura non era poi così essenziale. È lo smarrimento di chi confonde l’involucro con il contenuto, la pratica religiosa con l’incontro.

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Vedere senza occhi: la rivoluzione di Tommaso

C’è un momento, nel Vangelo di oggi, che mi ha sempre fatto trattenere il respiro. Non è quando Tommaso chiede di toccare le piaghe di Gesù – quello è il gesto eclatante, quello che tutti ricordano. È subito dopo. È la risposta di Gesù: «Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto».

Provate a fermarvi qui. Dimenticate per un attimo di sapere come va a finire la storia. Mettetevi nei panni di Tommaso. Gli sono appena state offerte le ferite del Risorto, ha appena pronunciato quella confessione immensa: «Mio Signore e mio Dio!». E Gesù gli risponde parlando di altri: quelli che non hanno visto.

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Quel potere che ci spaventa e ci salva: il perdono ridato agli uomini

Avete mai notato il dettaglio più sconvolgente di questo racconto?

Non è il paralitico che si alza.
Non è nemmeno il fatto che Gesù legga nel pensiero degli scribi.

La vera bomba, quella che fa tremare le vene ai polsi dei teologi e che invece spesso ci lascia quasi indifferenti, è nascosta nell’ultimo versetto, nell’eco della reazione della folla:

«Le folle, vedendo questo, furono prese da timore e resero gloria a Dio che aveva dato un tale potere agli uomini».

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Il terrore di essere liberati: quando preferiamo i nostri porci alla nostra guarigione

Abbiamo tutti una Gadara dentro di noi. È quel territorio dell’anima dove abbiamo seppellito le nostre furie, le nostre ossessioni, i nostri demoni personali, e dove abbiamo imparato a conviverci così bene da costruirci attorno un’intera economia, per quanto squallida e immonda.

La scena è violentemente teatrale. Gesù sbarca in una terra di tombe, il regno della morte in vita. Due indemoniati, talmente fusi con la loro distruzione da essere diventati loro stessi un pericolo pubblico, gli vengono incontro. Ma è il grido che sconvolge: «Che vuoi da noi, Figlio di Dio? Sei venuto qui a tormentarci prima del tempo?».

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Quando il futuro fa paura

Dio è già nel tuo domani

Il futuro, a volte, sembra una stanza al buio.

Entri, ma non sai dove siano le pareti. Non sai se il pavimento reggerà. Fai un passo, poi un altro, e intanto trattieni il fiato, perché non sapere ci espone, ci sfila il tappeto da sotto i piedi.

E allora arrivano le domande che graffiano dentro: Ce la farò? Cosa accadrà? Come reggerò tutto questo?

Ma c’è una parola che il Vangelo sussurra proprio nel mezzo della nostra inquietudine: vivi l’oggi. Non lasciare che il domani ti schiacci prima ancora che sia nato. Perché il futuro non è una proprietà che ci appartiene: è il giardino segreto di Dio.

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