La domanda che può cambiare la vita

Il Qoèlet questa mattina non usa mezze parole: «Vanità delle vanità, tutto è vanità». Guarda il mondo e vede generazioni che passano, il sole che sorge e tramonta, il vento che gira, i fiumi che continuano a scorrere verso il mare. Tutto sembra ripetersi, mentre l’uomo si affanna, rincorre, accumula, cerca qualcosa che dia consistenza ai suoi giorni.

È una pagina che può sembrare amara, ma in realtà è profondamente lucida. Il Qoèlet non sta dicendo che la vita non vale nulla. Sta smascherando l’illusione che bastino le cose a dare senso all’esistenza. Possiamo vedere ancora, ascoltare ancora, fare ancora, eppure accorgerci che non tutto ciò che occupa il tempo nutre davvero il cuore. Ci sono fatiche che costruiscono e fatiche che ci consumano, perché continuiamo a chiedere alla vita risultati che da soli non bastano a renderla piena.

Il salmo raccoglie questa consapevolezza e la trasforma in preghiera: «Insegnaci a contare i nostri giorni e acquisteremo un cuore saggio». Non ci chiede di vivere pensando continuamente alla fine, ma di imparare a distinguere ciò che passa da ciò che rimane, ciò che affolla le giornate da ciò che dà loro una direzione.

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Il necessario per il viaggio

«Non darmi né povertà né ricchezza, ma fammi avere il mio pezzo di pane».

La preghiera del libro dei Proverbi è sorprendentemente concreta. Non chiede grandi cose, non cerca sicurezze assolute, non pretende di avere tutto. Chiede il necessario: quel tanto che basta per vivere senza sentirsi padroni della propria vita e senza essere schiacciati dalla paura di non avere abbastanza.

C’è una sapienza profonda in queste parole, perché anche l’abbondanza può diventare una tentazione. Quando tutto sembra andare bene, quando possiamo contare sulle nostre forze, sui nostri mezzi, sulle nostre capacità, rischiamo facilmente di convincerci che Dio non sia poi così necessario. Ma anche la mancanza può diventare una prova dura, capace di farci pensare di essere stati dimenticati.

La preghiera di oggi cerca una strada diversa: non troppo, non troppo poco, ma ciò che serve per continuare a camminare restando nella fiducia.

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Quelli di casa

Martedì 22 settembre 2026 – XXV settimana del Tempo Ordinario

«Mia madre e miei fratelli sono questi: coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica».

Qualcuno avvisa Gesù che sua madre e i suoi fratelli sono fuori e desiderano vederlo. Ci aspetteremmo che interrompa tutto e vada loro incontro. Invece Gesù pronuncia una frase che, a prima vista, può sembrare quasi dura.

In realtà non sta allontanando la sua famiglia. Sta allargando la casa.

Una parentela nuova

Per Gesù si può diventare suoi familiari. Non per legami di sangue, per appartenenza o per privilegi, ma attraverso qualcosa che è possibile a tutti: ascoltare la Parola di Dio e metterla in pratica.

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Un uomo, chiamato Matteo

Matteo è seduto al banco delle imposte.

Per la gente è un pubblicano. Uno che lavora per i Romani, uno da cui stare alla larga. Il suo mestiere basta a definirlo.

Gesù passa e il Vangelo dice una cosa bellissima: «Vide un uomo, chiamato Matteo».

Un uomo.

Prima del mestiere, prima della reputazione, prima degli errori.

Gesù non finge di non sapere chi ha davanti. Ma non riduce Matteo a ciò che ha fatto. Vede qualcosa che gli altri non riescono più a vedere.

Ed è da quello sguardo che comincia tutto.

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L’eternità in un’ora

Quando impariamo di nuovo a vedere, anche le cose più piccole possono diventare una finestra sull’infinito.

«Vedere un mondo in un granello di sabbia
e un cielo in un fiore selvatico,
tenere l’infinito nel palmo della mano
e l’eternità in un’ora».

Sono tra i versi più celebri di William Blake. Quattro righe soltanto. E dentro, quasi un universo.

Un granello di sabbia. Un fiore selvatico. Il palmo di una mano. Un’ora. Niente di straordinario. Eppure Blake sembra dirci che proprio lì, nelle cose che potremmo attraversare senza nemmeno accorgercene, può nascondersi qualcosa di immenso.

Forse il problema non è che il mondo abbia smesso di essere meraviglioso. Forse siamo noi che abbiamo smesso di guardarlo.

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Il padrone che esce fino all’ultima ora

C’è un uomo che esce all’alba a cercare lavoratori per la sua vigna. Poi esce di nuovo alle nove, a mezzogiorno, alle tre. E infine alle cinque del pomeriggio, quando ormai resta ben poco della giornata.

È un padrone che non si stanca di uscire. Continua a cercare anche quando sembrerebbe non valerne più la pena. Non si rassegna all’idea che qualcuno rimanga in piazza senza lavoro.

Alla sera arriva il momento della paga. Tutti ricevono un denaro: quelli che hanno lavorato dalla mattina e quelli arrivati all’ultima ora.

I primi mormorano. Hanno lavorato tutto il giorno, hanno sopportato il peso e il caldo, e ricevono quanto chi ha lavorato un’ora soltanto.

A prima vista sembra ingiusto.

Ma il padrone non ha tolto nulla ai primi. Ha dato loro esattamente ciò che aveva promesso. Lo scandalo è un altro: ha deciso di essere generoso con gli ultimi.

Ed è proprio qui che la parabola comincia a metterci in difficoltà.

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Il seme e il corpo

Paolo parla di un seme. Gesù parla di un seme.

Paolo usa questa immagine per rispondere a una domanda sulla risurrezione: «Come risorgono i morti? Con quale corpo verranno?». Gesù, invece, racconta di un seminatore e dei diversi terreni sui quali cade la sua semente.

Sono due immagini che non dicono esattamente la stessa cosa, ma si incontrano in un punto decisivo: ciò che Dio semina non è destinato alla sterilità. Nel corpo mortale è già custodita la promessa della risurrezione; nella Parola seminata è presente una forza di vita che chiede un cuore capace di accoglierla.

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La risurrezione è la nostra casa

Paolo scrive ai Corinzi con urgenza. Qualcuno, nella comunità, dice che i morti non risorgono. E lui risponde con una logica inesorabile: se i morti non risorgono, neanche Cristo è risorto. E se Cristo non è risorto, la nostra fede è vuota.

Non è una questione secondaria. È il cuore di tutto.

Se Cristo non è risorto, la morte vince e tutto ciò in cui abbiamo sperato è un’illusione.

Ma Cristo è risorto.

E la risurrezione non è soltanto un evento del passato. È la nostra casa, la meta del nostro cammino, la promessa che la morte non avrà l’ultima parola su di noi.

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Le stimmate di Francesco

Francesco è sul monte della Verna. È il settembre del 1224. Ha quarantadue anni, è stanco, malato, quasi cieco. Si è ritirato sul monte per pregare, digiunare e cercare Dio.

Chiede una grazia: poter sentire nel corpo e nell’anima il dolore che Gesù ha provato sulla croce e conoscere l’amore con cui ha sofferto.

E il Signore gli risponde.

Secondo i racconti, un serafino con sei ali appare a Francesco. Dopo quella visione, sul suo corpo compaiono le stimmate: i segni dei chiodi nelle mani e nei piedi e la ferita nel costato.

Francesco non le mostra volentieri. Le nasconde e le custodisce nel silenzio finché può. Ma non può nasconderle del tutto. Da quel momento porta nel corpo i segni di Gesù.

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La via migliore

Paolo ha appena parlato dei carismi. I Corinzi ne sono affascinati: doni straordinari, lingue, profezie, conoscenza. Vogliono sapere quali siano i più grandi.

E Paolo dice: «Vi mostrerò una via migliore di tutte».

Poi scrive una delle pagine più alte del Nuovo Testamento: l’inno alla carità.

Non è un testo per sposi. Non è una poesia romantica. È una pagina che ci lascia intravedere il volto stesso di Dio. Perché «Dio è amore», e la carità di cui parla Paolo è l’amore con cui Dio ci ama, chiamato a diventare anche il nostro modo di amare.

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