Il giorno che non sembrava un addio

Certe mattine si alza il vento, tramonta la luce di un pomeriggio qualsiasi, si spegne una risata in cucina, e non ce ne accorgiamo. Non abbiamo sentito alcun campanello d’allarme, nessuno ha abbassato la voce per dirci: “Ecco, è l’ultima volta”.

Semplicemente, la vita è andata avanti. E un gesto che sembrava eterno – il peso di un bambino addormentato sulla spalla, la corsa scalza nel corridoio, la telefonata del martedì con quella persona che ora non c’è più – si è compiuto per l’ultima volta, in punta di piedi, senza disturbare.

C’è un inganno sottile, nella quotidianità: ci illudiamo che le cose importanti debbano avere un’aria solenne, un preavviso, un segnale. Invece no. Le ultime volte assomigliano a oggi. Hanno l’odore del caffè al mattino, la luce fioca di una sera qualunque, la voce di chi amiamo che dice “ci sentiamo domani” – e quel domani, a volte, non arriva.

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Il frutto nasce dal rimanere

Gesù non dice ai discepoli: «Sforzatevi di produrre più frutti». Dice: «Rimanete in me».

Prima del fare viene il rimanere. Prima delle opere viene il legame. Prima di domandarci quanto siamo utili, fecondi o capaci, il Vangelo ci invita a verificare dove stiamo ricevendo la vita.

Il tralcio non deve inventare il frutto. Non deve fabbricarlo con le proprie forze. Deve restare unito alla vite e lasciare che la linfa lo attraversi.

È un’immagine semplice, eppure mette in discussione molte delle nostre fatiche. Spesso ci affanniamo per portare frutto, per essere all’altezza, per dimostrare che la nostra vita serve a qualcosa. Gesù, invece, ci riporta all’origine: «Senza di me non potete far nulla».

Non dice che possiamo fare poco. Dice: nulla.

Perché una vita cristiana staccata da Cristo può conservare molte attività, molte parole e perfino molte apparenze religiose, ma perde lentamente la sua linfa.

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Il nome che ci restituisce alla vita

Maria di Màgdala arriva al sepolcro «quando era ancora buio».

È buio fuori, perché il giorno non è ancora sorto. Ma è buio anche dentro di lei. Gesù è morto, la pietra è stata rimossa e perfino il suo corpo sembra essere scomparso. Maria non riesce ancora a immaginare la risurrezione. Davanti al sepolcro vuoto pensa soltanto a un’ultima perdita: «Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’hanno posto».

Il dolore restringe lo sguardo. Anche quando la vita nuova è già cominciata, noi continuiamo a cercare ciò che abbiamo perduto. Anche quando la pietra è stata tolta, restiamo davanti alla tomba convinti che tutto sia finito.

Maria piange perché ama. Ma, per il momento, il suo amore sa ancora guardare soltanto verso il passato.

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I legami che Gesù allarga

C’è un gesto, in questo Vangelo, che dice più delle parole. Gesù sta parlando alla folla quando qualcuno lo avverte: «Ecco, tua madre e i tuoi fratelli stanno fuori e cercano di parlarti». E lui, tendendo la mano verso i discepoli, dice: «Ecco mia madre e i miei fratelli!».

Non sta rifiutando Maria. Non sta rinnegando i suoi. Sta allargando i confini della famiglia. Con quelle parole, Gesù mostra che il legame di sangue non è l’unico a definire chi gli appartiene. C’è un’altra parentela, fondata non soltanto sulla carne, ma sull’ascolto; non sulla nascita, ma sulla sequela.

Maria, dunque, non viene lasciata fuori: è la prima a essere dentro. È madre di Gesù nella carne, ma lo è anche perché ha ascoltato la Parola, si è fidata di Dio e ha pronunciato il suo sì.

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Il Terzo Giorno dell’amore

Quando una relazione attraversa la crepa senza negare le ferite

Il momento più delicato di ogni relazione non è quando qualcosa si rompe. È quando si scopre che può rompersi.

Finché tutto scorre senza attriti, il legame rimane quasi indistinguibile dall’armonia. Restare è naturale, non costa nulla. L’amico, il padre, il fratello, il collega, il partner abitano ancora dentro l’immagine che ci siamo fatti di loro. E quell’immagine non ci contraddice, non ci espone, non ci ferisce.

Poi, inevitabilmente, accade qualcosa.

Non sempre è un evento evidente. A volte è uno scarto minimo, una crepa sottile che attraversa la fiducia. Un silenzio prolungato. Una parola che non torna. Una promessa dimenticata. Una scelta che ci esclude.

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Il segno che non volevamo

Chiedono un segno. Gli scribi, i farisei, forse anche noi: «Maestro, da te vogliamo vedere un segno». Qualcosa di spettacolare, di inequivocabile, che ci risparmi la fatica di credere.

La risposta di Gesù è dura: «Una generazione malvagia e adultera pretende un segno!». Non lo dicono apertamente, ma stanno pensando: se sei davvero il Messia, dimostralo. Compi un prodigio, piega le nostre resistenze, costringici a credere.

Vogliono un Dio che si imponga, che elimini ogni dubbio e tolga loro la responsabilità della scelta.

Gesù rifiuta. Non concede il segno spettacolare che gli domandano. Offre invece il segno di Giona.

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La notte della fede

Silenzi di Dio, aridità, perseveranza

A ottocento anni dalla Pasqua di Francesco, rischiamo di tradirlo proprio con la memoria. Di imbalsamarlo in una luce che non gli appartiene.

Perché il santo di Assisi non è stato un uomo sempre consolato, sempre pacificato, sempre luminoso. Le Fonti Francescane non ci consegnano un mistico perennemente estasiato. Ci consegnano un uomo che ha attraversato la notte. Un uomo che ha conosciuto l’arsura dell’anima e il peso di un cielo muto.

È questa la sua eredità più scomoda. Ed è proprio questa che oggi ci serve.

La santità di Francesco non sta nell’esaltazione continua. Francesco prega, e non sempre riceve consolazione. Cerca il volto di Dio, e a volte incontra silenzio. Eppure, in quel vuoto, rimane.

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Il Regno cresce nel campo sbagliato

Se fossimo stati noi a progettare il Regno di Dio, probabilmente avremmo cominciato da una bonifica.

Prima eliminare la zizzania. Poi dissodare il terreno. Infine seminare il grano.

Prima allontanare i peccatori, risolvere i conflitti, correggere ogni errore, mettere ordine nella Chiesa e nel mondo. Solo dopo, in un campo finalmente pulito, Dio avrebbe potuto iniziare la sua opera.

Gesù racconta esattamente il contrario.

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Il Dio che si ritira

C’è un verbo, in questo Vangelo, che contiene un’intera rivelazione. I farisei tengono consiglio contro Gesù «per farlo morire». E lui, saputolo, si allontana.

Non reagisce con la stessa violenza. Non rivendica. Non prepara la controffensiva. Si ritira.

Si ritira dallo scontro, non dalla missione.

Noi, quando siamo minacciati, facciamo spesso tre cose: alziamo la voce, cerchiamo alleati, prepariamo la rivincita. Vogliamo vincere, avere ragione, smascherare chi ci accusa.

Gesù no. Gesù si allontana. E mentre si allontana, molti lo seguono ed egli «li guarì tutti». Poi impone loro di non divulgarlo.

Neppure il bene compiuto deve diventare spettacolo. Gesù non vuole che la sua missione venga confusa con il trionfo rumoroso di un potente. Non cerca consenso, fama o applausi. Continua semplicemente a guarire.

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Romani – La vita nello Spirito

Pregare con la Lettera ai Romani / 2

Romani 6–8

Una Parola che trasforma la vita

Dopo aver annunciato la giustizia che viene dalla fede, Paolo ci conduce un passo più avanti.

Non basta sapere che siamo stati perdonati. Non basta comprendere che la salvezza è dono. Non basta accogliere, con stupore, che Dio ci giustifica gratuitamente per la sua grazia.

Ora questa grazia chiede di diventare vita.

La fede non è una veste nuova posata sopra un cuore rimasto uguale. Non è un mantello steso sulle nostre ferite per nasconderle. Non è una parola bella che consola per un momento e poi lascia tutto come prima.

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