Lunedì 5 ottobre 2026 – XXVII settimana del Tempo Ordinario
Ci sono domande che facciamo per capire e altre che facciamo perché, in fondo, vorremmo mettere un confine. Il dottore della Legge conosce bene la risposta: amare Dio e amare il prossimo. Ma subito domanda a Gesù: «E chi è mio prossimo?».
È una domanda molto umana. Fino a dove devo arrivare? Di chi devo occuparmi? Chi rientra davvero nella misura del mio amore?
Gesù, però, non gli consegna una definizione. Gli racconta una strada.
Di Francesco sappiamo tante cose, forse perfino troppe. Lo abbiamo visto nelle chiese, nei presepi, nelle immagini con gli uccelli, nei racconti sulla pace e sulla fraternità, e tutto questo appartiene davvero alla sua storia. Il rischio, però, è che a forza di conoscerlo bene finisca per non sorprenderci più, mentre Francesco continua a essere una presenza scomoda proprio perché il Vangelo, nella sua vita, non è rimasto una bella idea.
All’inizio aveva sogni molto diversi. Voleva riuscire, essere riconosciuto, costruirsi un futuro importante. Poi qualcosa cominciò lentamente a cambiare, e Dio entrò nella sua vita attraverso incontri che non aveva cercato, fallimenti che non aveva previsto e domande alle quali non poteva più sottrarsi. Il lebbroso, San Damiano, il Vangelo ascoltato nella piccola chiesa della Porziuncola: Francesco si accorse che Cristo non gli stava chiedendo semplicemente di diventare una persona migliore, ma di cambiare direzione.
I settantadue tornano dalla missione pieni di entusiasmo. È andata bene, hanno visto accadere cose che non si aspettavano e quasi non stanno nella pelle: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome».
Li capiamo. Anche noi siamo contenti quando qualcosa riesce, quando il nostro lavoro porta frutto, quando una fatica viene riconosciuta, quando finalmente vediamo che ciò per cui abbiamo pregato e lottato comincia a muoversi. Non c’è niente di male in questa gioia.
Gesù, però, sa che è una gioia fragile. Perché oggi le cose funzionano e domani magari no. Oggi arrivano risultati, domani sembra di seminare nel vuoto. E se appoggiamo lì il valore della nostra vita, finiamo inevitabilmente sulle montagne russe.
Accogliamo l’invito di Papa Leone XIV: durante il mese di ottobre preghiamo il Santo Rosario perché cessino le guerre e si faccia pace tra i popoli in conflitto.
Oggi prendiamo ancora una volta in mano la corona e affidiamo a Maria il desiderio di pace del mondo. 🙏
Quando pensiamo agli angeli custodi rischiamo di tornare subito alle immagini dell’infanzia: un bambino, un ponte, due grandi ali che lo proteggono. Sono immagini belle, ma il Vangelo di oggi porta molto più lontano.
Gesù sta parlando dei piccoli. Di quelli che facilmente passano inosservati, che non hanno voce, che non riescono a farsi valere, che magari arrivano sempre ultimi. E dice una cosa sorprendente: i loro angeli vedono sempre il volto del Padre.
Accogliamo l’invito di Papa Leone XIV: durante il mese di ottobre preghiamo il Santo Rosario perché cessino le guerre e si faccia pace tra i popoli in conflitto.
Oggi prendiamo ancora una volta in mano la corona e affidiamo a Maria il desiderio di pace del mondo. 🙏
Gesù manda settantadue discepoli per le strade. Teresa di Lisieux, invece, entra in un monastero e da lì non uscirà quasi più. Eppure diventerà patrona delle missioni.
Forse perché aveva capito che si può andare molto lontano anche restando nello stesso luogo, quando il cuore smette di girare attorno a se stesso e comincia davvero a vivere per gli altri.
È una frase bellissima. Detta così, sembra non mancare nulla: entusiasmo, disponibilità, perfino coraggio. Gesù però non si lascia conquistare dalle parole. Sa che tra il desiderio di seguirlo e il seguirlo davvero c’è di mezzo la vita.
Per questo, alle tre persone che incontra lungo la strada, non rende le cose più facili. Anzi, sembra quasi scoraggiarle.
Quando pensiamo a san Michele, ci vengono subito in mente la spada, il drago, la battaglia. È comprensibile: l’Apocalisse usa immagini fortissime. Eppure, dentro quella scena grandiosa, c’è una parola che ci riguarda molto da vicino. Il drago viene chiamato l’accusatore.
E forse sappiamo tutti, almeno un po’, che cosa significhi avere a che fare con una voce che accusa.
Giobbe, nel giro di poco, perde quasi tutto. I beni, il lavoro di una vita, perfino i figli. Nel Vangelo, invece, i discepoli discutono su chi tra loro sia il più grande.
Due scene diversissime, almeno a prima vista. Eppure entrambe fanno emergere una domanda scomoda: su che cosa appoggiamo il nostro valore?
Perché finché abbiamo qualcosa da mostrare — un ruolo, un risultato, una certa considerazione da parte degli altri — è facile sentirci sicuri di noi stessi. Ma basta che qualcosa venga meno, o che qualcun altro sembri passare davanti, e dentro comincia a muoversi parecchio.