«Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo… Egli ci ha scelti prima della creazione del mondo» (Ef 1,3-4)
Il mistero della Trinità non è un segreto chiuso nel cielo. È il respiro della nostra storia, l’origine della nostra chiamata, il destino della nostra salvezza. La Trinità non è rimasta spettatrice: ha deciso di entrare, con amore infinito, nella nostra vicenda umana.
Il Vangelo della Presentazione non parla di inizi, ma di consegne. Gesù non entra nel Tempio per essere mostrato, ma per essere offerto. Non viene portato per brillare, ma per appartenere.
Otto secoli dopo la morte di San Francesco, la Chiesa ci riconsegna questa festa come una domanda viva: a chi appartiene la nostra vita?
La Parola di Dio non è un racconto lontano, ma una storia viva che continua ad attraversare la nostra vita. Nella Scrittura incontriamo uomini e donne reali, segnati dal desiderio, dalla paura, dalla fiducia e dalla caduta. Attraverso di loro, Dio rivela il suo volto e continua a chiamare anche noi.
In questo percorso quindicinale cammineremo dentro la Bibbia partendo dalla Genesi, lasciandoci guidare dai suoi protagonisti. Non come figure ideali, ma come specchi dell’anima umana: fragili, cercanti, amati.
Ogni tappa sarà un invito a:
ascoltare la Parola in profondità,
entrare nel cuore dei personaggi,
riconoscere in essi qualcosa di noi,
e soprattutto scoprire il Dio che si lascia incontrare nella storia.
Il cammino comincia dall’inizio. Da lì dove tutto nasce. Da lì dove anche la ferita prende forma.
Adamo ed Eva – L’origine del desiderio e della ferita
Genesi 2,4b – 3,24
Chi sono davvero Adamo ed Eva?
Adamo ed Eva non sono solo i primi esseri umani. Sono l’uomo e la donna archetipici, immagine profonda della nostra condizione esistenziale: creati per amare, ma tentati di bastarci da soli; nudi e senza vergogna, ma poi nascosti e pieni di paura.
Il dolore del distacco e la speranza che non muore
Introduzione
Ci sono ferite che non fanno rumore, eppure non smettono di sanguinare. La morte di una persona che amiamo è così: un taglio invisibile ma profondo. Le strade sono le stesse, la casa è la stessa, le abitudini sono le stesse… ma dentro è come se il tempo si fosse rotto.
Non esiste una parola che basti. In alcuni lutti la fede non consola subito: diventa domanda, vertigine, buio. E proprio qui il Vangelo non scappa, non minimizza, non sentimentalizza. Annuncia qualcosa che nessuno oserebbe dire: l’amore non finisce, e la morte non è padrona dell’ultima parola.
Il linguaggio delle pietre – Stabilità, memoria, altare
“Maestro, le tue discepole gridano!” Gesù rispose: “Vi dico che, se questi taceranno, grideranno le pietre” (Lc 19,39-40).
Nel cuore della creazione, le pietre parlano un linguaggio silenzioso e antico. Non hanno voce, ma custodiscono memorie. Non si muovono, ma attraversano i secoli. Sono lì, immobili e fedeli, come testimoni discreti della storia degli uomini e dei passaggi di Dio.
Noi viviamo in un tempo che corre, scivola, si consuma. Le pietre invece restano. E per questo, nel silenzio, ci insegnano.
«Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo» (Mt 28,19)
Dio è Uno, ma non è solitario. È Trinità: una comunione di Persone, un mistero di Amore eterno. Non una formula teologica astratta, ma il cuore pulsante dell’universo: Dio è relazione. Dio è dono. Dio è Amore.
Non il santo già fatto, ma l’uomo disturbato da Dio
Francesco non nasce santo. Nasce inquieto.
Le Fonti non ce lo presentano come un giovane già orientato verso Dio, ma come un uomo attraversato da desideri confusi, affascinato dalla gloria, dal successo, dall’onore umano. “Era molto elegante e raffinato nel vestire” e cercava l’approvazione dei suoi coetanei (cf. FF 317).
Prima del Cantico, prima della fraternità, prima della povertà, c’è un cuore che cerca. E che non trova pace.
È qui che Dio entra: non come risposta rassicurante, ma come disturbo.
Un’unica settimana, un solo cuore: pregare perché Cristo ci renda una cosa sola.
Introduzione al cammino
«Siano una cosa sola» (Gv 17,21) Questa non è una frase simbolica. È la preghiera di Gesù per i suoi discepoli, ieri e oggi.
La divisione tra cristiani è una ferita ancora aperta nel Corpo di Cristo. A volte ci sembra normale: abituati a parlare di “cattolici”, “ortodossi”, “protestanti”… ma davanti a Dio c’è un solo battesimo, un solo Padre, un solo Signore.
La domanda è antica, e brucia ancora: “Se Dio c’è, perché il male?”. È la voce di Giobbe che grida dal letame, è il pianto di Geremia che vede la città in fiamme, è l’urlo di chiunque, oggi, si trova davanti a una tomba troppo presto chiusa, a un figlio ammalato, a una guerra che divora innocenti. Non è un problema teorico, è una ferita aperta. È la domanda che nasce spontanea quando il dolore supera le forze.