Ma chi vi ha dato le chiavi di Dio?

Giovedì 15 ottobre 2026 – Santa Teresa di Gesù, Vergine e Dottore della Chiesa

Una santa difficile da mettere in cornice

Di Santa Teresa d’Avila abbiamo fatto bellissime immagini: il volto assorto, gli occhi rivolti al cielo, quell’aria da mistica che sembra vivere già a metà strada fra la terra e il Paradiso. Peccato che le immagini non riescano a restituirci il suo carattere.

Teresa era una donna intelligente, vivace, capace di ironia, con una fede troppo viva per lasciarsi rinchiudere nelle belle parole. Amava profondamente la Chiesa, ma questo non le impediva di vedere ciò che andava cambiato. E quando era convinta che Dio le chiedesse qualcosa, per scoraggiarla ci voleva ben altro che qualche porta sbattuta in faccia.

Il Vangelo di oggi sembra scritto apposta per farci incontrare questa donna.

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Smettere di vivere dei quasi

Il breadcrumbing e quelle relazioni che restano sospese

Ci sono parole nuove per raccontare esperienze molto antiche. Una di queste è breadcrumbing, termine inglese diventato comune soprattutto parlando di relazioni nate o vissute attraverso i social. Letteralmente significa “lasciare briciole”: piccoli segnali di attenzione, sufficienti a mantenere vivo un legame, ma troppo poco per trasformarlo in una presenza reale.

Potrebbe sembrare un argomento lontano da queste pagine. In realtà non lo è affatto. Chi ascolta e accompagna le persone incontra anche questo: relazioni indefinite, attese che si prolungano, silenzi difficili da interpretare, legami che sembrano esserci e nello stesso tempo non arrivano mai a prendere una forma chiara.

Non sempre dietro questi comportamenti esiste una volontà precisa di manipolare l’altro. Sarebbe ingiusto ridurre tutto a questo. Possono esserci paura, fragilità, solitudine, bisogno di conferme, incapacità di scegliere. Ma qualunque sia la ragione, resta una domanda importante: che cosa accade a chi, nel frattempo, rimane ad aspettare?

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Quanto pesa un dito?

Mercoledì 14 ottobre 2026 – XXVIII settimana del Tempo Ordinario

Quando la precisione diventa una scusa

Gesù oggi usa parole durissime. Si rivolge a persone religiose, osservanti, attente a rispettare ogni prescrizione della Legge, persino quando si tratta di mettere da parte la decima su qualche foglia di menta.

A prima vista sembrerebbero persone irreprensibili. Eppure Gesù le rimprovera apertamente, perché tutta quella precisione ha finito per occupare il posto che spettava alla giustizia e all’amore di Dio.

È un rischio più vicino a noi di quanto vorremmo ammettere. Possiamo essere scrupolosi nelle nostre pratiche religiose, fedeli agli impegni, attenti a non trasgredire una regola, e intanto diventare terribilmente distratti davanti alla sofferenza di qualcuno.

Magari quella sofferenza la vediamo anche, ma ci disturba, perché chiede tempo, pazienza, coinvolgimento. È molto più semplice rispettare una prescrizione che lasciarsi cambiare dall’incontro con una persona.

Gesù, però, non rimprovera ai farisei di essere troppo fedeli. Rimprovera loro di aver dimenticato a chi dovrebbe servire quella fedeltà.

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Quando guardi le mani e ti perdi l’ospite

Un pranzo cominciato male

Il fariseo aveva fatto una cosa bella: aveva invitato Gesù a mangiare a casa sua. E Gesù aveva accettato, senza chiedere prima se il padrone di casa fosse d’accordo con lui, se avesse le idee giuste o se fosse abbastanza aperto da ascoltarlo.

Poi, però, appena Gesù si mette a tavola, succede qualcosa. Il fariseo si accorge che il suo ospite non ha compiuto le abluzioni rituali prima del pasto e rimane sorpreso.

Chissà che cosa si aspettava da quell’incontro. Forse desiderava conoscerlo meglio, fargli qualche domanda, ascoltare ciò che aveva da dire. Luca non ce lo racconta. Ci dice soltanto che, davanti a Gesù, quell’uomo si è fermato a osservare ciò che non aveva fatto.

È un particolare che fa pensare. Può capitare anche a noi di avere davanti una persona e di essere talmente occupati a valutare i suoi comportamenti da perderci tutto il resto. Basta una parola fuori posto, un’abitudine diversa dalla nostra, qualcosa che non corrisponde alle nostre aspettative, e quello diventa il filtro attraverso il quale giudichiamo tutto.

Il fariseo aveva aperto la porta di casa a Gesù. Aprirgli anche la propria mentalità, evidentemente, era un’altra faccenda.

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Caro Carlo, sono passati vent’anni. E tu hai ancora quindici anni.

12 ottobre 2026 – San Carlo Acutis, nel ventesimo anniversario della morte

Caro Carlo,

due giorni fa sono stata ad Assisi, davanti alla tua tomba. Oggi, nel ventesimo anniversario della tua morte, mi ritrovo a pensare a te e a quella strana faccenda del tempo che passa per tutti, ma sembra essersi fermato nelle tue fotografie.

I tuoi compagni di scuola oggi hanno trentacinque anni. Qualcuno sarà diventato padre o madre, avrà cambiato lavoro, città, forse anche i sogni che aveva a quindici anni. Tu invece sei sempre quel ragazzo dai capelli ricci, con le scarpe da ginnastica e un sorriso che sembra ancora sul punto di trasformarsi in una risata.

Chissà cosa penseresti del mondo di oggi.

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Prima di chiedere un altro segno

Lunedì 12 ottobre 2026 – XXVIII settimana del Tempo Ordinario

Quando nemmeno Dio sembra convincerci

A volte viene da chiedersi che cosa dovrebbe fare ancora Dio per convincerci della sua presenza. Vorremmo una risposta chiara, un avvenimento impossibile da interpretare diversamente, qualcosa che metta finalmente a tacere tutti i dubbi. E non sempre è mancanza di fede. Ci sono momenti nei quali la vita ci mette talmente alla prova che abbiamo davvero bisogno di essere rassicurati.

Gesù, però, nel Vangelo di oggi sembra piuttosto severo con quelli che continuano a chiedergli un segno. Il problema non è il desiderio di capire, ma quella strana abitudine che abbiamo di spostare continuamente più avanti il momento di fidarci. Se accade questo, allora crederò. Se riceverò quella risposta, allora cambierò. Se Dio farà come gli chiedo, finalmente sarò sicuro.

E intanto rimaniamo dove siamo, magari senza accorgerci che la risposta è già arrivata, soltanto che non ha la forma che avevamo immaginato.

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Ti racconto… del bambino che ascoltava i colori

Elia aveva sette anni e un segreto che non sapeva bene come spiegare.

Per lui il mondo non era soltanto pieno di colori. Era pieno di musica.

Il giallo suonava come un violino, allegro e un po’ impertinente. Il blu aveva la voce profonda di un contrabbasso, mentre il rosso era un tamburo, deciso e qualche volta persino fastidioso. Il verde cambiava melodia secondo le stagioni: quello dei prati era un flauto, quello dei cipressi somigliava a una canzone malinconica.

Elia pensava che fosse così per tutti.

Quando sua madre indossava il vestito giallo, le diceva che sembrava una canzone. Lei rideva e gli scompigliava i capelli. Quando il babbo dipingeva di rosso la ringhiera, lui si tappava le orecchie perché quel colore faceva troppo rumore.

«Ma quale rumore, Elia? È vernice!»

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Quando abbiamo sempre qualcosa di più urgente

Domenica 11 ottobre 2026 – XXVIII Domenica del Tempo Ordinario – Anno A

Is 25,6-10a; Sal 22; Fil 4,12-14.19-20; Mt 22,1-14

Dio prepara una festa, noi controlliamo l’agenda

C’è qualcosa di quasi assurdo nel Vangelo di questa domenica. Un re prepara le nozze di suo figlio, organizza un banchetto, manda a chiamare gli invitati. Non chiede loro di lavorare, di pagare, di meritarsi un posto. Chiede semplicemente di venire.

E loro hanno altro da fare.

Uno va al campo, un altro ai propri affari. Non stanno necessariamente facendo cose cattive. Ed è proprio questo il punto che fa un po’ male: si può perdere Dio anche facendo cose perfettamente normali.

Non sempre ci allontaniamo da Lui per una grande ribellione. A volte basta essere occupati. Sempre pieni. Sempre con qualcosa da sistemare, una scadenza da rispettare, una preoccupazione da rincorrere. Dio invita alla festa e noi rispondiamo, magari senza dirlo: non adesso.

E quel “non adesso”, ripetuto abbastanza volte, rischia di diventare un modo di vivere.

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Non basta dire: «Beata lei»

Sabato 10 ottobre 2026 – XXVII settimana del Tempo Ordinario
Gal 3,22-29; Sal 104; Lc 11,27-28

È più facile ammirare

In mezzo alla folla una donna ascolta Gesù e, a un certo punto, non riesce più a trattenersi: «Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!».

È un complimento bellissimo. In fondo sta dicendo: che donna fortunata deve essere tua madre, ad avere un figlio come te.

Gesù però non si ferma all’ammirazione. Non respinge quelle parole e tanto meno sminuisce sua madre. Semplicemente porta il discorso più in profondità: «Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano».

Come a dire: non limitarti a guardare da lontano la vita di qualcun altro pensando che sia benedetta. Quella beatitudine può entrare anche nella tua vita.

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Anche il bene può dare fastidio

Gesù ha appena liberato un uomo dal male. Ci si aspetterebbe gratitudine, stupore, magari persino un po’ di gioia. Invece qualcuno riesce a sospettare anche davanti al bene: «È per mezzo di Beelzebùl che scaccia i demòni».

È impressionante quanto possiamo diventare complicati. A volte il bene è davanti ai nostri occhi, ma se non entra negli schemi che abbiamo già costruito troviamo subito un motivo per dubitarne. Succede anche nelle nostre relazioni: un gesto viene interpretato, una parola sezionata, un’intenzione sospettata. E alla fine rischiamo di non riconoscere più ciò che è buono semplicemente perché arriva da dove non ce lo aspettavamo.

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