Pietro si avvicina a Gesù con una domanda che sa già di generosità: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?».
Sette volte è già molto. È il numero della pienezza. Pietro forse si aspetta un cenno di approvazione. Invece Gesù gli risponde con una cifra che spiazza: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette».
Non sette. Settanta volte sette. Cioè sempre. Senza tenere il conto. Senza trasformare il perdono in una concessione misurata.
E poi racconta una parabola che è un pugno nello stomaco.
Prima che il giudizio attraversi Gerusalemme, Dio cerca una fronte sulla quale lasciare un segno. E prima che una colpa distrugga una fraternità, Gesù cerca una parola capace di ricucirla.
Due immagini, nella liturgia di oggi. Due modi in cui Dio si prende cura dei suoi: segnando chi non si rassegna al male e insegnando come non perdere un fratello.
La prima immagine è drammatica. Ezechiele vede sei uomini con strumenti di sterminio attraversare Gerusalemme. Ma prima che il giudizio colpisca la città, un uomo vestito di lino segna con un tau la fronte di chi piange per il male che vede attorno a sé. Gli uomini incaricati del castigo non dovranno toccare chi porta quel segno.
La seconda immagine è intima. Gesù insegna ai discepoli come riconquistare un fratello che ha sbagliato. Non con la condanna pubblica. Non con il pettegolezzo. Ma con un incontro, da solo a solo. Se non ascolta, con due o tre testimoni. Solo alla fine, se rifiuta ogni tentativo, la comunità prende atto che il legame è spezzato.
Ma fino a quel momento, tutto è tentato. Tutto è sperato.
Pietro fa una domanda che forse anche noi avremmo voluto fare: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne avremo?».
Non è una domanda meschina. È umana. Pietro ha lasciato le reti, il lavoro, la casa, la vita che conosceva. Ha camminato dietro a Gesù, condividendone le strade, la fatica, la fame. Vuole sapere se ne vale la pena.
Gesù non lo rimprovera. Gli promette il centuplo e la vita eterna. Ma la risposta più profonda non è nella ricompensa. È nel percorso che quella domanda rivela.
Pietro ha lasciato tutto, ma ancora non ha capito che il tutto non è ciò che ha lasciato.
Gesù parla di un chicco di grano. Deve cadere in terra e morire. Se si difende dalla terra, rimane solo. Se accetta di scomparire nel buio, si spezza, germoglia, diventa spiga, raccolto, pane.
San Lorenzo ha preso questo chicco e l’ha fatto suo.
Diacono della Chiesa di Roma nel III secolo, aveva il compito di amministrare i beni della comunità e di prendersi cura dei poveri. Quando l’imperatore Valeriano scatenò la persecuzione, gli ordinarono di consegnare i tesori della Chiesa.
Lorenzo chiese qualche giorno di tempo, radunò i poveri, gli ammalati, gli orfani che assisteva e li presentò al prefetto dicendo: «Ecco, questi sono i tesori della Chiesa».
Bastano pochi minuti su internet e ci sentiamo pronti a fare diagnosi, a dare consigli psicologici, a prescrivere diete. A volte perfino a spiegare Dio.
Viviamo nell’epoca del fai da te.
C’è il fai da te per riparare un rubinetto, per montare un mobile, per cucinare un risotto, per coltivare un orto. Basta aprire un video e qualcuno ci spiega come fare.
Poi il fai da te si è allargato.
C’è il fai da te per la salute. Si cercano i sintomi su internet e, nel giro di pochi minuti, si arriva a una diagnosi. C’è il fai da te per l’alimentazione: ogni settimana nasce una dieta nuova e qualcuno giura che sia quella definitiva. C’è il fai da te per la psicologia, per l’educazione dei figli, per la felicità, per le relazioni.
Elia è in fuga. Ha appena sconfitto i profeti di Baal sul Carmelo, ma la regina Gezabele lo vuole morto. Fugge nel deserto, arriva al monte Oreb e si nasconde in una caverna. È stanco, deluso, spaventato. Vorrebbe morire.
Dio gli dice: «Esci e fermati sul monte alla presenza del Signore».
Passa un vento impetuoso che spacca le rocce, ma Dio non è nel vento. Passa un terremoto, ma Dio non è nel terremoto. Passa un fuoco, ma Dio non è nel fuoco. Poi arriva «il sussurro di una brezza leggera». E lì, nel silenzio, Dio si fa presente.
Elia si copre il volto ed esce. Ha riconosciuto che, questa volta, Dio non aveva scelto la potenza che abbatte, ma la discrezione di un soffio.
Un padre disperato si getta in ginocchio davanti a Gesù. Suo figlio è epilettico, cade nel fuoco e nell’acqua, soffre terribilmente. Lo ha portato dai discepoli, ma loro non sono riusciti a guarirlo.
Gesù ascolta, pronuncia un lamento severo sull’incredulità che lo circonda e guarisce il ragazzo con una parola. Poi, in disparte, i discepoli gli chiedono: «Perché noi non siamo riusciti a scacciarlo?». E Gesù risponde: «Per la vostra poca fede. Se avrete fede pari a un granello di senape, nulla vi sarà impossibile».
Non indica loro una tecnica più efficace, né una formula da ripetere. Li conduce alla radice: alla loro poca fede.
Ma non parla di una fede enorme, eroica, spettacolare. Parla di una fede piccola come un granello di senape. Minuscola, ma vera.
Non è una fede che costringe Dio a fare ciò che vogliamo. È una fiducia che si consegna a lui anche quando il monte non si muove nel modo e nel tempo che avevamo immaginato.
«Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima».
Gesù parla ai Dodici mentre li manda in missione. Sa che andranno incontro all’ostilità, al rifiuto, forse alla morte. E torna a ripeterlo: non abbiate paura.
Non promette che saranno risparmiati. Promette che ciò che conta davvero — l’anima, la vita custodita nelle mani di Dio — nessuno potrà toccarlo.
San Donato, patrono della Diocesi di Arezzo, queste parole le ha prese sul serio.
Pregare con la Prima Lettera ai Corinzi – Prima parte
1Cor 1–6
Una Parola che non illude, ma salva
La comunità di Corinto non è un’eccezione nella storia della Chiesa. È il suo specchio più fedele.
C’è chi dice: «Io sono di Paolo», chi: «Io di Apollo», chi: «Io di Cefa». Non è un dibattito teologico: è una guerra di bande. La fede è già diventata un marchio di partito.
E non parliamo di estranei. Sono battezzati, sono pieni di doni, celebrano l’Eucaristia. Eppure, subito dopo, uno fa causa all’altro davanti ai tribunali pagani, qualcuno convive con la moglie di suo padre e la comunità non solo lo sa, ma sembra perfino vantarsene come prova di libertà.
È una Chiesa allo sbando, non una Chiesa semplicemente tiepida.
Pietro, Giacomo e Giovanni salgono sul monte con Gesù. Sono gli stessi tre che lui aveva portato con sé nella casa di Giairo, dove una ragazza morta si era alzata dal letto. Sono gli stessi tre che condurrà con sé al Getsemani, dove cadrà a terra nell’angoscia.
Non è un caso. Gesù sceglie questi tre per i momenti più estremi: la vita restituita, la gloria rivelata, l’agonia accettata. Come se volesse affidare proprio a loro la memoria dell’intero mistero: la vita più forte della morte, la gloria nascosta nella carne, l’amore che attraversa l’agonia.
Sul monte, per un istante, il velo si squarcia. Il volto di Gesù brilla come il sole. Le sue vesti diventano candide come la luce. Appaiono Mosè ed Elia, la Legge e i Profeti, e conversano con lui.
Pietro è talmente felice che vorrebbe fermare tutto: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne». Vorrebbe trattenere quell’istante, trasformare la visione in una dimora.
Ma la visione non è fatta per essere trattenuta. Mentre Pietro ancora parla, una nube luminosa li avvolge e una voce dice: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo».
I discepoli cadono a terra, pieni di paura. La bellezza di Dio, quando si manifesta, non si può afferrare. Si può solo accogliere, ascoltare e seguire.