Quando non resta niente da dimostrare

Giobbe, nel giro di poco, perde quasi tutto. I beni, il lavoro di una vita, perfino i figli. Nel Vangelo, invece, i discepoli discutono su chi tra loro sia il più grande.

Due scene diversissime, almeno a prima vista. Eppure entrambe fanno emergere una domanda scomoda: su che cosa appoggiamo il nostro valore?

Perché finché abbiamo qualcosa da mostrare — un ruolo, un risultato, una certa considerazione da parte degli altri — è facile sentirci sicuri di noi stessi. Ma basta che qualcosa venga meno, o che qualcun altro sembri passare davanti, e dentro comincia a muoversi parecchio.

Quando non capisci più niente

Giobbe pronuncia parole difficili: «Il Signore ha dato, il Signore ha tolto». Non sono una spiegazione del dolore, e sarebbe persino crudele usarle troppo in fretta davanti a chi soffre.

Giobbe non sta dicendo che va tutto bene. Non va bene per niente. È un uomo colpito nel punto più doloroso, che non sa ancora perché gli stia accadendo tutto questo.

Eppure non se ne va.

Forse è proprio qui che la sua fede diventa vera: quando non gli restituisce più nulla, quando non gli dà risposte, quando non gli evita il dolore. Rimane davanti a Dio anche senza capire.

E prima o poi questa domanda arriva anche per noi: cerchiamo Dio perché ci protegga, perché sistemi le cose, perché ci dia quello che speriamo? Oppure riusciamo a rimanere con Lui anche quando sembra non esserci più niente da capire?

Gesù mette un bambino in mezzo

I discepoli, intanto, stanno facendo una cosa molto umana: vogliono sapere chi conta di più.

Gesù non li rimprovera con un lungo discorso. Prende un bambino e lo mette vicino a sé.

Un bambino, allora, non era certo simbolo di prestigio o di importanza. Era uno che non contava molto agli occhi del mondo.

Ed è proprio lui che Gesù mette al centro.

Come a dire: state cercando la grandezza dalla parte sbagliata. Nel Regno di Dio non vale chi riesce a stare sopra gli altri, ma chi sa abbassarsi abbastanza da accogliere anche chi non può offrirgli nulla in cambio.

E poi c’è quel “non è dei nostri”

Giovanni racconta di aver fermato un uomo che scacciava demoni nel nome di Gesù, perché «non ti segue insieme con noi».

Detto in modo più semplice: non è dei nostri.

È una tentazione che conosciamo bene. Pensare che il bene sia davvero bene soltanto quando passa dalle nostre mani, dal nostro gruppo, dal nostro modo di fare.

Gesù invece dice: «Non lo impedite».

Dio ha una libertà che spesso ci mette un po’ in crisi. Può servirsi di persone che non avevamo previsto, di strade che non avremmo scelto, perfino di chi non appartiene al nostro giro.

Il bene non è roba nostra. E forse è una delle cose più difficili da accettare quando abbiamo bisogno di sentirci necessari.

Trasforma la Parola in preghiera

Signore Gesù,
io tante volte ho bisogno di sentirmi utile, riconosciuto, importante.

E quando qualcosa mi sfugge di mano, o quando un altro prende il posto che pensavo mio, faccio fatica.

Insegnami a non confondere ciò che faccio con ciò che sono.

Quando non capisco, aiutami almeno a restare.
Quando mi viene voglia di misurarmi con gli altri, ricordami quel bambino che hai messo accanto a te.
E quando il bene nasce fuori dai miei schemi, dammi la libertà di riconoscerlo e di gioirne.

Fa’ che non abbia sempre bisogno di dimostrare qualcosa.
Mi basta sapere che tu mi conosci e mi tieni vicino. Amen.

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