Ti racconto… del bambino che ascoltava i colori

Elia aveva sette anni e un segreto che non sapeva bene come spiegare.

Per lui il mondo non era soltanto pieno di colori. Era pieno di musica.

Il giallo suonava come un violino, allegro e un po’ impertinente. Il blu aveva la voce profonda di un contrabbasso, mentre il rosso era un tamburo, deciso e qualche volta persino fastidioso. Il verde cambiava melodia secondo le stagioni: quello dei prati era un flauto, quello dei cipressi somigliava a una canzone malinconica.

Elia pensava che fosse così per tutti.

Quando sua madre indossava il vestito giallo, le diceva che sembrava una canzone. Lei rideva e gli scompigliava i capelli. Quando il babbo dipingeva di rosso la ringhiera, lui si tappava le orecchie perché quel colore faceva troppo rumore.

«Ma quale rumore, Elia? È vernice!»

Così, poco alla volta, aveva imparato a tenere per sé quella musica che gli altri non sentivano. Non sempre ci riusciva, però. A sette anni certe cose ti scappano di bocca, soprattutto quando sono belle.

Un martedì mattina, a scuola, la maestra distribuì una scheda con tanti quadratini colorati. Bisognava scrivere accanto a ciascuno il nome giusto.

Elia guardò il foglio e sorrise. Sembrava di avere un’orchestra intera sul banco.

«Elia, perché non lavori?»

«Sto ascoltando, maestra.»

«Ascoltando che cosa? Ti ho chiesto di riconoscere i colori!»

Il bambino indicò il primo quadratino.

«Questo è un violino.»

Qualcuno rise.

«Elia, quello è giallo! E questo?» domandò lei, indicando il blu.

«Un contrabbasso.»

Le risate aumentarono. La maestra, che quella mattina aveva già separato due bambini litigiosi e ripetuto tre volte la stessa spiegazione, perse la pazienza.

«Possibile che tu non abbia ancora imparato i colori?»

Elia sentì le orecchie diventare calde. Aveva voglia di piangere, ma ancora di più di gridare.

«Li so, i colori! Solo che io li sento! Il giallo è un violino, il blu è un contrabbasso e il rosso è un tamburo!»

«Elia, abbassa la voce.»

«Tu li vedi, ma non li ascolti!»

La maestra lo fissò, contrariata.

«Adesso basta. Finisci il lavoro e smettila di inventare scuse.»

Elia strinse così forte il pastello giallo che la punta si spezzò. Poi rimase zitto, con gli occhi lucidi e una rabbia che non sapeva dove mettere.

Durante la ricreazione, la maestra trovò la sua scheda sul banco. I nomi dei colori erano tutti corretti, scritti con una grafia un po’ storta. Accanto a ciascuno, però, Elia aveva disegnato uno strumento musicale.

La guardò a lungo.

Poi notò il girasole sul davanzale.

Lo aveva portato la bidella qualche giorno prima, in un vaso di terracotta. Era grande, con il gambo leggermente storto e una corolla gialla che sembrava voler occupare tutta la finestra. Adesso, però, aveva la testa china e alcuni petali cominciavano ad arricciarsi.

La maestra si avvicinò. La terra era asciutta.

«Poveretto, ti abbiamo dimenticato» mormorò, andando a prendere dell’acqua.

Elia era rientrato senza che lei se ne accorgesse.

«Non suona più bene» disse alle sue spalle.

«Chi?»

«Il girasole. Prima era un violino fortissimo. Adesso sembra che abbia una corda che trema.»

La maestra guardò il fiore, poi il bambino. Avrebbe voluto capire, trovare una spiegazione ragionevole per quella stranezza, ma non ne aveva nessuna.

«Io non sento quel violino, Elia.»

«Lo so» rispose lui, stringendosi nelle spalle. «Non lo sente mai nessuno.»

Lei rimase in silenzio, con l’annaffiatoio ancora in mano.

«Però mi piacerebbe che me lo raccontassi.»

Elia la guardò con sospetto.

«Poi mi dici che invento le scuse.»

La maestra abbassò gli occhi. Aveva ancora davanti la scheda con tutte le risposte giuste e si sentì piuttosto sciocca.

«Hai ragione. Stamattina non ti ho ascoltato. E ti ho rimproverato davanti a tutti. Mi dispiace.»

«Ridevano» borbottò il bambino.

«Lo so.»

«Anche Filippo. Lui ride sempre quando sbaglio.»

La maestra non cercò di convincerlo che non era successo niente. Gli chiese soltanto se voleva aiutarla a sistemare il vaso vicino alla parte più luminosa della finestra.

Elia annuì, ma prima volle controllare che ci fosse abbastanza acqua.

Il giorno dopo, entrando in classe, la maestra disse ai bambini che aveva commesso un errore. Aveva rimproverato Elia senza nemmeno accorgersi che il suo compito era corretto.

Non aggiunse grandi discorsi. Riprese la lezione, come sempre.

Qualche giorno più tardi, però, accadde una cosa curiosa.

Durante l’intervallo, Sofia si avvicinò al banco di Elia con due pastelli verdi.

«Senti, ma il verde chiaro e quello scuro suonano uguale?»

Elia li osservò attentamente.

«No. Questo è più sottile. L’altro sembra un flauto, ma con la voce più bassa.»

«I flauti non hanno la voce!» protestò Sofia.

«Quelli normali no.»

Sofia scoppiò a ridere e lui con lei.

Da quel giorno non tutti smisero di prenderlo in giro, e qualche volta Elia tornò a casa arrabbiato come prima. Ma Sofia continuò a fargli domande, e la maestra imparò a non interromperlo quando cercava le parole per spiegarsi.

Anche il girasole, intanto, era diventato una piccola preoccupazione comune. Elia controllava la terra ogni mattina e la maestra ogni tanto toglieva una foglia secca. Il fiore grande aveva perso qualche petalo, ma continuava a stare lì, un po’ spettinato, davanti alla finestra.

Una mattina, mentre Elia lo osservava, la maestra si accorse di qualcosa nascosto dietro una foglia.

«Guarda qui!»

Il bambino si sporse.

C’era un bocciolo, piccolissimo, ancora tutto chiuso.

«Non l’avevo visto!» esclamò.

«Nemmeno io, fino a stamattina.»

Elia spostò delicatamente la foglia e rimase a osservare quel piccolo ciuffo verde.

«Chissà come suona» mormorò la maestra.

Il bambino si concentrò, corrugando la fronte.

«Non lo so ancora.»

«Come mai?»

«Forse deve crescere un pochino. Anche i violini piccoli devono imparare a suonare.»

La maestra sorrise, ma questa volta non disse nulla.

Il giorno seguente arrivò a scuola prima del solito. Aprì le finestre, sistemò i quaderni sulla cattedra e andò a controllare il girasole.

Quando Elia entrò, la trovò ancora lì.

«Maestra, che fai?»

«Guardo se il bocciolo è cresciuto.»

«E allora?»

«Un pochino, mi sembra.»

Elia lasciò lo zaino vicino al banco e le corse accanto.

La maestra si spostò per fargli posto.

E mentre il bambino osservava il piccolo bocciolo, lei rimase ad ascoltare quello che aveva da raccontarle.

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