
I settantadue tornano dalla missione pieni di entusiasmo. È andata bene, hanno visto accadere cose che non si aspettavano e quasi non stanno nella pelle: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome».
Li capiamo. Anche noi siamo contenti quando qualcosa riesce, quando il nostro lavoro porta frutto, quando una fatica viene riconosciuta, quando finalmente vediamo che ciò per cui abbiamo pregato e lottato comincia a muoversi. Non c’è niente di male in questa gioia.
Gesù, però, sa che è una gioia fragile. Perché oggi le cose funzionano e domani magari no. Oggi arrivano risultati, domani sembra di seminare nel vuoto. E se appoggiamo lì il valore della nostra vita, finiamo inevitabilmente sulle montagne russe.
Il motivo vero per cui rallegrarsi
Per questo Gesù porta i discepoli un po’ più in profondità: «Non rallegratevi perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli».
È come se dicesse: la cosa più importante non è ciò che riuscite a fare per Dio, ma che appartenete a Lui.
Prima dei risultati, prima dei successi e persino prima dei nostri fallimenti, c’è un nome che Dio conosce. Il nostro. E quel nome non viene cancellato quando sbagliamo, quando non riusciamo, quando nessuno si accorge di quello che facciamo.
Forse una parte della nostra stanchezza nasce proprio da qui: dal bisogno continuo di avere qualche prova che stiamo facendo bene, che siamo utili, che qualcuno ci vede. Il Vangelo oggi ci libera da questa fame. La nostra vita non acquista valore perché produce qualcosa. Ha valore perché è amata.
«Ora i miei occhi ti hanno veduto»
Anche Giobbe arriva alla fine del suo lungo combattimento con una scoperta simile. Dopo domande, rabbia, silenzi e parole perfino troppo grandi, può dire: «Io ti conoscevo solo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti hanno veduto».
Non ha ricevuto una spiegazione capace di mettere ordinatamente a posto tutto il dolore attraversato. Ha incontrato Dio.
Ed è molto diverso.
Ci sono momenti nei quali anche noi vorremmo soprattutto delle risposte. Poi, lentamente, scopriamo che ciò che ci tiene in piedi non è aver capito tutto, ma sapere di non essere soli dentro quello che non capiamo.
Alla vigilia di Francesco
Queste parole arrivano il 3 ottobre, mentre la famiglia francescana si prepara a ricordare il Transito di san Francesco. E sembrano quasi scritte per lui.
Alla fine Francesco non ha più niente da mostrare: è malato, quasi cieco, spogliato perfino delle proprie forze. Eppure la sua vita non è un fallimento. Non perché abbia lasciato dietro di sé un’opera enorme, ma perché ha imparato fino in fondo ciò che Gesù dice oggi: la gioia più vera non viene da ciò che abbiamo fatto, ma dall’essere nelle mani di Dio.
Forse è questa una delle libertà più grandi che possiamo chiedere: fare con amore tutto ciò che ci è affidato, senza trasformare i risultati nella misura di noi stessi.
Trasforma la Parola in preghiera
Signore Gesù, quante volte cerco nei risultati, nell’approvazione degli altri o nelle cose che riescono la conferma del mio valore. Ricordami che prima di tutto questo c’è il mio nome, conosciuto e amato da Te. Quando le cose vanno bene, rendimi grato senza diventare superbo; quando vanno male, non lasciare che mi creda inutile. E quando non capisco ciò che sto vivendo, donami la stessa scoperta di Giobbe: non tutte le risposte, forse, ma la certezza della tua presenza. Fa’ che, come Francesco, impari a fare la mia parte e poi a restituire tutto con fiducia nelle tue mani. Amen.