L’argilla, la rete e il tesoro

Tre immagini, nella liturgia di oggi. E un unico messaggio: Dio non ha fretta di dichiarare perduta una storia.

Geremia scende nella bottega del vasaio e vede un artigiano al tornio. Il vaso che stava modellando si guasta tra le sue mani. Il vasaio non getta via l’argilla: la riprende, la lavora ancora, ne fa un altro vaso. «Come l’argilla è nelle mani del vasaio, così voi siete nelle mie mani».

Gesù racconta poi di una rete gettata nel mare, capace di raccogliere ogni genere di pesci. Solo quando è piena, i pescatori la tirano a riva e separano i buoni dai cattivi. Non prima. Non mentre la rete attraversa il mare. Alla fine.

E infine parla di uno scriba diventato discepolo del Regno, che dal proprio tesoro estrae «cose nuove e cose antiche». Non cancella il passato per accogliere il futuro. Non rinnega ciò che ha ricevuto per inseguire ciò che ancora non conosce. Impara a tenere insieme.

Il vasaio non butta via la creta

Geremia osserva il vasaio mentre lavora. Il vaso perde la forma, non riesce come l’artigiano aveva immaginato. Eppure il vasaio non si arrabbia, non abbandona il tornio, non getta via l’argilla.

La riprende tra le mani e ricomincia.

Così Dio fa con noi.

Anche la nostra vita, a volte, perde la forma. Sbagliamo. Cadiamo. Ci allontaniamo da ciò che avremmo potuto essere. Un progetto si rovina, una promessa si indebolisce, una parte di noi si irrigidisce e non riesce più a lasciarsi plasmare.

Ma Dio non butta via la creta.

La riprende. La lavora ancora. Ricomincia.

Non si stanca di noi: si stanca di vederci lontani, non di riaverci tra le mani.

C’è un dettaglio decisivo nel gesto del vasaio: non cerca necessariamente di ricostruire il vaso esattamente com’era. Con la stessa argilla «ne faceva un altro, come ai suoi occhi pareva giusto».

Dio non si limita a riportarci alla forma che abbiamo perduto. Può creare qualcosa di nuovo anche a partire da ciò che si è guastato. Può aprire una strada là dove noi vediamo soltanto un fallimento. Può trasformare una ferita in compassione, una caduta in umiltà, una strada interrotta in un inizio che non avevamo previsto.

La nostra santità non consiste nel fabbricarci da soli una forma perfetta, ma nel consentire alle mani di Dio di lavorarci. Non siamo noi a inventare ciò che siamo chiamati a diventare. Possiamo però opporci, irrigidirci, oppure affidarci.

Fidarsi del Vasaio non significa comprendere ogni suo gesto. Significa restare nelle sue mani anche quando il tornio gira troppo velocemente e non riconosciamo ancora la forma che sta nascendo.

La rete e la pazienza del giudizio

La rete gettata nel mare raccoglie ogni genere di pesci. Non sceglie mentre attraversa l’acqua. Non trattiene gli uni e respinge immediatamente gli altri.

Raccoglie.

Il Regno di Dio, nella storia, non appare come un recinto di puri. Dentro la rete convivono il bene e il male, la fedeltà e il tradimento, il desiderio di Dio e le nostre resistenze. E persino dentro ciascuno di noi ci sono acque limpide e fondali che preferiremmo non vedere.

La separazione avverrà alla fine. Non prima. Non durante. Alla fine.

Questo significa che oggi non è ancora il tempo di pronunciare sentenze definitive sulle persone. La rete è ancora nel mare. Nessuno di noi vede fino in fondo il cuore dell’altro. Nessuno conosce l’ultima pagina di una vita che Dio sta ancora scrivendo.

Finché la rete è nel mare, la nostra storia non è conclusa. C’è ancora tempo per scegliere il bene, tornare indietro, chiedere perdono, lasciarci convertire.

Ma la parabola non dice che tutto è uguale. Il giudizio arriverà. Il bene e il male non sono intercambiabili. La pazienza di Dio non è indifferenza e la sua misericordia non trasforma il male in qualcosa di innocuo.

La rete non è un alibi per rimandare la conversione. È il segno che Dio ci concede tempo perché possiamo cambiare mentre il tempo ci è ancora donato.

Il realismo evangelico ci impedisce di immaginare un mondo senza male. Ma la speranza cristiana ci impedisce di rassegnarci al male come se fosse l’ultima parola.

La rete è ancora nel mare. E finché è nel mare, nessuno dovrebbe disperare di sé e nessuno dovrebbe considerare irrimediabilmente perduto un altro.

Lo scriba che tiene insieme

Alla fine Gesù parla di uno scriba diventato discepolo del Regno.

È un uomo che ha studiato, conosce le Scritture, custodisce parole antiche. Ma l’incontro con Gesù non lo costringe a rinnegare ciò che ha ricevuto. Gli insegna a rileggerlo. La novità del Regno non cancella la memoria: la illumina.

Per questo lo scriba estrae dal proprio tesoro cose nuove e cose antiche.

Il passato, nelle mani di Dio, non è una stanza chiusa: è una radice. E il nuovo non è un colpo di vento che la sradica, ma il germoglio che mostra che quella radice è ancora viva.

Lo scriba del Regno non vive di nostalgia e non corre dietro a ogni novità. Sa riconoscere ciò che deve essere custodito e ciò che deve ancora nascere. Ricorda ciò che Dio ha già compiuto, ma mantiene gli occhi aperti su ciò che Dio sta facendo adesso.

È il compito di ogni credente.

Custodire senza imprigionare. Rinnovare senza demolire. Accogliere il nuovo senza disprezzare ciò che ci ha condotti fin qui.

La fede è una casa nella quale convivono cose antiche — una preghiera imparata da bambini, una fedeltà ricevuta in eredità, una parola che ci ha sostenuto per anni — e cose nuove: una conversione inattesa, una strada mai percorsa, un incontro capace di aprire finestre che credevamo murate.

Dio non ci chiede di scegliere tra memoria e speranza.

Ci chiede di trasformare la memoria in radice e la speranza in germoglio.

Trasforma la Parola in preghiera

Pensa a qualcosa che in te ha perduto la sua forma: un proposito non mantenuto, una ferita che ancora condiziona il presente, un sogno che non è diventato ciò che speravi.

Non dichiararlo perduto troppo in fretta.

Consegnalo alle mani del Vasaio.

Forse Dio non lo ricostruirà com’era. Forse, con la stessa argilla, farà nascere qualcosa di nuovo.

Signore,
tu sei il Vasaio
e io sono argilla nelle tue mani.

Quando la mia vita perde la forma,
quando mi irrigidisco
o mi sottraggo al tuo tocco,
non permettere che io mi creda perduto.

Riprendimi tra le mani
e lavorami ancora.
Non ricostruirmi soltanto come ero:
fammi diventare ciò che tu vedi
e che io non riesco ancora a immaginare.

Insegnami la pazienza della rete:
a non giudicare prima del tempo,
a non separare prima della riva,
a non disperare di nessuno
mentre la storia è ancora nelle tue mani.

E donami la sapienza dello scriba:
tenere insieme l’antico e il nuovo,
la memoria e la speranza,
le radici che mi hanno sostenuto
e i germogli che ancora non conosco.

Custodisci ciò che hai già fatto in me
e trasforma anche le mie forme sbagliate
in qualcosa che possa parlare di te.

Amen.

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