La casa dove Dio si è sentito a casa

C’è un dettaglio, nel Vangelo di Giovanni, che rischia di passare inosservato. Prima di raccontare la risurrezione di Lazzaro, l’evangelista scrive: «Gesù amava Marta, sua sorella e Lazzaro».

Non dice che Gesù amava Lazzaro e sopportava le sue sorelle. Non dice che apprezzava Maria e tollerava Marta. Dice che li amava. Tutti e tre. Ciascuno a modo suo.

Betania è la casa dove Dio si è sentito a casa. E forse è proprio questo il miracolo più grande che celebriamo oggi: non soltanto un sepolcro aperto, ma un’amicizia che ha saputo accogliere Dio senza finzioni.

Marta: la fede che osa

Marta è la donna che va incontro a Gesù, mentre Maria resta seduta in casa. Non è soltanto una questione di temperamento. È che Marta non sopporta di restare ferma mentre il dolore la divora.

Le sue prime parole sono un rimprovero e insieme una professione di fede:

«Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà».

C’è tutta Marta in questa frase.

Il lamento di chi ha aspettato e si è sentita non ascoltata. La fede di chi continua a credere anche quando tutto sembra perduto. L’audacia di chi non sa come, ma sa che Dio può ancora fare qualcosa.

Non è una fede perfetta. È una fede ferita, che non ha paura di gridare il proprio dolore.

E forse è proprio questa la fede che Gesù accoglie: non quella di chi possiede tutte le risposte, ma quella di chi continua a cercarlo anche quando non capisce.

Il dialogo che cambia tutto

Gesù non risponde al rimprovero di Marta con una spiegazione. Le offre una promessa:

«Tuo fratello risorgerà».

Marta questo lo sa già. Conosce la dottrina, crede nella risurrezione dell’ultimo giorno. Ma è un futuro lontano, una consolazione che non basta ad asciugare le lacrime di oggi.

Allora Gesù sposta tutto sul presente:

«Io sono la risurrezione e la vita».

Non dice: “Io la darò”.
Non dice: “Io la prometto”.
Dice: “Io sono”.

La risurrezione non è soltanto un evento futuro. È una persona viva, in piedi davanti a lei.

E subito dopo Gesù le domanda:

«Credi questo?».

Quella di Marta è una delle professioni di fede più alte dei Vangeli. Pietro aveva detto: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Marta pronuncia parole quasi identiche, ma lo fa sulla soglia di un sepolcro.

«Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo».

Giovanni affida proprio a lei la confessione che riassume lo scopo del suo Vangelo: credere che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e avere la vita nel suo nome.

Marta non ha ancora visto il sepolcro aprirsi. Suo fratello è ancora prigioniero della morte. La pietra è ancora al suo posto.

Eppure crede.

È la fede del Sabato Santo: quando tutto sembra finito, quando Dio sembra assente, quando il miracolo non è ancora arrivato.

Maria e Lazzaro

Di Maria, in questo brano, si dice soltanto che stava seduta in casa. Ma sappiamo da altri racconti evangelici che è la donna che si era posta ai piedi di Gesù per ascoltarlo.

Il suo è un altro modo di stare davanti al dolore: non la corsa, ma l’attesa. Non le domande, ma il silenzio.

Non tutti soffrono allo stesso modo. Non tutti pregano con le stesse parole.

C’è chi corre incontro a Dio e gli domanda conto del suo ritardo. E c’è chi resta seduto, incapace perfino di alzarsi, aspettando che qualcuno venga a chiamarlo.

E Lazzaro?

Di lui non si dice una parola. È morto. Non può andare incontro a Gesù, non può professare la propria fede, non può chiedere aiuto.

Può soltanto essere amato, pianto, atteso.

Eppure Gesù lo chiamerà per nome, fuori dal sepolcro, restituendolo alla vita e all’abbraccio delle sorelle.

Marta corre.
Maria attende.
Lazzaro si lascia chiamare.

Tre modi di stare davanti a Dio. Tre modi di attraversare il dolore. Tre modi di essere raggiunti dall’amore.

La lezione di Betania

Giovanni, nella prima lettura, scrive:

«Dio è amore; chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui».

A Betania Dio non ha trovato una casa impeccabile.

Ha trovato una porta che si apriva, una tavola con un posto per lui, tre cuori diversi che non avevano bisogno di diventare uguali per poterlo amare.

Ha trovato mani affaccendate, silenzi, domande, rimproveri, lacrime.

E ha deciso di restare.

Forse la santità è proprio questo: non l’assenza di difetti, ma la capacità di amare e di lasciarsi amare. Non la perfezione delle forme, ma l’accoglienza di chi bussa. Non una vita senza morte, ma una fede che, anche davanti a un sepolcro, continua a dire:

«Io credo».

Betania è la casa dove il Vangelo smette di essere un libro e diventa un legame.

Dove il Figlio di Dio non è un ospite di passaggio, ma un amico che può sedersi, riposare, piangere e tornare.

E se oggi la Chiesa celebra insieme Marta, Maria e Lazzaro, è perché la santità non isola.

Vive di legami.

Cresce attorno a una tavola.

Nasce in una casa dove ci si vuole bene abbastanza da lasciare entrare Dio così com’è, e da lasciarsi amare da lui così come siamo.

Trasforma la Parola in preghiera

Ripensa alle persone con cui condividi la casa, la comunità, la vita.

C’è una Marta che si affatica e continua a credere?
Una Maria che ascolta e custodisce il silenzio?
Un Lazzaro che attende di essere chiamato per nome?

Ringrazia Dio per i legami che ti ha donato.

E chiedigli di rendere anche la tua vita una piccola Betania: una casa dove lui possa finalmente sentirsi a casa.

Signore Gesù,
tu che hai amato Marta, Maria e Lazzaro,
rendi anche la mia vita
una casa dove tu possa rimanere.

Insegnami la fede ferita di Marta,
che grida eppure crede,
che discute eppure si fida,
che piange eppure confessa:
«Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio».

Donami il silenzio di Maria,
che sa stare ai tuoi piedi
anche quando non capisce,
anche quando il dolore
toglie le parole.

E quando sarò come Lazzaro,
chiuso nel sepolcro delle mie paure,
chiamami per nome
e restituiscimi alla vita
e all’abbraccio dei fratelli.

Fa’ della mia comunità
una piccola Betania:
dove ci si vuole bene,
dove il Vangelo diventa legame,
dove ogni ospite scopre
di essere atteso da sempre.

Amen.

Questa voce è stata pubblicata in Generale, Una Parola per oggi e contrassegnata con , , , , , , . Contrassegna il permalink.