9. Sansone – Quando la forza impara a pregare

Giudici 13–16

Chi è Sansone?

Sansone nasce da una promessa divina. Sua madre è sterile, ma l’angelo del Signore le appare e le annuncia che avrà un figlio. Sarà nazireo, cioè consacrato a Dio fin dal grembo materno. Il segno visibile di questa consacrazione saranno i suoi capelli, sui quali non dovrà mai passare il rasoio.

Dio lo destina a cominciare la liberazione d’Israele dall’oppressione dei Filistei. Fin dalla giovinezza, Sansone manifesta una forza fisica straordinaria: è capace di sbranare un leone a mani nude, spezzare corde come fili bruciati e affrontare da solo interi gruppi di nemici.

Ma il narratore biblico non idealizza il personaggio. Sansone è impulsivo, passionale, vendicativo. Le sue imprese nascono spesso più da reazioni personali che da un disegno consapevole. Non guida il popolo, non costruisce alleanze, non sembra comprendere fino in fondo la missione ricevuta.

Eppure – mistero della grazia – Dio continua a servirsi di lui per aprire una strada di liberazione al Suo popolo.

Dio non sceglie Sansone per i suoi meriti e non continua a servirsi di lui perché ne approvi ogni scelta. Rimane fedele alla promessa con cui lo ha chiamato fin dal grembo materno. La fedeltà di Dio è più tenace dell’incoerenza dell’uomo.

La sua storia è la cronaca di una consacrazione mai pienamente abitata, ma mai del tutto revocata.

1. Il cuore diviso

Un giorno Sansone scende a Timna e vede una donna filistea. Tornato dai genitori, pretende che gliela prendano in moglie:

«Prendetemela, perché mi piace»
(Gdc 14,3).

I genitori provano a dissuaderlo. Quella donna appartiene al popolo che opprime Israele, adora altri dèi, vive dentro un mondo estraneo alla vocazione ricevuta da Sansone.

Ma lui non ascolta.

Qui sta la radice del suo dramma: Sansone non sa integrare ciò che desidera con ciò a cui è chiamato. Vive la vocazione e la passione come due mondi paralleli. Non chiede a Dio che cosa fare, non cerca discernimento, non si interroga sulle conseguenze. Semplicemente, asseconda ciò che in quel momento gli piace.

Eppure Dio non lo abbandona. Persino dentro quelle circostanze confuse – un matrimonio con una donna filistea, un banchetto, un enigma, una faida violenta – lo Spirito del Signore continua a irrompere nella sua vita.

Non perché ogni scelta di Sansone sia buona, ma perché la grazia non aspetta che tutto sia in ordine per cominciare ad agire.

Dio non approva il disordine del suo cuore. Ma neppure rinuncia a cercare un varco attraverso il quale portare avanti la Sua opera.

In Sansone possiamo riconoscerci facilmente.

Quante volte anche noi viviamo una fede a intermittenza? Quante volte il cuore resta diviso tra il Vangelo e le nostre voglie, tra la consacrazione battesimale e i compromessi quotidiani?

Diciamo di appartenere a Dio, ma decidiamo come se Dio non avesse nulla da dirci. Custodiamo alcuni segni esteriori della fede, mentre interiormente seguiamo soltanto ciò che ci attrae.

Sansone ci obbliga a guardare in faccia questa frattura: si può portare addosso il segno di una consacrazione e vivere senza lasciarsi davvero abitare da essa.

2. Il gioco col sacro

C’è un tratto inquietante nella personalità di Sansone: trasforma tutto in gioco.

Dopo aver ucciso il leone, scopre che nella sua carcassa si è formato un alveare. Prende il miele e ne mangia, senza raccontare ai genitori da dove provenga. Durante il banchetto di nozze, trasforma quell’esperienza segreta in un indovinello con cui sfidare i Filistei:

«Dal divoratore è uscito del cibo
e dal forte è uscito il dolce»
(Gdc 14,14).

Gli altri non comprendono. Lui si diverte. Scommette, provoca, mette alla prova.

È il gioco di chi si sente intoccabile.

Più tardi farà qualcosa di ancora più pericoloso: trasformerà in un gioco persino il segreto della propria consacrazione. Con Dalila si avvicinerà ripetutamente alla verità, inventando false spiegazioni sulla propria forza, quasi volesse verificare fino a che punto possa spingersi senza precipitare.

Sansone gioca con ciò che dovrebbe custodire.

I capelli non sono una sorgente magica di potere. Sono il segno visibile della sua appartenenza a Dio. La sua forza non viene da essi, ma dal Signore. Tuttavia Sansone finisce per trattare il dono ricevuto come se fosse una proprietà personale, qualcosa di cui può disporre senza responsabilità.

Ma il sacro non può essere manipolato senza conseguenze.

Ogni volta che ci si avvicina al confine pensando: «Tanto posso fermarmi quando voglio», si scava un solco più profondo nell’abitudine al compromesso.

Ogni volta che si pensa: «Tanto poi Dio mi perdonerà», non si sta confidando nella misericordia: la si sta usando come un alibi.

È una dinamica che conosciamo.

Giochiamo con ciò che ci fa male pensando di poterlo controllare. Ci esponiamo a parole, relazioni, abitudini e situazioni che sanno di morte, convinti di poterne uscire indenni.

Poi il gioco diventa abitudine, l’abitudine diventa assuefazione e, lentamente, non percepiamo più il pericolo.

Sansone non cade in un solo istante. La sua rovina viene preparata da molte piccole leggerezze alle quali, ogni volta, ha deciso di non dare importanza.

3. Dalila: il cuore svelato a chi non può custodirlo

La storia con Dalila rappresenta il punto di svolta.

Non è la prima donna filistea nella vita di Sansone, ma è quella alla quale finirà per consegnare ciò che ha di più segreto.

I capi dei Filistei promettono a Dalila millecento sicli d’argento ciascuno perché scopra da dove provenga la forza di Sansone e come sia possibile vincerlo.

Il tradimento ha un prezzo, e lei lo accetta.

Per tre volte Dalila domanda a Sansone il segreto della sua forza, e per tre volte lui mente. Sembra ancora un gioco. Ogni risposta falsa, però, si avvicina un poco di più alla verità.

Sansone vede che Dalila mette alla prova le sue parole. Comprende che dietro quelle domande si nasconde un pericolo. Eppure rimane.

La quarta volta accade qualcosa di definitivo:

«Essa lo importunava ogni giorno con le sue parole e lo tormentava, tanto che egli ne fu annoiato da morire. Allora le aprì tutto il suo cuore»
(Gdc 16,16-17).

Quel verbo – aprì – è terribile e bellissimo.

Sansone non sta semplicemente rivelando un’informazione. Sta consegnando la parte più intima e sacra della propria storia a una donna che non può custodirla, perché l’ha già venduta.

Le apre il cuore, e dentro quel cuore c’è il segno della sua appartenenza a Dio. O, almeno, ciò che ne rimane.

Poi Sansone posa il capo sulle ginocchia di Dalila.

È un gesto di abbandono, quasi la ricerca di un luogo nel quale poter finalmente deporre le difese. L’uomo che ha affrontato leoni ed eserciti desidera essere custodito.

Ma cerca riparo proprio presso colei che ha già deciso di consegnarlo.

Talvolta non è la mancanza di forza a perderci, ma il bisogno di affidarla a qualcuno, senza domandarci se quelle mani sapranno custodirla.

Dalila lo fa addormentare sulle sue ginocchia. Chiama un uomo e gli fa radere le sette trecce del capo. Poi grida:

«Sansone, i Filistei ti sono addosso!»

Egli si sveglia pensando:

«Ne uscirò come ogni altra volta e mi svincolerò».

Ma il narratore aggiunge una frase che raggela:

«Egli non sapeva che il Signore si era ritirato da lui»
(Gdc 16,20).

È la cecità prima della cecità.

Sansone crede di essere ancora quello di prima. Pensa di poter reagire come ha sempre fatto. Non si è accorto che qualcosa dentro di lui si è già spento.

La tragedia non consiste soltanto nell’aver perso la forza. Consiste nel non essersi accorto di averla perduta.

I Filistei lo catturano, gli cavano gli occhi e lo conducono a Gaza, incatenato con catene di bronzo. L’uomo che aveva affrontato interi eserciti ora gira la macina nella prigione.

Colui che si era creduto invulnerabile diventa uno spettacolo per i suoi nemici.

Sansone ha aperto il cuore a chi non poteva custodirlo. Ora non possiede più nulla: né la libertà, né la vista, né la forza, né l’illusione di essere padrone della propria vita.

4. La cecità che apre gli occhi

Eppure è proprio lì, nella polvere del carcere, che qualcosa comincia lentamente a rinascere.

Sansone non può più contare sulla propria forza. Non può sedurre, fuggire, combattere o costruire enigmi. È solo, cieco, umiliato.

Tutto ciò che prima lo definiva è scomparso.

Ma il testo biblico inserisce una frase quasi impercettibile:

«Intanto la capigliatura che gli avevano rasata cominciava a ricrescergli»
(Gdc 16,22).

I capelli ricrescono nel buio.

Il segno della consacrazione ritorna lentamente, mentre nessuno sembra accorgersene. Non cancella il tradimento compiuto e non restituisce automaticamente a Sansone ciò che ha perduto.

Ma testimonia che, sotto le macerie visibili, la grazia ha già ricominciato il suo lavoro.

Dio non riscrive il passato: fa germogliare un futuro proprio nel luogo in cui tutto sembrava finito.

I Filistei organizzano una grande festa nel tempio del loro dio Dagon. Vogliono celebrare la cattura del nemico e attribuire al loro idolo la vittoria. Fanno condurre Sansone nel tempio perché diventi un divertimento per la folla.

L’uomo consacrato al Signore fin dal grembo materno viene trasformato nel buffone del tempio di un idolo.

Sansone chiede al ragazzo che lo accompagna di lasciargli toccare le colonne sulle quali poggia l’edificio.

Poi prega:

«Signore Dio, ricordati di me!
Dammi forza ancora per questa volta soltanto»
(Gdc 16,28).

Non è la prima volta che Sansone invoca il Signore. Lo aveva già fatto dopo una battaglia, quando, stremato dalla sete, aveva riconosciuto che la vittoria gli era stata concessa da Dio e aveva gridato per non morire.

Questa preghiera, però, è diversa.

Sansone non possiede più nulla. Non può più confondere il dono con se stesso. La forza che un tempo usava come se gli appartenesse ora deve domandarla.

La sua preghiera non è perfetta. La Bibbia non nasconde che, insieme al desiderio di essere ricordato, Sansone chiede anche di vendicarsi dei Filistei per i suoi due occhi.

Il suo cuore non è ancora completamente guarito. Nella sua invocazione convivono fede e rancore, abbandono e rivalsa, appartenenza a Dio e ferita personale.

Ma Sansone non arriva davanti al Signore finalmente perfetto.

Arriva finalmente vero.

Non offre a Dio una preghiera pura. Gli offre l’unica preghiera di cui è ancora capace.

E Dio si lascia invocare anche da quel grido imperfetto.

Sansone afferra le due colonne centrali e fa crollare il tempio. Muoiono i capi dei Filistei, la folla riunita nell’edificio e Sansone stesso.

Il racconto appartiene a una storia segnata dalla violenza e non presenta un gesto da imitare. Non trasforma Sansone in un uomo pacificato né rende santa ogni sua motivazione.

Mostra, però, qualcosa di decisivo: Dio non smette di agire dentro una storia ferita soltanto perché l’uomo che ha chiamato è rimasto incompleto.

L’ultima grande svolta di Sansone non è il crollo del tempio.

Accade un istante prima.

È il momento in cui l’uomo che aveva sempre usato la forza come se fosse sua torna finalmente a invocare il Signore.

Sansone non vince perché muore. La sua storia trova un ultimo varco di grazia perché, dopo aver perduto tutto, ricorda a Chi appartiene.

E scopre che la vera forza non è quella che si possiede.

È quella che si riceve.

Specchio per l’anima

Sansone ci pone domande vere, capaci di scavare in profondità:

In quali ambiti della mia vita sto tradendo la mia consacrazione interiore?
Dove la mia fede è diventata un’abitudine esteriore, mentre il cuore vive altrove?

Sto giocando con ciò che dovrebbe essere custodito?
Ci sono confini che attraverso con leggerezza, convinto di poterli controllare, mentre in realtà mi sto lentamente svuotando?

Sto usando la misericordia di Dio come un alibi?
Mi espongo consapevolmente al male pensando che, in qualche modo, Dio mi tirerà sempre fuori dalle conseguenze delle mie scelte?

A chi sto aprendo il mio cuore?
Sto consegnando la mia intimità, le mie fragilità e le cose sante che mi abitano a persone o situazioni capaci di custodirle?

C’è un ambito nel quale vivo come se tutto fosse ancora intatto, mentre qualcosa dentro di me si è già spento?
Dove la mia cecità spirituale mi impedisce di riconoscere ciò che sto perdendo?

C’è una situazione nella quale ho bisogno di gridare: «Signore, ricordati di me»?
Dove tutto è crollato e non mi resta che una fiducia povera, ferita, ma ancora capace di pregare?

La mia preghiera è il luogo nel quale cerco di mostrarmi a posto davanti a Dio, oppure quello nel quale posso finalmente essere vero?
Riesco a consegnargli anche una fede mescolata alla paura, alla rabbia, alla vergogna e al desiderio di rivalsa, lasciando che sia Lui a purificarla?

Dio non cerca eroi impeccabili.

Non aspetta neppure che le nostre motivazioni siano completamente pure per cominciare a salvarci.

Cerca un varco: il momento in cui smettiamo di vivere del dono come se fosse nostro e torniamo finalmente a dire:

«Signore, ricordati di me».

Preghiera

Signore,
Tu conosci la mia storia
come conoscevi quella di Sansone.

Sai quante volte il mio cuore è diviso,
quante volte ho seguito ciò che mi piaceva
senza domandarmi a che cosa mi chiamavi.

Sai quante volte ho giocato
con limiti che conoscevo,
convinto di potermi fermare quando volevo,
sicuro che avrei conservato per sempre
la forza che avevo ricevuto.

Perdonami quando ho trattato i Tuoi doni
come se fossero una mia proprietà.

Perdonami quando ho aperto il cuore
a chi non poteva custodirlo
e quando non mi sono accorto
di ciò che dentro di me stava morendo.

Eppure Tu non mi hai dimenticato.

Quando sono caduto,
la Tua grazia ha continuato a lavorare nel buio.

Quando non sapevo nemmeno di averti perduto,
Tu già preparavi una strada
perché potessi tornare a invocarti.

Insegnami una forza
che non si senta padrona di sé,
ma sappia riceversi ogni giorno
dalle Tue mani.

Purifica anche le mie preghiere ferite,
nelle quali si mescolano
la fede e il rancore,
la fiducia e la paura,
il desiderio di affidarmi
e quello di avere ragione.

E quando le mie mani
toccheranno le colonne della mia sconfitta,
quando non potrò più fingere
che nulla sia accaduto,
insegnami a non fuggire da Te.

Fa’ che proprio ciò che mi ricorda la mia caduta
diventi il luogo nel quale torno a invocarti.

Non aspettare che io sia perfetto, Signore.

Accoglimi quando sono soltanto vero.

E se un giorno tutto dovesse crollare,
se mi ritrovassi cieco, povero e disarmato,
donami la grazia di invocarti ancora:

«Signore, ricordati di me».

Perché io posso dimenticare
di appartenerti,
ma Tu non dimentichi
nessuno dei Tuoi figli.

Amen.

Parola chiave

«Allora Sansone invocò il Signore»
(Gdc 16,28).

Impegno concreto

Oggi scelgo un ambito della mia vita nel quale sento di aver perso forza, visione o speranza: una relazione, un peccato ricorrente, una ferita, una decisione che non riesco a prendere.

Senza nascondermi e senza cercare parole perfette, lo affido a Dio con una preghiera semplice:

«Signore, ricordati di me.
Insegnami a ricevere da Te
la forza che non riesco più a trovare da solo».

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