
C’è un uomo che esce all’alba a cercare lavoratori per la sua vigna. Poi esce di nuovo alle nove, a mezzogiorno, alle tre. E infine alle cinque del pomeriggio, quando ormai resta ben poco della giornata.
È un padrone che non si stanca di uscire. Continua a cercare anche quando sembrerebbe non valerne più la pena. Non si rassegna all’idea che qualcuno rimanga in piazza senza lavoro.
Alla sera arriva il momento della paga. Tutti ricevono un denaro: quelli che hanno lavorato dalla mattina e quelli arrivati all’ultima ora.
I primi mormorano. Hanno lavorato tutto il giorno, hanno sopportato il peso e il caldo, e ricevono quanto chi ha lavorato un’ora soltanto.
A prima vista sembra ingiusto.
Ma il padrone non ha tolto nulla ai primi. Ha dato loro esattamente ciò che aveva promesso. Lo scandalo è un altro: ha deciso di essere generoso con gli ultimi.
Ed è proprio qui che la parabola comincia a metterci in difficoltà.
I pensieri che non sono i nostri
Isaia, nella prima lettura, lo dice con parole che attraversano i secoli: «I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie».
Noi facciamo conti. Dio guarda le persone.
Noi misuriamo le ore, gli sforzi, i risultati. Dio vede anche il bisogno, l’attesa, la fatica di chi è rimasto indietro.
Noi pensiamo che essere giusti significhi dare a ciascuno in proporzione a ciò che ha fatto. Dio ci mostra una giustizia più grande, che non cancella ciò che è dovuto ma lascia spazio alla misericordia.
Il padrone della parabola non fa torto a nessuno. Ma rifiuta di lasciare senza nulla chi è arrivato tardi.
Le vie di Dio sono più alte delle nostre proprio perché la sua bontà supera continuamente i confini entro i quali vorremmo rinchiuderla.
«Nessuno ci ha presi a giornata»
C’è una frase che rischiamo di leggere troppo in fretta.
Quando il padrone domanda agli ultimi perché siano rimasti tutto il giorno in piazza, quelli rispondono: «Perché nessuno ci ha presi a giornata».
Nessuno ci ha voluti.
Forse erano meno forti degli altri. Forse più anziani. Forse malati. Forse semplicemente erano rimasti lì mentre gli altri venivano scelti uno dopo l’altro.
Non sappiamo perché.
Sappiamo soltanto che, quando ormai la giornata sta finendo, sono ancora lì.
E il padrone esce proprio per loro.
È uno dei tratti più belli del Vangelo: Dio continua a uscire.
Esce per chi è stato scelto subito e per chi non è stato scelto da nessuno. Per chi ha incontrato la fede da bambino e per chi la scopre quando ormai pensa di aver sprecato tutto. Per chi ha camminato a lungo e per chi riesce appena a fare gli ultimi passi.
Nessuno è definitivamente fuori dalla sua chiamata.
Finché c’è vita, Dio continua a passare dalla piazza.
La mormorazione dei primi
I lavoratori della prima ora non protestano perché hanno ricevuto poco. Hanno ricevuto quanto era stato pattuito.
Protestano perché gli altri hanno ricevuto lo stesso.
Ed è una differenza enorme.
Il problema non è ciò che Dio ha dato a loro, ma ciò che ha dato agli altri.
Succede anche a noi.
Possiamo essere riconoscenti finché guardiamo ciò che abbiamo ricevuto. Cominciamo a mormorare quando guardiamo ciò che è stato dato a un altro.
Perché lui sì?
Perché a lei è stato perdonato?
Perché chi è arrivato dopo dovrebbe avere quanto me?
Perché chi ha sbagliato tanto dovrebbe essere accolto come chi è rimasto fedele?
Il padrone risponde con una domanda che arriva dritta al cuore: «Sei invidioso perché io sono buono?».
È questa la vera questione.
Possiamo accettare un Dio buono con noi. Molto più difficile è accettare un Dio che sia altrettanto buono con gli altri.
Soprattutto con quelli che, secondo i nostri calcoli, non se lo meriterebbero.
Per me vivere è Cristo
Paolo, nella seconda lettura, scrive: «Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno».
Non dice: per me vivere è accumulare meriti. Non dice: per me vivere è dimostrare di essere migliore degli altri.
Dice: vivere è Cristo.
Quando Cristo diventa il centro, cambia anche il modo di guardare la propria vita. Non conta più arrivare prima degli altri, essere riconosciuti, ottenere una ricompensa maggiore.
Paolo non vive per sé. È pronto perfino a rimanere, pur desiderando essere con Cristo, perché la sua presenza può ancora servire ai fratelli.
Questa è la logica del Vangelo: non chiedersi continuamente quanto ci spetta, ma domandarsi quanto possiamo ancora amare.
La bontà che scandalizza
La parabola della vigna ci consegna una speranza enorme: per Dio non esiste un’ora in cui sia troppo tardi per chiamare qualcuno.
C’è posto per chi arriva all’alba e per chi arriva alle cinque del pomeriggio.
C’è posto per chi ha camminato tutta la vita e per chi ritrova la strada quando la giornata sembra ormai finita.
C’è posto anche per chi porta con sé soltanto la propria povertà e può dire: «Nessuno mi ha preso a giornata».
Perché Dio non smette di uscire.
Forse, allora, il vero privilegio degli operai della prima ora non era ricevere una paga più alta. Era aver trascorso tutta la giornata nella vigna.
Avevano avuto più tempo con il padrone, più tempo per lavorare, più tempo per appartenere a quella casa.
Se viviamo la fede soltanto come fatica da ricompensare, prima o poi guarderemo con rancore chi è arrivato dopo di noi.
Ma se abbiamo scoperto che stare nella vigna è già una grazia, allora la salvezza dell’ultimo arrivato non ci toglie nulla.
Diventa una ragione per fare festa.
Alla fine la domanda non sarà: quanto ho meritato?
Sarà piuttosto: sono riuscito a gioire perché Dio è stato buono anche con chi è arrivato dopo di me?
Perché il Regno non è una classifica.
E presso Dio nessuno arriva troppo tardi.
Trasforma la Parola in preghiera
Pensa a una persona verso la quale fai fatica ad accettare la misericordia di Dio. Qualcuno che, ai tuoi occhi, ha sbagliato troppo, ha ricevuto troppo facilmente, è arrivato troppo tardi.
Ascolta la domanda del padrone della vigna: «Sei invidioso perché io sono buono?».
Non avere fretta di rispondere.
Lascia che quella domanda raggiunga le zone del cuore dove ancora fai confronti, misuri meriti e stabilisci chi sia degno e chi no.
Poi chiedi al Signore un cuore capace di gioire della sua misericordia.
**Signore Gesù,
tu che continui a uscire
fino all’ultima ora del giorno,
insegnami la tua bontà.
Liberami dalla tentazione
di misurare il tuo amore
con il metro dei miei meriti.
Liberami dal confronto,
dall’invidia,
dalla fatica di gioire
quando il bene raggiunge un altro.
Donami lo sguardo del padrone della vigna,
capace di vedere chi è rimasto in piazza,
chi non è stato scelto,
chi pensa ormai che sia troppo tardi.
Fa’ che non dimentichi mai
che lavorare nella tua vigna
è già una grazia.
E quando un fratello,
anche all’ultima ora,
ritrova la strada di casa,
insegnami a non mormorare,
ma a fare festa.
Perché la tua misericordia
non toglie nulla a nessuno:
rende possibile la speranza per tutti.
E questa tua bontà, Signore,
è anche la mia salvezza.
Amen.**