
Paolo parla di un seme. Gesù parla di un seme.
Paolo usa questa immagine per rispondere a una domanda sulla risurrezione: «Come risorgono i morti? Con quale corpo verranno?». Gesù, invece, racconta di un seminatore e dei diversi terreni sui quali cade la sua semente.
Sono due immagini che non dicono esattamente la stessa cosa, ma si incontrano in un punto decisivo: ciò che Dio semina non è destinato alla sterilità. Nel corpo mortale è già custodita la promessa della risurrezione; nella Parola seminata è presente una forza di vita che chiede un cuore capace di accoglierla.
Il corpo seminato
Paolo risponde a chi cerca di immaginare come sarà il corpo dei risorti attraverso un’immagine semplice: quella del seme.
«Ciò che tu semini non prende vita, se prima non muore». Il seme viene deposto nella terra e ciò che nascerà non avrà più la stessa forma di ciò che è stato seminato. C’è continuità, ma anche una trasformazione che il seme non può produrre da sé.
Così Paolo parla della risurrezione.
«È seminato nella corruzione, risorge nell’incorruttibilità; è seminato nella miseria, risorge nella gloria; è seminato nella debolezza, risorge nella potenza».
La risurrezione non è la semplice restituzione della vita che avevamo prima. È l’opera di Dio che porta a compimento ciò che siamo.
Per questo Paolo aggiunge una frase ancora più grande: «Come abbiamo portato l’immagine dell’uomo di terra, così porteremo l’immagine dell’uomo celeste».
La nostra speranza non consiste soltanto nel credere che dopo la morte continueremo a vivere. La promessa cristiana è molto più profonda: siamo destinati a essere pienamente conformati a Cristo.
Il corpo che oggi conosce fragilità, limite, malattia e morte non è disprezzato né abbandonato da Dio. È come un seme consegnato alla terra nella speranza. Sarà Dio a trasformarlo.
Per questo possiamo affidargli anche ciò che non comprendiamo. La nostra vita non è nelle mani del nulla, ma nelle mani di un Dio fedele.
Il terreno che accoglie
Gesù parla invece di un seminatore che esce a seminare. Il seme cade sulla strada, sulla pietra, tra i rovi e infine sulla terra buona.
Il seme è la Parola di Dio. I terreni sono i nostri cuori.
A volte il cuore è come una strada troppo calpestata: la Parola arriva, ma non riesce a entrare.
A volte è come un terreno pietroso: accoglie con entusiasmo, ma non permette alle radici di scendere in profondità. Quando arriva la prova, ciò che sembrava forte si rivela fragile.
A volte è occupato dai rovi: preoccupazioni, ricchezze e piaceri della vita crescono insieme alla Parola fino a soffocarla.
E poi c’è la terra buona: «coloro che, dopo aver ascoltato la Parola con cuore integro e buono, la custodiscono e producono frutto con perseveranza».
Il seme è buono. La Parola non ha perso la sua forza.
La domanda, allora, non è quale sia il seme. La domanda è: che terreno è oggi il mio cuore?
Il tempo della prova
Gesù parla apertamente del «tempo della prova».
La prova non va cercata e non va idealizzata. Fa male, disorienta, può mettere in discussione ciò che credevamo sicuro. Ma quando arriva, mostra anche quanto profonde siano diventate le nostre radici.
Una fede fondata soltanto sull’entusiasmo del momento difficilmente resiste quando le cose diventano difficili.
Le radici crescono altrove: nella preghiera fedele, nell’ascolto della Parola, nella comunione con i fratelli, nei sacramenti, nelle scelte quotidiane compiute anche quando nessuno le vede.
Le radici rimangono nascoste, ma sono proprio quelle che permettono alla pianta di non essere strappata dal primo vento.
Per questo la domanda non è soltanto se crediamo. È anche: dove affonda la nostra fede?
Custodire e perseverare
Gesù conclude la parabola con due verbi: custodire e perseverare.
Custodire significa non lasciare che la Parola attraversi distrattamente la nostra vita. Significa ritornarci, meditarla, confrontare con essa le nostre scelte, permetterle di mettere in discussione ciò che siamo.
Perseverare significa restare.
Restare quando pregare è facile e quando sembra inutile. Restare quando la fede consola e quando non consola affatto. Continuare a credere, sperare e amare anche quando non vediamo immediatamente il frutto.
La terra buona non è una terra che non conosce fatica. È una terra che continua ad accogliere il seme.
Ed è qui che le due letture tornano a incontrarsi.
Paolo ci ricorda che persino il nostro corpo, consegnato alla morte, è nelle mani di Dio e sarà trasformato. Gesù ci chiede di consegnare alla Parola anche il terreno della nostra vita, perché possa mettere radici e portare frutto.
In entrambi i casi ci viene chiesto di fidarci di ciò che Dio sa far nascere anche quando noi non vediamo ancora nulla.
Trasforma la Parola in preghiera
Guarda il tuo cuore così com’è oggi.
C’è qualcosa che lo sta indurendo? Una prova che sta mettendo in difficoltà la tua fede? Una preoccupazione che occupa tanto spazio da rischiare di soffocare la Parola?
Non cercare di presentare a Dio un terreno diverso da quello che hai. Portagli proprio questo.
Chiedigli di lavorarlo, di liberarlo da ciò che lo soffoca e di rendere profonde le tue radici.
**Signore Gesù,
tu continui a seminare la tua Parola nella mia vita.
Quando il mio cuore diventa duro,
rendilo nuovamente capace di ascoltare.
Quando rimango in superficie
e non riesco a mettere radici,
scava in profondità dentro di me
e rendi salda la mia fede.
Quando preoccupazioni, desideri e paure
rischiano di soffocare la tua Parola,
libera il terreno del mio cuore.
Donami un cuore integro e buono,
capace di custodire ciò che mi dici
e di portare frutto con perseveranza.
Quando arriva la prova,
quando ciò che credevo sicuro vacilla,
insegnami a rimanere radicato in te.
E quando mi trovo davanti
al limite, alla fragilità e alla morte,
ricordami che nulla di ciò che viene consegnato a te
è destinato al nulla.
Come il seme affidato alla terra,
anche la nostra vita è custodita dalla tua fedeltà.
Tu puoi trasformare ciò che è seminato nella debolezza
e farlo risorgere nella gloria.
Amen.**