Quando Dio non risponde

Piccolo manifesto per chi ha dubbi e non vuole smettere di credere

A te che stai leggendo.

Sì, proprio a te.

Quello che hai nella testa in questo momento, quel garbuglio di domande che non osi dire ad alta voce, forse perché hai paura che qualcuno ti giudichi, forse perché temi che nominarle significhi ammettere di aver perso la fede.

Fermati un attimo.

Non sei rotto. Non sei un credente di serie B. Sei solo onesto. E l’onestà, davanti a Dio, è una delle forme più vere della preghiera.

La notte in cui anche le stelle tacciono

C’è un momento preciso. Lo riconosci.

Succede di notte, o forse in un pomeriggio qualunque, mentre guidi, mentre pieghi il bucato, mentre fissi il soffitto alle tre del mattino.

Arriva una domanda. Poi un’altra. Poi un’altra ancora.

Perché mio figlio?
Perché questa malattia?
Perché mi hai tolto tutto?
Dove eri, Dio, quel giorno?

Domande che non sono esercizi intellettuali. Sono pugni nello stomaco. Sanno di lacrime, di notti insonni, di una fede che sembra sgretolarsi tra le dita come sabbia.

E la risposta non arriva.

Silenzio.

Un silenzio così denso che potresti tagliarlo con il coltello. Un silenzio che a volte ti fa urlare. A volte ti fa piangere. A volte ti fa venire voglia di mandare tutto all’aria e chiudere la partita.

Quelli che ti dicono che dubitare è peccato

Li hai incontrati anche tu, vero?

Quelli delle frasi pronte: “Devi solo avere fede”, “Dio ha un piano”, “Non fare domande, accetta e basta”.

Le hanno dette con le migliori intenzioni, probabilmente. Ma quelle frasi ti sono cadute addosso come pietre. Perché quando il dolore è vero, quando la confusione è reale, le risposte preconfezionate non servono. Fanno solo sentire più soli.

Sai chi ha fatto domande a Dio?

Abramo. Partito senza GPS, senza garanzie, senza nemmeno sapere il nome del posto dove stava andando. Fiducia? Sì. Ma che fatica.

Mosè. “Perché proprio io? Non so parlare, manda qualcun altro”. Dio l’ha scelto lo stesso. Ma la domanda gliel’ha lasciata fare.

Elia. Il profeta di fuoco. Quello che ha sfidato centinaia di falsi profeti. E poi? Finisce in una caverna, a pezzi, chiedendo di morire. Non è debolezza. È onestà.

Giobbe. Ha perso tutto: figli, beni, salute. E gli amici gli dicevano: “Avrai fatto qualcosa di male”. Come a volte, magari in modo più sottile, qualcuno dice anche a te. Lui no. Lui non si accontenta delle spiegazioni facili. Pretende risposte. Urla la sua rabbia. Trasforma la sua ferita in una causa aperta davanti a Dio. E Dio, alla fine, cosa fa? Non gli consegna una spiegazione ordinata del dolore. Gli si rivela. E a Giobbe, misteriosamente, basta.

E poi lui: Giovanni Battista. Il cugino di Gesù. Quello che l’ha indicato come l’Agnello di Dio. Eppure, in prigione, al buio, con la morte che si avvicina, cosa fa? Manda a chiedere: “Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?”

Rileggi questa frase. Lasciala depositare.

Il più grande tra i nati di donna, quello che aveva visto lo Spirito scendere su Gesù, quello che aveva riconosciuto il Messia. Lui. Ha attraversato il dubbio.

E Gesù non lo rimprovera. Non gli dice: “Giovanni, come ti permetti?”. Dice: “Beato chi non trova in me motivo di scandalo”. Beato chi non inciampa nel mio silenzio. Beato chi, anche quando non capisce, non scappa.

Tutti questi hanno fatto domande. Ma le hanno portate a Dio. Non le hanno usate per andarsene. Le hanno trasformate in preghiera, anche quando la preghiera era solo un urlo strozzato.

Fede: roccia o radice?

Ci hanno insegnato che la fede è una roccia. Solida, immobile, inamovibile.

Forse, però, in certi passaggi della vita, la fede assomiglia di più a una radice.

Scende nel buio. Non vede la luce. Deve farsi largo tra le pietre, nella terra dura. Non sa cosa troverà.

Ma resta.

Questa è forse l’unica definizione di fede che regge quando le risposte non arrivano. Non è sentire. Non è capire. Non è avere tutto chiaro.

È restare.

Non capisco, ma resto.
Non vedo la strada, ma faccio il passo.
Non sento niente, ma scelgo.

Il verbo è scegliere. Perché la fede, quando diventa adulta, non può dipendere soltanto dalle emozioni. Le emozioni vanno e vengono. La fede è un patto. Un’alleanza. Un “sì” detto anche con i denti stretti. Un briciolo di fiducia offerto con mani tremanti.

E a Dio bastano i bricioli. Lui sa fare miracoli anche con quelli.

Il silenzio non è assenza

C’è un’immagine che torna spesso nei Vangeli: il seme.

Il seme viene gettato nella terra. E poi scompare. Al buio. Nel silenzio. Sotto terra nessuno applaude, nessuno vede, nessuno capisce cosa stia accadendo.

Sembra morto.

Ma proprio lì, nel buio, accade qualcosa di misterioso e potente. Il seme si apre. Mette radici. Si prepara a diventare ciò che deve essere.

Forse anche il silenzio di Dio è così.

Non sempre è vuoto. Non sempre è assenza. A volte è gestazione. È il tempo in cui Lui lavora in profondità, dove i nostri occhi non vedono e la nostra mente non capisce.

Forse non avrai una risposta a tutte le tue domande. Forse non avrai mai la spiegazione completa del perché. Ma potresti ricevere qualcosa di più grande: una pace che non ha senso, una forza che non ti appartiene, una certezza silenziosa che, anche nel buio più fitto, non sei solo.

A chi sta crollando tutto e finge che vada bene

Lo so che sei stanco.

Stanco di sorridere quando dentro è notte.
Stanco di dire “va tutto bene” quando vorresti urlare.
Stanco di pregare e sentire il muro del silenzio.

Non devi fingere con Dio. A Lui puoi dire tutto. Anche la rabbia. Anche la delusione. Anche quando dentro ti viene da gridare: “Non riesco più a credere in Te, se questo è il modo in cui tratti chi Ti ama”.

Lui regge. Lui ascolta. Lui aspetta.

Sai qual è, a volte, il più grande atto di fede?

Non cantare le lodi quando tutto va bene. Ma sussurrare “resto” quando tutto dentro di te vorrebbe scappare.

Il dubbio come preghiera

Hai mai pensato che il dubbio possa diventare una preghiera?

Non il dubbio chiuso, rancoroso, usato come porta sbattuta in faccia a Dio. Ma il dubbio onesto. Quello che non sa più cosa pensare, eppure continua a rivolgersi a Lui.

Perché le preghiere perfette, quelle ben confezionate, a volte possono essere vuote. Ma il dubbio, la domanda sincera, la fatica di credere, quella è carne viva. È verità.

Non cercare di cacciare via le domande. Accoglile. Portale a Dio.

Digli: “Signore, ho questo dubbio, questa rabbia, questa confusione. Non so come fare. Aiutami Tu”.

E poi aspetta. Non necessariamente una risposta. Una presenza.

Perché il miracolo non è sempre la soluzione. A volte il miracolo è scoprire di non essere soli mentre si attraversa la tempesta.

E se un giorno…

E se un giorno, guardandoti indietro, scoprissi che proprio quelle domande, proprio quel buio, proprio quel silenzio ti hanno scavato dentro?

Ti hanno reso più umano. Più vero. Meno giudicante con chi fatica. Più capace di stare accanto a chi soffre senza bisogno di spiegare tutto.

Perché hai imparato che, a volte, l’unica risposta è una mano che stringe un’altra mano.

E basta.

Forse Dio non risponde subito perché vuole insegnarci a fidarci non delle risposte, ma di Lui.

Non del perché.

Di Lui.

Oggi

Se oggi sei nel punto in cui le domande superano le risposte, se la fede ti sembra un filo sottile che sta per spezzarsi, non spaventarti.

Quel filo è più resistente di quanto pensi. E nelle mani di Dio, anche un filo può diventare corda.

Non stai morendo.

Stai maturando.

Non stai perdendo tutto.

Stai diventando.

Una preghiera diversa

Signore,
non ho le parole giuste.
Ho solo silenzi pesanti,
dubbi che mi tolgono il respiro,
domande che urlano dentro
e che nessuno sembra sentire.

Non ti chiedo di spiegarmi tutto.
Ti chiedo di restarmi accanto.
Anche se non ti sento.
Anche se non ti vedo.

Aiutami a fidarmi.
Non con una fede eroica,
ma con la fede di chi è a pezzi eppure resta.
La fede di chi non capisce eppure sceglie.
La fede del seme che muore,
fidandosi della terra.

E quando non so più pregare,
tienimi Tu.
Come un padre che tiene il figlio nella notte,
senza bisogno di parole.

Amen.

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