
La liturgia di oggi ci conduce nello stesso campo in due ore diverse.
Nella prima lettura è un campo devastato: fuori dalla città giacciono le vittime della spada, dentro la città la fame consuma i corpi. Nel Vangelo, invece, è un campo nel quale crescono insieme il grano e la zizzania, in attesa della mietitura.
Due scene lontane. Eppure, sopra entrambe, c’è lo stesso sguardo: gli occhi di Dio pieni di lacrime.
Dio non guarda da lontano
La lettura di Geremia comincia con parole che sembrano salire direttamente dal cuore ferito di Dio:
«I miei occhi grondano lacrime
notte e giorno, senza cessare».
Dio non contempla la rovina del suo popolo da una tribuna. Non osserva il dolore con la freddezza di chi aveva avvertito e ora può dire: “Ve l’avevo detto”.
Piange.
Il peccato ha conseguenze reali. La città è ferita, il popolo è smarrito, la terra è diventata irriconoscibile. Eppure, prima ancora del grido degli uomini, la Scrittura ci mostra il pianto di Dio.
Noi soffriamo dentro le nostre ferite. Dio soffre anche per quelle che continuiamo a infliggerci.
Geremia allora osa rivolgersi a lui con parole quasi scandalose:
«Hai forse rigettato completamente Giuda?
Perché ci hai colpiti, senza più rimedio per noi?».
Non è una preghiera composta. È la voce di chi non riesce più a capire Dio, ma continua a parlargli. Di chi è ferito, confuso, persino arrabbiato, eppure non se ne va.
Perché la fede non è non avere domande.
La fede è continuare a gridare verso Dio quando non sappiamo più che cosa chiedergli.
Aggrappati al filo dell’alleanza
Geremia non cerca scuse. Non nasconde il peccato del popolo:
«Riconosciamo, Signore, la nostra infedeltà».
Ma proprio quando ogni merito è perduto, il profeta afferra ciò che ancora rimane:
«Ricordati! Non rompere la tua alleanza con noi».
Non porta davanti a Dio un elenco di opere buone. Non presenta ricevute da riscuotere. Tiene tra le mani soltanto il filo lacerato dell’alleanza e supplica Dio di non lasciarlo cadere.
È come se dicesse:
“Signore, noi non siamo stati fedeli. Ma tu sei ancora colui che ci ha amati. Noi abbiamo spezzato molte cose. Tu non spezzare il legame che ci tiene in vita”.
Questa è la preghiera di chi ha toccato il fondo e non possiede più nulla con cui difendersi.
Ed è proprio allora che la nostra povertà può diventare verità.
Prima della falce, le lacrime
Nel Vangelo il tono sembra diventare più duro.
Gesù parla della mietitura, degli angeli che separeranno la zizzania dal grano, della fornace ardente, del pianto e dello stridore di denti.
Il male, dunque, non verrà ignorato. Non sarà chiamato bene. Non resterà per sempre mescolato al grano.
Ma prima della mietitura c’è un tempo lungo, silenzioso, quasi incomprensibile: il tempo dell’attesa.
Il padrone del campo aveva detto:
«Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura».
Non perché la zizzania sia diventata innocua. Non perché il bene e il male siano la stessa cosa. Ma perché, tentando di strappare subito il male, i servi rischierebbero di strappare anche il grano.
Ed ecco il cuore delle letture di oggi:
prima che sul campo passi la falce, sul campo cadono le lacrime di Dio.
La sua pazienza non è indifferenza. È una misericordia che concede tempo senza negare la verità. È la mano di Dio che trattiene i servi troppo impazienti, perché la loro fretta di purificare il campo non finisca per distruggerlo.
Dio vede il male molto meglio di noi. Ma vede anche le radici che noi non vediamo, le ferite nascoste, i germogli ancora sotterranei, ciò che la grazia può compiere nel cuore di una persona prima della sera.
Noi vediamo ciò che qualcuno è stato.
Dio vede anche ciò che può ancora diventare.
La falce non è nelle nostre mani
La parabola ci ricorda una verità che dimentichiamo facilmente: noi non siamo i mietitori.
La falce non è stata affidata alle nostre mani.
A noi non è chiesto di dividere il mondo tra persone da salvare e persone da bruciare. Non ci è chiesto di dichiarare chi sia definitivamente grano e chi definitivamente zizzania.
Ci è chiesto di riconoscere il male senza diventarne complici, ma anche senza trasformarci in giudici del cuore altrui.
Perché possiamo denunciare il male e, nello stesso tempo, piangere per chi lo compie. Possiamo proteggere chi è ferito senza desiderare la distruzione di chi ha ferito. Possiamo mettere una distanza necessaria senza chiudere per sempre la porta alla grazia.
Il Dio che alla fine separerà è lo stesso Dio che oggi piange e attende.
Il giudizio appartiene a lui.
A noi appartengono la vigilanza, la conversione e le lacrime.
La preghiera che ci salva
Geremia non sa come riparare la rovina che ha davanti. Non possiede soluzioni. Non può cancellare il passato.
Può soltanto pregare:
«In te noi speriamo, perché tu hai fatto tutto questo».
Non dice: “Speriamo in noi stessi, perché questa volta saremo migliori”.
Dice: “Speriamo in te”.
Ci sono momenti nei quali anche noi non abbiamo più nulla da offrire. La nostra fede è stanca, le promesse fatte sono state tradite, la ferita continua a sanguinare. Persino le parole sembrano consumate.
In quei momenti non serve inventare una preghiera perfetta.
Possiamo soltanto afferrare il filo dell’alleanza e dire:
“Signore, ricordati di me.
Io ho spezzato molte cose,
ma tu non spezzare il legame.
Io non ho altro.
Ma ho ancora te”.
Ed è già abbastanza per non precipitare.
Trasforma la Parola in preghiera
Ripensa a una situazione nella quale senti crescere la zizzania: una ferita che non guarisce, un peccato che ritorna, una persona che hai già condannato nel tuo cuore, una speranza che sembra ormai soffocata.
Non fingere che il male non esista. Ma non afferrare la falce.
Presenta a Dio ciò che vedi e lascia a lui il giudizio, il tempo e l’ultima parola.
**Signore,
tu che non guardi da lontano
le rovine della mia vita,
accogli il mio grido.
I tuoi occhi piangono
sul male che ho subito
e sul male che anch’io ho seminato.
Non ho meriti da presentarti,
né parole con cui difendermi.
Posso soltanto afferrare
il filo della tua alleanza.
Ricordati di me.
Non spezzare il legame
che mi tiene unito a te.
Quando vedo la zizzania,
non lasciare che io creda
di avere la falce nelle mani.
Insegnami a chiamare il male per nome
senza smettere di sperare nella grazia;
a proteggere senza odiare,
a piangere senza condannare,
ad attendere senza diventare indifferente.
E quando verrà la mietitura,
fa’ che io sia trovato
tra coloro che si sono lasciati
pazientemente trasformare da te.
Amen.**