Quando Dio diventa troppo familiare

Gesù torna a Nazareth. È il paese dove è cresciuto, dove tutti conoscono la sua famiglia, la sua casa, il suo mestiere. Ha appena raccontato alle folle le parabole del Regno. Ma nel luogo che dovrebbe accoglierlo, le cose vanno diversamente.

La gente lo ascolta e rimane stupita. Poi comincia a domandarsi: «Non è costui il figlio del falegname? Sua madre non si chiama Maria? E i suoi fratelli e le sue sorelle non vivono tra noi?».

Conoscono tutto di lui. O almeno credono di conoscerlo.

Sanno da dove viene, chi sono i suoi parenti, in quale strada è cresciuto. E proprio questa familiarità diventa un muro. Non riescono più a vedere oltre ciò che già sanno. Non possono immaginare che Dio si nasconda in qualcuno di così ordinario, vicino, già visto.

«Ed era per loro motivo di scandalo».

Non si scandalizzano perché Gesù fa cose strane. Si scandalizzano perché è normale. Perché è uno di loro. Perché Dio, se è Dio, dovrebbe venire da lontano, non dalla bottega di un falegname.

Il rischio di chi crede di sapere

Quelli di Nazareth non sono atei. Sono credenti. Frequentano la sinagoga, conoscono le Scritture, attendono il Messia. Eppure non lo riconoscono quando è seduto davanti a loro.

Hanno già sistemato Gesù nella categoria giusta: il figlio del falegname, il ragazzo cresciuto in paese. Non c’è più spazio per la sorpresa. Non c’è spazio per il mistero. Non c’è spazio per Dio.

È il rischio più grande per chi crede: smettere di stupirsi. Frequentare il Vangelo senza lasciarsene interrogare. Celebrare i sacramenti senza lasciarsene trasformare. Pregare senza ascoltare. Conoscere tutto di Gesù, ma non incontrarlo mai davvero.

Anche Geremia, nella prima lettura, viene respinto proprio nel tempio. I sacerdoti, i profeti e il popolo ascoltano la sua parola e gridano: «Devi morire!».

È possibile stare nei luoghi di Dio e non voler ascoltare Dio. È possibile custodire i riti, conoscere le parole sacre e chiudere la porta quando il Signore dice qualcosa che non coincide con ciò che abbiamo già deciso.

A Nazareth Gesù «non fece molti prodigi, a causa della loro incredulità». Non perché non potesse, ma perché l’incredulità non è soltanto negare che Dio esista. È anche credere di sapere già tutto di lui.

Ignazio: l’uomo che continuava a cercare

Sant’Ignazio di Loyola, che oggi la Chiesa celebra, ha percorso la strada opposta.

Non si è accontentato di ciò che già sapeva. Ha cercato Dio nelle cose di ogni giorno, nelle decisioni, negli incontri, nei movimenti più profondi del cuore. Desiderava «trovare Dio in tutte le cose».

Ignazio amava guardare il cielo e le stelle. Quella contemplazione gli procurava una consolazione così grande da accendere in lui il desiderio di servire il Signore.

Quelli di Nazareth guardano Gesù e vedono soltanto il figlio del falegname. Ignazio guarda le stelle e vi riconosce una chiamata. La differenza non è nelle cose guardate, ma nello sguardo.

Per tutta la vita ha cercato di andare oltre le apparenze, oltre l’abitudine, oltre le risposte troppo facili. Non gli bastava sapere che Dio esisteva. Voleva comprendere che cosa Dio gli chiedesse in quella scelta, in quella giornata, in quel momento.

Per lui Dio non era un’idea da possedere, ma una presenza viva da ascoltare.

La fede che cerca, non che possiede

A Nazareth Gesù è respinto perché sembra troppo conosciuto. Da Ignazio è cercato perché è sempre più grande di ciò che abbiamo già compreso.

Forse la fede non è possedere Dio, ma desiderarlo. Non è sapere tutto di lui, ma continuare a cercarlo. Non è rinchiuderlo nelle nostre categorie, ma lasciarci sorprendere dalla sua presenza proprio là dove pensavamo di non trovare più nulla di nuovo.

Dio non abita soltanto nei miracoli straordinari. Abita nel figlio del falegname. Nel cielo che accende il desiderio di Ignazio. Nella Parola ascoltata cento volte che, improvvisamente, ci parla come se fosse la prima. Nella persona che incontriamo ogni giorno e che forse abbiamo smesso di guardare davvero.

Il rischio di Nazareth è sempre vicino: credere di conoscere Dio e smettere di cercarlo. Frequentare la sua casa senza riconoscerlo. Ascoltare la sua Parola senza permetterle di sorprenderci.

Sant’Ignazio ci ricorda che la fede è desiderio, attenzione, ricerca. È uno sguardo che non si ferma alla superficie. È un cuore che ascolta e non ha fretta di concludere.

Trasforma la Parola in preghiera

Pensa a qualcosa che nella tua vita è diventato troppo familiare: la Messa, la preghiera, una persona, un gesto di carità ripetuto senza più attenzione.

Chiedi oggi la grazia di tornare a stupirti. Di riconoscere Dio nascosto in ciò che hai già visto mille volte. Di non dare nulla per scontato.

**Signore Gesù,
quante volte ti ho guardato
senza riconoscerti.

Quante volte ti ho ascoltato
senza lasciarmi cambiare.
Quante volte ho creduto
di sapere già tutto di te
e ti ho rinchiuso
nelle mie categorie.

Perdonami quando la fede diventa abitudine,
quando la preghiera si svuota di desiderio,
quando la tua presenza mi appare scontata.

Donami la grazia di Ignazio:
cercarti in ogni cosa,
riconoscerti in ogni volto,
ascoltarti in ogni scelta.

Rendimi capace di stupirmi
di Dio nascosto nel figlio del falegname,
del cielo che rivela la tua bellezza,
della Parola che oggi mi parla
come se fosse la prima volta.

Amen.**

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