Il giorno in cui Francesco chiese troppo

Il Perdono di Assisi e la porta che Dio si ostina a lasciare aperta

Quella volta Francesco non fu affatto moderato.

Non chiese un privilegio per i suoi frati. Non domandò una ricompensa per chi aveva pregato di più, digiunato più a lungo o peccato di meno. Chiese una porta spalancata. Chiese che chiunque fosse entrato nella piccola chiesa della Porziuncola, pentito e riconciliato con Dio, potesse ricevere un perdono pieno.

In una parola, chiese troppo.

Ma forse soltanto chi ha conosciuto davvero il cuore di Dio ha il coraggio di chiedere troppo alla sua misericordia.

Una piccola chiesa e un desiderio smisurato

La Porziuncola era una cappella minuscola, povera, quasi insignificante. Francesco l’aveva riparata con le proprie mani, pietra dopo pietra. Era uno dei luoghi nei quali aveva imparato ad ascoltare Dio, a lasciarsi spogliare delle proprie sicurezze e a ricominciare.

Proprio lì nacque un desiderio che non aveva nulla di piccolo.

La tradizione racconta che Francesco chiese al Papa una grazia straordinaria: che chiunque fosse entrato in quella chiesa con cuore sinceramente pentito potesse ricevere l’indulgenza, cioè la remissione della pena temporale: quelle conseguenze, quelle ferite e quegli attaccamenti che il peccato lascia in noi anche dopo che la colpa è stata perdonata, e che la grazia continua a guarire.

Non voleva una misericordia riservata a pochi. Non voleva un privilegio per persone eccezionali. Voleva che il perdono fosse raggiungibile anche dai poveri, da chi non poteva affrontare lunghi pellegrinaggi, da chi arrivava davanti a Dio senza altro da offrire se non il proprio bisogno.

Quando il desiderio fu accolto, Francesco uscì e annunciò alla gente:

«Fratelli miei, voglio mandarvi tutti in Paradiso!».

Non disse: voglio rendervi tutti perfetti.

Disse: voglio mandarvi tutti in Paradiso.

Il Dio che non ci identifica con il nostro errore

Il Perdono di Assisi non celebra persone che non hanno sbagliato. Celebra un Dio che rifiuta di identificare qualcuno con il suo errore.

Noi, invece, lo facciamo spesso.

Ricordiamo una persona per ciò che ci ha fatto. La chiudiamo dentro la sua colpa. La fissiamo nel giorno peggiore della sua vita. Talvolta facciamo lo stesso con noi stessi: continuiamo a guardarci attraverso una scelta sbagliata, una caduta, una parola che non possiamo più ritirare, una ferita che abbiamo provocato.

Dio conosce tutto questo. Non minimizza il male, non lo chiama bene, non finge che non sia accaduto.

Ma vede anche ciò che noi non riusciamo più a vedere: la persona che può ancora nascere dopo l’errore.

La misericordia non cancella la nostra storia. Le impedisce di diventare una sentenza.

Quando non riusciamo a perdonare noi stessi

A volte crediamo facilmente che Dio possa perdonare gli altri. Il problema comincia quando dobbiamo credere che possa perdonare proprio noi.

Ci sono colpe che abbiamo confessato, ma che continuiamo a portare. Errori che Dio ha già deposto e che noi raccogliamo di nuovo ogni mattina. Li chiamiamo responsabilità, memoria, perfino umiltà. Ma a volte è soltanto l’incapacità di accettare che l’amore possa essere davvero gratuito.

Preferiremmo pagare.

Vorremmo espiare abbastanza, soffrire abbastanza, diventare finalmente degni. Vorremmo presentarci davanti a Dio con i conti in ordine e una versione migliore di noi stessi.

La misericordia, invece, ci raggiunge mentre abbiamo ancora le mani vuote.

Il Perdono di Assisi ci ricorda che non siamo noi a dover convincere Dio ad amarci. È Dio che prova, instancabilmente, a convincere noi che il suo amore è più grande del nostro peccato.

Non uno sconto, ma un dono che attraversa la storia

L’indulgenza viene talvolta immaginata come una specie di sconto spirituale, un modo facile per sottrarsi alle conseguenze delle proprie azioni. Ma il perdono cristiano non è una scorciatoia.

Ogni peccato lascia tracce. Può ferire le relazioni, indurire il cuore, creare abitudini che ci rendono meno liberi. Anche quando la colpa è perdonata, restano spesso conseguenze da guarire.

L’indulgenza non dice che il male non conta. Dice che la grazia di Cristo può raggiungere anche le ferite che il male ha lasciato dietro di sé.

Ma c’è qualcosa di ancora più grande. Nella Chiesa nessuno affronta da solo il proprio cammino di conversione. La preghiera, l’amore e la santità di ciascuno diventano, in Cristo, un bene per tutti.

È la comunione dei santi: un legame misterioso nel quale la fedeltà dell’uno sostiene la debolezza dell’altro e il bene compiuto da qualcuno può raggiungere anche chi non ha più forze.

L’indulgenza è la Chiesa che, con l’autorità ricevuta da Cristo, attinge al tesoro inesauribile dei meriti di Cristo e dei santi e lo offre al peccatore pentito. Lo fa perché nessuno sia lasciato solo nel cammino della purificazione: la grazia lo rende più libero, passo dopo passo.

Non sostituisce la conversione: la presuppone. Non è un lasciapassare per chi non vuole cambiare, ma il dono offerto a chi desidera davvero ricominciare.

Perdonare non è tornare

C’è però un equivoco da evitare.

Il Perdono di Assisi non può diventare una parola usata per costringere qualcuno a dimenticare troppo in fretta, a riaprire una porta pericolosa o a comportarsi come se nulla fosse accaduto.

La misericordia non nega la verità. Non cancella la responsabilità. Non impone riconciliazioni senza cambiamento e non riconsegna le vittime nelle mani di chi continua a ferirle.

Perdonare non significa chiamare bene ciò che è stato male.

Non significa fidarsi di nuovo senza ragioni.

Non significa tornare nella stanza nella quale siamo stati umiliati.

A volte il perdono permette di ricostruire una relazione. Altre volte consente soltanto di andarsene senza lasciare che l’odio continui a tenerci legati.

Perdonare significa impedire alla ferita di decidere chi diventeremo.

La porta della misericordia è sempre aperta. Ma Dio non ci obbliga a rientrare nelle stanze dalle quali ci ha aiutato a uscire.

La porta non si attraversa da sola

Tra il mezzogiorno del 1° agosto e la mezzanotte del 2 agosto, molte persone entreranno in una chiesa francescana o parrocchiale per vivere il Perdono di Assisi.

Alcune arriveranno con una preghiera precisa. Altre porteranno nomi, rimorsi, fallimenti, assenze. Qualcuno entrerà sapendo bene che cosa desidera chiedere. Qualcun altro saprà soltanto di essere stanco di trascinare il proprio passato.

Nessuno entrerà senza una storia.

Ma nessuno dovrà credere che la propria storia sia già una condanna.

Eppure, la porta è aperta, ma non si varca da sola. Dio non forza il nostro passo. La sua grazia ci precede, ci chiama, ci attende, ma non decide al posto nostro.

Il Perdono di Assisi è un dono, non un automatismo. Non basta oltrepassare una soglia con i piedi, se il cuore ha deciso di restare altrove.

Si riceve con il desiderio sincero di distaccarsi dal male, non con un semplice passaggio fisico dentro una chiesa.

Ottocento anni dopo la morte di san Francesco, non restiamo soltanto davanti alla memoria di un santo. Restiamo davanti a una porta.

Forse è questo il modo più vero di ricordarlo: non limitarci ad ammirare quanto fosse santo lui, ma permettere alla misericordia che lo ha trasformato di raggiungere anche noi.

Francesco voleva mandarci tutti in Paradiso. Non perché pensasse che il male fosse irrilevante, ma perché aveva compreso che nessun male è più grande dell’amore con cui Dio cerca i suoi figli.

Il Perdono di Assisi non premia i buoni.

È il giorno in cui chi si crede perduto scopre di non essere mai stato cancellato.

Essere attesi, però, non significa essere trascinati.

La porta è aperta, ma il passo resta nostro – e ogni passo che facciamo, per quanto nostro, è già sostenuto da Chi ci ha chiamati per primo.

Come vivere il Perdono di Assisi

Dal mezzogiorno del 1° agosto fino alla mezzanotte del 2 agosto è possibile ricevere l’indulgenza plenaria visitando una chiesa parrocchiale o francescana.

Sono richiesti:

  • la Confessione sacramentale, celebrata nei giorni precedenti o successivi;
  • la Comunione eucaristica;
  • la visita a una chiesa parrocchiale o francescana, con la recita del Credo e del Padre nostro;
  • una preghiera secondo le intenzioni del Papa;
  • un cuore sinceramente deciso a non restare legato ad alcun peccato, anche veniale.

Nessuno di questi atti è un merito che ci fa guadagnare l’indulgenza. Sono gesti concreti attraverso i quali ci disponiamo ad accogliere la grazia di Cristo, già donata e già sufficiente: la Confessione ci riconcilia, la Comunione ci unisce a Lui, la preghiera allarga il cuore alla comunione della Chiesa.

Non si tratta, dunque, di una formula che produce automaticamente un risultato. Senza il desiderio sincero di tornare a Dio e di prendere le distanze dal male, nessun gesto esteriore può aprire il cuore alla grazia.

L’indulgenza non si conquista: si riceve, con umiltà, da Colui che ci ha amati per primo. È Lui a muovere il nostro passo, anche quando crediamo di camminare da soli.

Può essere ricevuta per sé oppure applicata, come suffragio, a una persona defunta.

Trasforma questa parola in preghiera

Signore,
ci sono errori dai quali non sappiamo liberarci
e ferite che continuano a parlare dentro di noi.

Donaci il coraggio di varcare
la porta della tua misericordia.

Insegnaci a riconoscere il male senza disperare,
a chiedere perdono senza nasconderci,
a perdonare senza tradire la verità.

Liberaci dall’idea
che la nostra storia sia già scritta
e che una caduta possa dire tutto di noi.

Fa’ che nessuno si senta cancellato,
nessuno irrecuperabile,
nessuno troppo lontano per essere cercato.

Ma ricordaci, Signore,
che la porta è aperta
e attende il nostro passo:

la tua grazia ci precede e ci sostiene,
ma non decide al posto nostro.

Donaci la fiducia di chi sa di essere atteso
e il coraggio di non restare fermo sulla soglia.

E quando saremo tentati di chiudere una porta,
ricordaci il desiderio di Francesco:

vedere tutti i tuoi figli tornare a casa.

Fa’ che anche noi, oggi,
abbiamo il coraggio di compiere
il primo passo.

Amen.

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