La Parola e i pastori

La parabola del seminatore ci mette davanti a quattro terreni. Ognuno di noi può riconoscersi in qualcuno di essi, forse in più d’uno, a seconda delle stagioni della vita.

Ma la liturgia di oggi accosta a questo Vangelo una parola del profeta Geremia che sposta lo sguardo. Non ci fa guardare soltanto il terreno del nostro cuore. Ci fa guardare anche il campo più grande: il popolo di Dio.

«Vi darò pastori secondo il mio cuore, che vi guideranno con scienza e intelligenza».

Anche il terreno buono ha bisogno di essere custodito. Ha bisogno di essere dissodato, liberato dai sassi, ripulito dai rovi. Ha bisogno di qualcuno che se ne prenda cura perché possa portare frutto.

È questa, nella Scrittura, la missione del pastore: non dominare il gregge, ma custodirlo; non servirsi delle persone, ma servirle; non occupare il posto di Dio, ma aiutare ciascuno ad ascoltare la sua voce.

La promessa di Dio

Geremia parla a un popolo che ha conosciuto la dispersione. Figli traviati, chiamati a ritornare. Il Signore promette di radunarli, di ricondurli a Sion e di dare loro guide che non li smarriscano.

«Vi prenderò uno da ogni città e due da ciascuna famiglia».

Non una folla anonima, ma volti, nomi, storie. Dio ricostruisce il suo popolo una persona alla volta. Perché il terreno buono non è un campo indistinto: è l’insieme di tanti piccoli appezzamenti, ciascuno con la sua storia, le sue pietre, i suoi rovi.

E il salmo responsoriale lo canta con la stessa immagine: «Chi ha disperso Israele lo raduna e lo custodisce come un pastore il suo gregge».

Il pastore non crea il gregge dal nulla: lo raccoglie. Va a cercare le pecore dove si sono smarrite e le riporta a casa.

Così Dio fa con noi. Non ci sostituisce con terreni migliori. Lavora il terreno che siamo.

La nuova alleanza

C’è un versetto sorprendente nella prima lettura:

«Non si parlerà più dell’arca dell’alleanza del Signore: non verrà più in mente a nessuno e nessuno se ne ricorderà, non sarà rimpianta né rifatta».

L’arca era il segno più sacro della presenza di Dio in mezzo al popolo. Custodiva le tavole della Legge e richiamava l’alleanza, il cammino nel deserto, la fedeltà del Signore.

Eppure Geremia annuncia un tempo in cui la presenza di Dio non sarà più legata a un unico oggetto sacro. Gerusalemme stessa sarà chiamata «Trono del Signore» e tutte le genti si raduneranno nel suo nome.

È una promessa immensa.

Nel compimento della nuova alleanza, la Parola non resta incisa soltanto su tavole di pietra né custodita in un luogo esterno. Viene seminata nel cuore dell’uomo.

Il terreno chiamato ad accogliere la Parola siamo noi. E noi stessi, abitati dallo Spirito, diventiamo tempio della presenza di Dio.

Non basta, allora, custodire segni esteriori. Occorre permettere alla Parola di entrare, di mettere radici, di trasformare la vita.

Pastori e terreni

Le due letture si illuminano a vicenda.

La parabola ci chiede: che terreno sei?

La prima lettura ci ricorda che non siamo soli nel cammino che rende fecondo il nostro cuore. Dio promette pastori che guidino con scienza e intelligenza.

Non guide che seducono, sfruttano o si servono del gregge. Pastori secondo il cuore di Dio, capaci di conoscere le strade del deserto e di ricondurre a casa.

Il buon pastore è colui che aiuta il terreno a diventare buono. Toglie i sassi senza rompere la terra. Estirpa i rovi senza strappare il grano. Protegge il seme perché non venga rubato e accompagna con pazienza ciò che sta appena cominciando a germogliare.

Ma ogni credente è chiamato anche a lasciarsi custodire.

Perché il terreno più fertile, se abbandonato a se stesso, torna presto a riempirsi di pietre e di spine. Nessuno è così forte da non avere bisogno di una parola, di una correzione, di una presenza che lo aiuti a non smarrirsi.

Lasciarsi guidare, però, non significa rinunciare alla propria coscienza. Significa accettare di non bastare a se stessi.

Camminare insieme

Geremia annuncia che un giorno tutte le genti si raduneranno a Gerusalemme e «non seguiranno più caparbiamente il loro cuore malvagio».

La caparbietà è la durezza della strada: il terreno calpestato sul quale il seme cade senza riuscire a entrare. La conversione comincia quando permettiamo al Signore di raggiungere ciò che in noi si è indurito e accettiamo di non essere noi gli unici giudici del cammino.

Per questo non ci salviamo da soli.

Abbiamo bisogno di qualcuno che ci indichi la strada senza trascinarci. Di chi sappia correggerci senza umiliarci, aspettarci senza abbandonarci, incoraggiarci senza sostituirsi a noi. Abbiamo bisogno di fratelli e sorelle capaci di accorgersi quando rallentiamo, di fermarsi quando restiamo indietro e di ricordarci la meta quando siamo tentati di tornare indietro.

Ma camminare insieme significa anche imparare a fare lo stesso per gli altri.

Non precederli per dimostrare di essere più forti. Non spingerli perché seguano il nostro passo. Non trattenerli perché abbiamo paura di perderli. Camminare insieme è custodire la libertà dell’altro, offrirgli una presenza fedele e lasciare che sia Dio a condurlo secondo vie che non sempre coincidono con le nostre.

La Chiesa non è un campo formato da terreni già perfetti. È un campo nel quale il Seminatore continua a passare e nessuno è considerato irrecuperabile. È il luogo in cui chi è diventato terra buona non disprezza la strada indurita, ma la custodisce con speranza; non giudica il terreno sassoso, ma lo aiuta a trovare profondità; non condanna quello soffocato dai rovi, ma gli fa spazio perché possa respirare.

Perché tutti, in stagioni diverse, possiamo essere strada, pietra, rovo o terra feconda. E tutti abbiamo bisogno che qualcuno creda nel seme deposto in noi, anche quando ancora non si vede nulla.

Non tutti porteranno lo stesso frutto: cento, sessanta, trenta per uno. Ma nel campo di Dio nessun frutto autentico cresce soltanto per se stesso. Diventa pane condiviso, ombra per chi è stanco, seme affidato nuovamente alla terra.

Camminare insieme significa questo: non lasciare indietro nessuno, non impedire a nessuno di crescere e non dimenticare mai che il raccolto appartiene a Dio.

Trasforma la Parola in preghiera

Pensa al tuo cuore come a un terreno.

C’è qualcosa che lo sta indurendo? Qualche sasso nascosto? Qualche rovo che cresce senza che tu te ne accorga?

Non pretendere di dissodarlo da solo. Affidalo a Dio, che è insieme Seminatore e Pastore: getta instancabilmente la sua Parola e custodisce ciò che in noi comincia a germogliare.

Ringrazialo anche per chi, nella tua vita, è stato pastore secondo il suo cuore: una guida, un amico, un testimone che ti ha aiutato a portare frutto.

Signore Gesù,
tu sei il Seminatore
che non si stanca di gettare il seme
e sei il Pastore
che raduna ciò che era disperso.

Guarda il mio cuore:
conosci i sassi che lo riempiono,
i rovi che lo soffocano,
la durezza che a volte
lo rende simile a una strada.

Non lasciarmi solo
a lavorare il mio terreno.

Mandami pastori secondo il tuo cuore
e fa’ che io sappia
riconoscerli e accoglierli.

Dissoda tu
ciò che in me si è indurito.
Liberami da tutto ciò
che mi impedisce di portare frutto.

E rendi anche me,
per le persone che mi affidi,
una presenza che custodisce
senza dominare,
che accompagna senza trattenere,
che aiuta a crescere
senza occupare il tuo posto.

Radunami con i fratelli e le sorelle
che camminano verso di te,
perché nessuno resti indietro
e tutti possiamo sedere alla tua mensa,

dove il lutto si cambia in gioia
e ogni lacrima viene asciugata.

Amen.

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