Il giorno che non sembrava un addio

Certe mattine si alza il vento, tramonta la luce di un pomeriggio qualsiasi, si spegne una risata in cucina, e non ce ne accorgiamo. Non abbiamo sentito alcun campanello d’allarme, nessuno ha abbassato la voce per dirci: “Ecco, è l’ultima volta”.

Semplicemente, la vita è andata avanti. E un gesto che sembrava eterno – il peso di un bambino addormentato sulla spalla, la corsa scalza nel corridoio, la telefonata del martedì con quella persona che ora non c’è più – si è compiuto per l’ultima volta, in punta di piedi, senza disturbare.

C’è un inganno sottile, nella quotidianità: ci illudiamo che le cose importanti debbano avere un’aria solenne, un preavviso, un segnale. Invece no. Le ultime volte assomigliano a oggi. Hanno l’odore del caffè al mattino, la luce fioca di una sera qualunque, la voce di chi amiamo che dice “ci sentiamo domani” – e quel domani, a volte, non arriva.

Non è malinconia. È la trama stessa dell’esistenza: un tessuto di ore che si consumano mentre siamo distratti, convinti che ci sarà sempre un’altra occasione per giocare, per ringraziare, per stringere più forte. E intanto il tempo sfugge, non perché sia crudele, ma perché è prezioso. Troppo prezioso per essere sprecato nell’attesa di un domani che forse non ci appartiene.

Allora viene da chiedersi: come si fa a non lasciarsi sfuggire la vita? Come si impara ad abitare il presente prima che diventi un ricordo?

Forse bisogna ricominciare da capo. Imparare a guardare ogni istante con occhi nuovi, come se fosse il primo e l’ultimo insieme. E per farlo, abbiamo bisogno di maestri. Di qualcuno che abbia già percorso questa strada prima di noi. I più grandi li troviamo nella Scrittura, nella Tradizione della Chiesa, nei santi. Loro sì che avevano capito come si fa a non addormentarsi mentre la vita scorre.

La Scrittura lo aveva già detto

La Bibbia non usa giri di parole quando parla della fragilità del tempo. Il Salmo 90, preghiera di Mosè, uomo che di “ultime volte” ne aveva viste tante, supplica con realismo struggente:

“Insegnaci a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore” (Sal 90,12).

Non dice “insegnaci a contare gli anni”. Dice i giorni. Perché la sapienza non sta nel sapere quanto durerà il viaggio, ma nel riconoscere che ogni giorno è un frammento di eternità che ci viene donato. Il saggio non è colui che accumula tempo, ma colui che lo abita.

E san Giacomo, con la sua prosa tagliente, ci scuote dal torpore:

“Che cos’è la vostra vita? Siete come vapore che appare per un istante e poi scompare” (Gc 4,14).

Vapore. Soffio. Nebbia del mattino che il sole disperde. Non per incuterci angoscia, ma per destare in noi la fame della pienezza. Perché se tutto passa, allora tutto è prezioso.

La Tradizione della Chiesa: il Kairós nascosto nel Chrónos

La riflessione cristiana ha spesso distinto due modi di intendere il tempo. C’è il chrónos, il tempo cronologico, quello dell’orologio e del calendario, che scorre inesorabile e divora le ore. E c’è il kairós, il tempo opportuno, il momento favorevole, la finestra improvvisa che Dio apre nella trama ordinaria dei giorni.

La liturgia ce lo ricorda ogni anno, quando nel Mercoledì delle Ceneri risuona l’antico monito tratto dalla Genesi:

“Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai”.

Non è una minaccia. È un sussurro di verità che la Chiesa, madre sapiente, ci ripete perché non diamo per scontato il soffio che abbiamo in gola. Perché riconosciamo che l’ultima volta in cui potremo amare, perdonare, stringere, benedire, potrebbe avere il volto semplice di oggi.

Sant’Agostino, che di tempo se ne intendeva, scrive nelle Confessioni parole che sembrano rispondere direttamente alla nostra distrazione:

“Troppo tardi ti ho amato, Bellezza così antica e così nuova, troppo tardi ti ho amato. Eri dentro di me, e io ero fuori. E fuori ti cercavo”.

Quante “ultime volte” abbiamo sprecato cercando fuori – nel frastuono, nell’urgenza fasulla, nella distrazione – ciò che era già dentro, già donato, già presente nell’attimo?

I Santi: mistici dell’oggi

I santi sono coloro che hanno imparato a contare i giorni. Hanno vissuto ogni attimo come se fosse l’ultimo, non per paura, ma per amore.

Santa Teresa di Lisieux, la giovane carmelitana che fece della quotidianità la sua via al cielo, confidava:

“Raccogliere uno spillo per amore può convertire un’anima”.

Aveva capito che non servono gesti eroici per rendere eterna un’ora. Basta un gesto minuscolo, fatto con tutto l’amore di cui si è capaci. Perché anche l’ultimo piccolo gesto compiuto per amore può dire molto della direzione del nostro cuore.

San Josemaría Escrivá, il santo dell’ordinario, ne fece un programma di vita:

“Fa’ tutto per Amore. Così non ci sono cose piccole: tutto è grande. La perseveranza nelle piccole cose, per Amore, è eroismo”.

E questa sapienza dell’ordinario ci ricorda che il momento presente è il tempo di Dio: va vissuto con pienezza, senza rimandare a domani il bene che possiamo fare oggi. Perché potrebbe non esserci un domani per quel bene. O per quella persona.

San Francesco di Sales, il dolce vescovo di Ginevra, ci ha lasciato un’indicazione concreta, un fiore da cogliere ogni mattina:

“Non guardare l’avvenire: esso non esiste ancora. Non riguardare il passato: esso non è più. Occupati solo del presente, e vivilo bene, in modo che quando sarà passato possa esserti motivo di gioia e non di rimpianto”.

E se l’ultima volta di qualcosa è proprio oggi, allora l’unico rimpianto possibile è non averla vissuta.

Il segreto che ci sfugge

Eccolo, il segreto: l’ultima volta di qualcosa assomiglia sempre a oggi. Ha il volto della moglie che ti passa il caffè, del marito che torna stanco, del figlio che ti chiede di guardare un disegno, dell’amico che ti scrive un messaggio a cui non rispondi subito perché “poi lo faccio”. Ha il sapore del pane spezzato a cena, della preghiera biascicata nella stanchezza, del perdono rimandato a un momento “migliore”.

Ma il momento migliore non esiste. Esiste solo questo. Questo istante, qui.

Gesù, nel Vangelo, ci ha dato la cifra per vivere ogni attimo come un’eternità:

“Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20).

Non “sarò con voi nei giorni importanti”. Ma tutti i giorni. Anche in quello che sembra un giorno qualunque e che invece è l’ultima occasione per dire “ti voglio bene”, per chiedere scusa, per ringraziare, per giocare, per stringere.

Allora, forse, la vera sapienza del cuore sta in questo: svegliarsi ogni mattina e dirsi, con dolcezza e senza angoscia, che oggi potrebbe essere l’ultima volta. L’ultima volta che vedo l’alba, l’ultima volta che bacio mia madre, l’ultima volta che posso perdonare. E perciò, proprio perciò, oggi è il giorno più importante della mia vita.

Non per accumulare gesti frenetici. Ma per smettere di rimandare l’amore.

Vivere davvero, allora, non significa riempire tutto di rumore. Significa abitare ogni cosa al massimo della presenza. Perché quando l’ultima volta arriverà – e arriverà – tu possa abbracciarla come un’amica attesa, e non come una ladra che ti ha rubato ciò che non hai mai avuto il coraggio di vivere.

E quella sera, quando il sole calerà sull’ultimo giorno, potrai dire con le parole di san Paolo:

“Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede” (2 Tm 4,7).

Perché ogni giorno, anche quello che sembrava insignificante, è stato vissuto come un dono. E nulla, proprio nulla, è andato perduto.

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