Il nome che ci restituisce alla vita

Maria di Màgdala arriva al sepolcro «quando era ancora buio».

È buio fuori, perché il giorno non è ancora sorto. Ma è buio anche dentro di lei. Gesù è morto, la pietra è stata rimossa e perfino il suo corpo sembra essere scomparso. Maria non riesce ancora a immaginare la risurrezione. Davanti al sepolcro vuoto pensa soltanto a un’ultima perdita: «Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’hanno posto».

Il dolore restringe lo sguardo. Anche quando la vita nuova è già cominciata, noi continuiamo a cercare ciò che abbiamo perduto. Anche quando la pietra è stata tolta, restiamo davanti alla tomba convinti che tutto sia finito.

Maria piange perché ama. Ma, per il momento, il suo amore sa ancora guardare soltanto verso il passato.

Perché piangi?

Gli angeli le domandano: «Donna, perché piangi?». Poco dopo, anche Gesù le rivolge la stessa domanda: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?».

Non è un rimprovero. Nessuno le dice che non dovrebbe piangere. Il Risorto non disprezza le lacrime e non pretende che il dolore scompaia all’improvviso. Le chiede, però, di dare un nome alla sua sofferenza e alla sua ricerca.

«Chi cerchi?».

È una domanda che attraversa tutto il Vangelo e raggiunge anche noi. Che cosa stiamo cercando davvero? Una risposta? Una consolazione? Il ritorno di ciò che abbiamo perduto? Oppure il Signore vivo, anche quando si presenta in una forma che non riconosciamo?

Maria vede Gesù in piedi davanti a sé, ma lo scambia per il custode del giardino. È possibile avere il Risorto accanto e continuare a pensare che sia soltanto uno sconosciuto. Il dolore, a volte, ci impedisce di riconoscere perfino la presenza che stiamo invocando.

«Maria!»

Tutto cambia quando Gesù pronuncia il suo nome: «Maria!».

Non le offre una spiegazione. Non le dimostra razionalmente di essere risorto. La chiama.

Maria riconosce Gesù perché si scopre riconosciuta da lui. Prima ancora che lei riesca a vedere il Signore, il Signore vede lei. Prima che sappia ritrovarlo, è lui a ritrovare lei.

C’è una voce capace di raggiungerci là dove nessun ragionamento riesce ad arrivare. È la voce di chi conosce il nostro nome, la nostra storia, le ferite che portiamo e l’amore con cui continuiamo a cercarlo anche nel buio.

Maria si volta e risponde: «Rabbunì!», Maestro.

Si era già voltata una volta, ma quel movimento era ancora rivolto al passato. Ora si volta verso la vita. Non cambia soltanto la direzione dello sguardo. Cambia il cuore. Si volta dalla morte verso la vita, dall’assenza verso la presenza, dal pianto solitario verso l’incontro.

La risurrezione comincia anche così: quando, dentro le nostre notti, sentiamo Dio pronunciare ancora il nostro nome.

Non mi trattenere

Maria vorrebbe trattenere Gesù. È un gesto comprensibile: lo aveva perduto e ora non vuole rischiare di perderlo di nuovo.

Ma Gesù le dice: «Non mi trattenere».

Non la respinge e non prende le distanze dal suo affetto. Le fa comprendere che non può tornare tutto come prima. Il Risorto non è venuto semplicemente a restituirle il passato. È venuto ad aprirle un futuro.

Ci sono incontri con Dio che vorremmo custodire per noi, consolazioni alle quali vorremmo aggrapparci, momenti di luce che desidereremmo fermare. Ma la fede non consiste nel trattenere Gesù. Consiste nel lasciarsi mandare da lui.

L’amore vero non stringe fino a imprigionare. Riceve, accoglie e poi diventa annuncio.

La donna mandata ai fratelli

«Va’ dai miei fratelli e di’ loro…».

Maria era arrivata al sepolcro cercando un corpo da piangere. Riparte portando una notizia capace di cambiare la storia: «Ho visto il Signore!».

Nel giorno in cui la Chiesa celebra santa Maria Maddalena, non ricordiamo soltanto una donna guarita e fedele, rimasta accanto a Gesù fino alla croce. Contempliamo una discepola che il Risorto chiama per nome e invia ai suoi fratelli.

Il suo annuncio non nasce da una teoria. Nasce da un incontro: «Ho visto il Signore!».

Maria non dice di avere compreso tutto. Non possiede tutte le risposte. Racconta ciò che ha visto e ciò che Gesù le ha detto. È questa la radice di ogni testimonianza cristiana: non parlare di un ricordo lontano, ma di una presenza che ci ha raggiunti e rimessi in cammino.

Il Vangelo non le toglie le lacrime dal passato. Le trasforma. La donna che piangeva davanti a una tomba diventa la donna che corre verso i fratelli.

Il Risorto non cancella la sua storia. La rende feconda.

Trasforma la Parola in preghiera

Pensa a una situazione davanti alla quale stai ancora piangendo come se tutto fosse finito.

Forse il Signore è già vicino, ma il dolore ti impedisce di riconoscerlo. Prova a sostare davanti alla sua domanda: «Perché piangi? Chi cerchi?». E lascia che, nel silenzio, egli pronunci il tuo nome.

Signore Gesù,
quando il buio mi impedisce di vedere
e il dolore restringe il mio sguardo,
resta accanto a me.

Non vergognarti delle mie lacrime
e insegnami ad ascoltare
la domanda nascosta dentro di esse.

Pronuncia ancora il mio nome,
perché io possa riconoscerti
vivo e presente
anche quando ti confondo
con uno sconosciuto.

Liberami dal desiderio
di trattenerti soltanto per me.
Fa’ che ogni incontro con te
diventi un cammino verso gli altri.

Come Maria di Màgdala,
rendimi capace di attraversare il buio
e di portare ai fratelli
l’annuncio che cambia la vita:

«Ho visto il Signore!».

Amen.

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