
Facile a dirsi. Difficile da vivere. Quasi offensivo, a volte, quando la vita ti ha messo con le spalle al muro e qualcuno arriva con la sua bella frase fatta: “Dai, non aver paura…”.
Ma qui non stiamo parlando di un consiglio. Non è un “pensiero positivo”. Non è la solita raccomandazione spirituale che sa di naftalina.
Quello che Gesù dice oggi è un’altra cosa.
E per capirlo, forse dobbiamo smettere di nasconderci dietro le paure “rispettabili” che confessiamo volentieri. Quelle che fanno bella figura in chiesa.
Dobbiamo avere il coraggio di guardare in faccia le paure vere. Quelle che ci fanno vergognare. Quelle che di notte ci tengono svegli e di giorno ci fanno indossare una maschera.
La paura di non valere abbastanza. Di essere sbagliati.
La paura che i nostri figli prendano strade che non controlliamo più.
La paura che il nostro matrimonio sia diventato solo un’abitudine vuota.
La paura del referto medico, quella che ti gela il sangue mentre aspetti in sala d’attesa.
La paura di invecchiare e di diventare invisibili, un peso per tutti.
La paura di perdere il lavoro e con esso l’identità.
La paura che, in fondo in fondo, Dio si sia stancato di noi. O forse che non ci sia mai stato.
Queste paure non si curano con un ragionamento. Non passano perché qualcuno ci spiega che “dobbiamo avere fiducia”.
Allora cosa offre questa domenica? Cosa offre Geremia, braccato come un animale, con gli amici che aspettano solo un suo passo falso?
Cosa offre Gesù ai suoi discepoli, fragili e impauriti, che stanno per essere mandati nel mondo come pecore in mezzo ai lupi?
Non offre soluzioni. Non dà il foglietto illustrativo per risolvere tutti i problemi.
Offre una Presenza.
Geremia non dice: “Il Signore ha sconfitto i miei nemici”. Non è vero, sono ancora lì.
Dice: «Il Signore è al mio fianco». E questo cambia tutto. Perché il problema più grande non era l’esercito attorno a lui, ma la solitudine dentro di lui. La paura di affrontare tutto questo da solo.
E Gesù cosa dice? Non dice: “Vi tolgo la missione perché è troppo pericolosa”. Non dice: “Renderò tutto facile”.
Dice: «Non abbiate paura». E lo ripete tre volte. È l’unica volta nel Vangelo che un comando viene ripetuto così tanto.
Perché non è un comando. È una dichiarazione. È quasi un supplica.
“Non abbiate paura” significa: “Guardatemi. Io sono con voi. Voi valete più di molti passeri. Non siete dimenticati in questa folla anonima del mondo. Il Padre sa. Il Padre vede. Il Padre conta i capelli del vostro capo, cioè conosce ogni dettaglio della vostra stanchezza, conosce il nome di ogni vostra angoscia. E non siete soli.”
La differenza radicale non è tra chi ha paura e chi non ne ha.
Quella è una differenza da supereroi, non da cristiani.
La differenza è tra chi affronta la paura da solo, armato solo della propria fragile forza, e chi la affronta sapendo che Qualcuno combatte con lui.
Anzi, per lui.
San Paolo ce lo ricorda con parole quasi dure: la ferita di Adamo è ancora lì. Il peccato, la fragilità, il fallimento. È innegabile. Ma non è l’ultima parola. «Il dono di grazia non è come la caduta».
Non è che la grazia pareggia i conti. No. La grazia stravince. L’amore di Dio non ripara il vaso rotto. Lo fa nuovo. Dove il peccato ha scavato un abisso, Cristo ha costruito un ponte.
Allora, forse, la fede non serve a far sparire le paure.
Serve a togliergli l’ultima parola.
Serve a non farci credere che il buio sia tutta la storia.
Serve a darci la forza di fare il passo successivo, anche quando le gambe tremano.
Non ci è chiesto di essere eroi. Non ci è chiesto di non sentire la paura.
Ci è chiesto di credere che, dentro la paura, non siamo soli.
E che quel Dio che si prende cura dell’uccello più insignificante e del giglio che domani sarà secco, si sta prendendo cura di noi. Proprio adesso. Proprio in questa notte.
Forse, allora, “non abbiate paura” non è un’assicurazione contro i guai.
È la carezza di un Padre che, mentre tremiamo, ci sussurra all’orecchio: “Lo so. Ma tu sei mio. E io sono qui”.