Prima la trave

Sinceramente, questa scena del Vangelo mi fa sempre un po’ sorridere.

Te la immagini? Uno con una trave nell’occhio che si preoccupa della pagliuzza del vicino. Sembra quasi una gag, roba da film comico.

Poi però chiudi il sorriso, perché ti accorgi che sta parlando proprio di te. Di me. Di quella volta che ho criticato un collega per un errore stupido, dimenticando tutte le volte in cui io ho fatto peggio. Di quando ho puntato il dito su un’amica che si lamentava sempre, e poi mi sono resa conto che io per prima, quella settimana, non avevo fatto altro.

Perché è così, no? I difetti degli altri ci saltano all’occhio in un secondo. Una parola fuori posto, un’abitudine che ci dà fastidio, una debolezza che proprio non sopportiamo. Abbiamo una vista perfetta, quando si tratta di guardare gli altri.

Quando tocca a noi, invece, siamo miopi persi.

Ora, Gesù non ci sta dicendo di fare finta di niente. Non è che dobbiamo diventare quelli del “vivi e lascia vivere” a tutti i costi, o comportarci come se il male non esistesse. Non è questo. Si può voler bene a qualcuno e, allo stesso tempo, vederne gli sbagli.

Il problema è da dove parte il nostro aiuto.

Se parte da un cuore che si sente arrivato, superiore, a posto… allora non è aiuto. È giudizio bello e buono. È lì che la pagliuzza dell’altro diventa ai nostri occhi una montagna, e la nostra trave diventa magicamente aria.

Ed è qui che Gesù ci frega, ma in senso buono. Non dice: “Lascia perdere, non correggere nessuno”. Dice: «Togli prima la trave dal tuo occhio».

Prima.

Come a dire: il problema non è correggere. Il problema è chi corregge e con quale cuore lo fa. Perché solo chi sa di essere fragile, chi sa di aver sbagliato, chi sa di essere stato perdonato almeno una volta nella vita… solo quella persona lì può avvicinarsi al fratello senza fargli male.

Avere la trave nell’occhio non significa soltanto avere un peccato grosso. A volte la trave è proprio il nostro sguardo: l’amarezza che ci portiamo dietro, l’orgoglio di avere sempre ragione, una rigidità che non perdona niente a nessuno, spesso perché dentro di noi non abbiamo perdonato niente a noi stessi.

Forse il Vangelo di oggi ci chiede una cosa molto pratica, quasi da esame di coscienza terra terra.

Proviamo a chiederci: qual è quella cosa che negli altri proprio non sopporto? Cosa mi irrita? Chi giudico con più durezza? Perché molto spesso (diciamocelo!) il dito che punto contro qualcuno sta indicando una ferita che sanguina anche in me.

Gesù non ci umilia. Ci libera. Libera il fiato al cuore.

Perché quando smetti di fare il giudice del mondo, il peso si alleggerisce. E quando impari a guardare te stesso con verità, senza paura, davanti a Dio, allora sì, puoi guardare anche gli altri in un modo diverso. Non con gli occhi di chi condanna e basta. Ma con gli occhi di chi, un giorno, si è sentito guardare con misericordia. E non l’ha più dimenticato.

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