Pregare con la Lettera ai Romani / 1

Una Parola che apre una porta
Ci sono pagine della Scrittura che somigliano a soglie.
Non si attraversano in fretta, a passo distratto. Chiedono di fermarsi, di togliere i sandali, di respirare piano, finché il cuore non si dispone all’ascolto. La Lettera ai Romani è una di queste: ampia come un portale, profonda come il cielo notturno, luminosa e, a tratti, vertiginosa. Paolo vi depone il nucleo ardente del Vangelo con una forza che ancora oggi scuote, consola, rimette ordine, spoglia l’anima da ogni falsa sicurezza.
Scrive a una comunità che non ha ancora incontrato di persona, ma che porta già nel cuore. Desidera raggiungere Roma, desidera annunciare Cristo, desidera mostrare che la salvezza non nasce dall’uomo, dai suoi meriti, dalle sue prestazioni religiose o morali vissute come pretesa davanti a Dio, ma dalla grazia del Padre che ci raggiunge in Cristo e ci trasforma nello Spirito.
Ed è qui che la Lettera ai Romani diventa parola viva anche per noi.
Perché anche noi, spesso, viviamo come se dovessimo meritarci tutto: l’affetto, la stima, il perdono, perfino la benevolenza di Dio. Portiamo dentro, spesso senza accorgercene, una bilancia silenziosa. Su un piatto posiamo ciò che abbiamo fatto bene; sull’altro, gli sbagli, le cadute, le parole che non dovevamo dire. E restiamo lì, a spiare l’ago, sperando che penda dalla parte giusta, quasi che l’amore di Dio fosse un premio da conquistare.
Paolo, invece, annuncia una notizia che capovolge tutto: davanti a Dio non ci salviamo esibendo la nostra giustizia. Siamo salvati accogliendo la sua.
Non siamo amati perché siamo impeccabili.
Siamo amati perché Dio è buono.
Alla scuola di Paolo
San Paolo scrive la Lettera ai Romani intorno all’anno 57, probabilmente da Corinto, mentre si prepara ad andare a Gerusalemme e porta nel cuore il desiderio di arrivare fino a Roma.
La comunità cristiana di Roma è composta da credenti provenienti dal mondo ebraico e dal mondo pagano. Storie diverse, sensibilità diverse, cammini diversi. C’è bisogno di ritrovare il centro. E Paolo lo indica con chiarezza: il centro è Cristo.
Non la Legge vissuta come motivo di vanto.
Non le opere compiute come pretesa davanti a Dio, come se potessimo comprarci la salvezza con le nostre forze.
Non la provenienza, non il passato, non l’appartenenza esteriore.
Cristo.
In Lui ogni uomo scopre la propria povertà e insieme la propria dignità. Tutti hanno bisogno di salvezza. Tutti possono riceverla. Nessuno può vantarsi davanti a Dio, ma nessuno deve disperare di sé.
Questa è la rivoluzione silenziosa della grazia: Dio non aspetta che diventiamo degni per amarci. Non è un esaminatore che ci scruta dalla cattedra. È un Padre che ci scorge da lontano, quando ancora abbiamo il fango addosso, e ci corre incontro. Ci ama non perché siamo già a posto, ma per renderci capaci di vivere da figli.
La fede, però, non resta mai sterile. Quando accoglie davvero la grazia, diventa carità, conversione, vita nuova. Genera opere buone nate dall’amore e non dall’orgoglio, dalla gratitudine e non dalla paura, dalla comunione con Cristo e non dal bisogno di dimostrare qualcosa.
Il brano da ascoltare
Dalla Lettera di san Paolo apostolo ai Romani
Rm 3,21-26
Ora invece, indipendentemente dalla Legge, si è manifestata la giustizia di Dio, testimoniata dalla Legge e dai Profeti: giustizia di Dio mediante la fede in Gesù Cristo, per tutti quelli che credono.
Tutti infatti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, in virtù della redenzione che è in Cristo Gesù.
È lui che Dio ha stabilito apertamente come strumento di espiazione, per mezzo della fede, nel suo sangue, a manifestazione della sua giustizia per la remissione dei peccati passati mediante la clemenza di Dio, al fine di manifestare la sua giustizia nel tempo presente, così da risultare lui giusto e rendere giusto colui che si basa sulla fede in Gesù.
Tutti hanno peccato
Paolo non addolcisce la verità. La dice con una lucidità che può ferire, ma che alla fine libera: tutti hanno peccato.
Fermiamoci qui. Lasciamo che questa parola ci passi attraverso.
Non alcuni. Non soltanto i più lontani. Non soltanto quelli che, ai nostri occhi, hanno sbagliato di più.
Tutti.
È una parola che abbatte le superiorità segrete, quelle che a volte abitano anche il cuore religioso. Nessuno può mettersi su un piedistallo. Nessuno può guardare l’altro dall’alto in basso. Nessuno può dire: «Io non ho bisogno di essere salvato».
Tutti portiamo dentro una distanza. Tutti conosciamo, in qualche modo, la fatica di amare bene, di restare fedeli, di vivere nella verità, di non ripiegarci su noi stessi. Tutti abbiamo zone d’ombra, ferite, incoerenze, pensieri non consegnati, resistenze alla grazia.
Ma Paolo non dice questo per schiacciarci. Lo dice per aprirci alla verità più grande: se tutti hanno peccato, allora tutti possono essere raggiunti dalla misericordia.
La nostra povertà non è il luogo in cui Dio ci abbandona. È il luogo in cui può finalmente incontrarci senza maschere.
Giustificati gratuitamente
La parola più luminosa di questo brano è forse questa: gratuitamente.
Siamo giustificati gratuitamente.
Non a pagamento.
Non a condizione di essere già perfetti.
Non dopo aver dimostrato abbastanza.
Non quando avremo sistemato tutto.
Gratuitamente.
La grazia non è il premio dei bravi. È il dono di Dio ai poveri. È il pane messo nelle mani di chi ha fame. È il perdono che precede il pentimento pieno, perché lo rende possibile. È lo sguardo di Dio che non nega il peccato, ma vede il figlio sotto le macerie del peccato.
Essere giustificati non significa semplicemente essere “scusati”. Significa essere rimessi in piedi. Significa ricevere da Dio una vita nuova. Significa essere resi capaci di una giustizia che non nasce dall’orgoglio, ma dall’amore.
Dio non finge che siamo giusti.
Dio ci prende nella nostra ingiustizia e comincia a renderci nuovi.
Per questo la grazia non ci lascia immobili. Ci rialza, ci purifica, ci educa, ci rende capaci di amare. Le opere buone non sono il prezzo della salvezza, ma il frutto di una vita raggiunta da Cristo. Non comprano l’amore di Dio: lo lasciano passare.
È qui che la fede diventa respiro. Credere non significa sforzarsi di apparire migliori davanti a Dio. Significa lasciarsi amare proprio là dove non riusciremmo mai a salvarci da soli, perché il suo amore ci trasformi dall’interno.
In Cristo Gesù
La giustizia di Dio non è un’idea astratta. Ha un volto.
Gesù Cristo.
In Lui Dio non ci ha mandato una teoria sulla misericordia, ma la misericordia stessa fatta carne. In Lui la grazia ha camminato sulle strade degli uomini, ha toccato i malati, ha mangiato con i peccatori, ha guardato Pietro dopo il tradimento, ha perdonato dalla croce, ha aperto il paradiso a un ladro.
La nostra giustizia è Lui.
Non ciò che riusciamo a costruire con le nostre mani. Non l’immagine ordinata che vorremmo offrire agli altri. Non il curriculum spirituale delle nostre opere buone, quando diventano motivo di vanto.
Lui.
Quando tutto in noi accusa, Cristo intercede.
Quando il cuore si sente indegno, Cristo ci riconduce al Padre.
Quando ricadiamo nelle stesse fragilità, Cristo non si stanca di ricominciare con noi.
Fidarsi di Lui non è un salto nel buio. È tornare a casa. Ed è lasciarsi condurre, passo dopo passo, in una vita nuova, dove la fede diventa amore concreto, paziente, operoso.
Pregare con la Parola
Signore Gesù,
Tu sei la mia giustizia.
Non vengo davanti a Te
con le mani piene di meriti,
ma con i palmi aperti e vuoti,
come chi ha bisogno di tutto.
Tu conosci ciò che in me è fragile,
ciò che è ferito,
ciò che ancora resiste alla grazia.
Eppure non mi respingi.
Non mi ami perché sono buono,
ma perché Tu sei buono.
Non mi attendi alla fine della mia perfezione,
ma mi raggiungi nel punto esatto
in cui ho bisogno di Te.
Insegnami ad accogliere la tua grazia
senza difendermi,
senza vantarmi,
senza disperare di me.
Donami una fede semplice,
umile, vera.
Una fede che non pretende,
ma si affida.
Una fede che non misura,
ma riceve.
Una fede che lascia entrare il tuo amore
e diventa carità concreta,
vita nuova,
opera silenziosa del tuo Spirito in me.
Amen.
Vivere ciò che si è ascoltato
Pensiero per oggi
Sono amato non perché sono buono, ma perché Dio è buono.
Proposito spirituale
Oggi, ogni volta che mi sentirò indegno, sbagliato o lontano, ripeterò lentamente:
Gesù, Tu sei la mia giustizia. Mi fido di Te.
E proverò a compiere un piccolo gesto di carità nascosto, non per dimostrare qualcosa, ma per lasciare che la grazia ricevuta diventi amore concreto.
E stasera, posando il capo sul cuscino, lo ripeterò ancora, come un bambino:
Gesù, Tu sei la mia giustizia. Mi fido di Te.