Ti racconto … Il Cireneo

Il suo nome vero era Simone. Lo sapevano in pochi, ormai, e quei pochi non lo usavano mai. Per tutti, da sempre, era “il Cireneo”. Un soprannome che gli era stato cucito addosso tanto tempo fa, forse da un vecchio parroco che amava i Vangeli, forse semplicemente dalla gente del paese, che ha un fiuto particolare per dare alle persone il nome del loro destino. Fatto sta che quando qualcuno, in quella piccola fetta di mondo, cominciava a piegarsi sotto il peso della vita, un lutto, una malattia, un raccolto andato a male, una solitudine diventata troppo grande da reggere in due mani, il Cireneo arrivava.

Non faceva rumore. Era questa la cosa che colpiva, la prima volta. Entrava in una stanza o in un pezzo di strada con la stessa discrezione della luce dell’alba, che quando te ne accorgi è già lì. Non faceva domande. Non aveva bisogno di sapere il perché o il percome, non gli serviva una mappa del dolore per orientarsi. Gli bastava guardare. Aveva questo dono, il Cireneo: capiva prima degli altri quando qualcuno stava per cedere. Lo leggeva nella curva di una schiena, nel tremore di una mano che reggeva una tazza, in un silenzio che durava un respiro di troppo. E c’era. Semplicemente, c’era. Si metteva accanto e cominciava a spingere, a sorreggere, a prendersi un pezzo di quel peso senza che nessuno glielo chiedesse.

All’inizio lo ringraziavano. I primi tempi, quando ancora la sua presenza era una scoperta, la gente si commuoveva. Lo fermavano per strada, gli offrivano il vino buono, lo invitavano a cena con una gratitudine che aveva quasi il sapore dell’imbarazzo, perché non si capiva come si potesse essere così senza chiedere nulla in cambio. Lui sorrideva, diceva due parole e spariva. Poi, com’è naturale, si abituarono. Se una cosa c’è sempre, smetti di accorgerti che c’è. È una legge non scritta del cuore umano, nemmeno cattiva, solo pigra. Il Cireneo divenne parte del paesaggio, una presenza scontata come la fontana in piazza o il campanile che batte le ore. E gli ingranaggi non si ringraziano, si usano.

Lui continuava. Spalla dopo spalla, lacrima dopo lacrima, raccoglieva pezzi di fatica altrui come un collezionista di pesi invisibili. Portava pacchi, ascoltava confessioni, accompagnava moribondi, restava sveglio accanto a chi non riusciva a dormire. E intanto la sua, di fatica, si accumulava da qualche parte, in un magazzino buio dell’anima che teneva chiuso a chiave.

Finché un giorno, senza nessun preavviso, senza un crollo teatrale, si accorse che non ce la faceva più. Era una mattina d’autunno, di quelle con il cielo basso che sembra voler schiacciare il mondo. Niente di eclatante, solo una stanchezza che non passava, un’acqua scura e densa che gli stagnava nelle ossa anche dopo aver dormito. Quel pomeriggio, nella bottega di Nino dove gli uomini del paese si ritrovavano a bere un bicchiere e a parlare del prezzo del grano, provò a dirlo. Si schiarì la voce, un gesto che non gli apparteneva, e con un filo di voce mormorò: «Ultimamente… sono un po’ stanco».

Ci fu un attimo di silenzio. Poi qualcuno rise, una risata bonaria, senza cattiveria. «Tu? Ma dai, tu sei il Cireneo. Tu reggi sempre, sei fatto di ferro». Un altro cambiò discorso, a disagio, come se avesse appena sentito una nota stonata in una melodia conosciuta. Nessuno lo guardò davvero. Era come se un muro avesse parlato, e i muri non possono essere stanchi. In quell’istante Simone capì. Non smise subito di esserci per gli altri, perché ormai era il suo modo di respirare. Ma smise di aspettarsi qualcosa. Spense quella piccola fiammella di speranza che ancora teneva accesa nel buio, senza nemmeno sapere di averla. Quella, scoprì in silenzio, è una solitudine strana, di quelle che non si vedono. Puoi essere al centro di una piazza piena di gente che pronuncia il tuo nome e sentirti l’uomo più invisibile della terra.

Quando arrivò il momento in cui il peso, quello vero e insopportabile, fu tutto e solo sulle sue spalle, un dolore sordo che non aveva un nome preciso, fatto di tutte le stanchezze mai dette e di un lutto che nessuno sapeva ascoltare, si guardò intorno per la prima volta con gli occhi di chi cerca. La strada era vuota. La piazza era deserta, i soliti amici spariti chissà dove. L’eco dei suoi passi sul selciato era l’unica risposta. Allora fece l’unica cosa che gli restava: camminò. Si mise sulle spalle la sua stessa croce e mosse un passo, poi un altro, uscendo dal paese e prendendo la strada sterrata che portava verso le colline. Ogni passo era una montagna.

E fu proprio in quell’andare zoppicante, con il fiato corto e il freddo che gli mordeva le ossa, che capì la cosa più dolorosa. Lui, che aveva passato una vita a riconoscere il peso di ogni singola anima incontrata, a leggerlo nei corpi prima ancora che nelle parole, era invisibile. Nessuno aveva mai imparato a riconoscere il suo. Il passo gli si fece più lento, più incerto. Persino più vecchio, come se in pochi minuti avesse accumulato secoli di fatica.

E proprio lì, nel punto più deserto di quella strada che conosceva a memoria, dove non arrivava più nessuno e anche il silenzio sembrava urlare tutto il suo abbandono, accadde qualcosa di impercettibile. Non una voce forte, non una presenza che si impone. Solo un pensiero che non era suo, ma che lo attraversava come un respiro, lieve eppure solido come la roccia: «Non sei solo.»

Si fermò di colpo, in mezzo alla strada. Il cuore gli martellava in petto non per lo sforzo, ma per il riconoscimento. Non perché avesse capito tutto, non perché la sua mente avesse messo a posto ogni tassello. Ma perché, per la prima volta da tempo immemore, smise di sentire il peso del mondo come una condanna personale. Quel macigno sulle spalle non era sparito, era ancora lì, tremendo e reale. Ma non era più solo suo. C’era un’altra spalla, invisibile e più forte della sua, a condividerne il carico. La sua croce era diventata all’improvviso un giogo, un legno a due bracci, fatto per essere portato in due.

Da quel giorno Simone, detto il Cireneo, continuò ad arrivare quando serviva. I suoi occhi non avevano più quella velatura di disperata attesa. Non aspettava più che qualcuno lo vedesse, perché si sentiva visto da sempre. E a volte, mentre camminava accanto a un nuovo infelice, sollevandogli il peso con la stessa dolcezza silenziosa di sempre, gli tornava in mente quel pensiero, e lo sentiva quasi come una voce che prometteva: «Per un tratto, amico mio… porto io.»

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