Obbedienza, tensione, amore senza ingenuità

Francesco ama la Chiesa. Ma non una Chiesa ideale.
Le Fonti sono nette: Francesco non vive in opposizione alla Chiesa, ma dentro la sua concretezza storica, con le sue luci e le sue ombre. Non sogna una comunità pura e incontaminata. Accetta una Chiesa fatta di uomini fragili, a volte incoerenti, spesso faticosamente evangelici.
Ed è proprio qui che si gioca la sua obbedienza.
Quando, dopo l’esperienza di San Damiano, Francesco sente la voce del Crocifisso che gli dice: «Va’, Francesco, ripara la mia casa» (FF 1410), egli non si pone come riformatore solitario. Va dal vescovo. Chiede discernimento. Si consegna a un’autorità concreta, imperfetta, ma reale.
La sua obbedienza non nasce da ingenuità.
Nasce da fede.
Le Fonti raccontano che Francesco nutre un rispetto radicale per i ministri della Chiesa, non per ciò che sono come uomini, ma per il mistero che portano (cf. FF 113). Arriva a dire parole durissime contro chi disprezza i sacerdoti a causa dei loro peccati, ricordando che è attraverso le loro mani che passa l’Eucaristia.
Francesco non confonde mai il peccato dell’uomo con il dono di Dio.
E tuttavia, questa obbedienza non è cieca né passiva. È un’obbedienza sofferta. Francesco sperimenta incomprensioni, ritardi, sospetti. Deve attendere approvazioni, spiegare la propria forma di vita, accettare mediazioni che non sempre sente pienamente sue (cf. FF 105–106).
La Chiesa reale non è comoda.
Ma è madre.
Francesco non la idealizza e non la abbandona. Resta. Soffre. Si affida. E quando sente che la sua visione rischia di irrigidirsi, compie un gesto di umiltà radicale: consegna la Regola alla Chiesa, accettando che venga vagliata, corretta, approvata (cf. FF 75–76).
Qui c’è un passaggio decisivo: Francesco rinuncia a possedere anche la forma evangelica che gli è stata affidata. Comprende che il Vangelo non è suo, e che nemmeno la radicalità può diventare proprietà privata.
Obbedire, per Francesco, non significa spegnere il fuoco. Significa affidarlo.
Otto secoli dopo, questa è una delle sue eredità più difficili. Perché viviamo facilmente due tentazioni opposte: l’idealizzazione ingenua della Chiesa o il suo rifiuto amaro. Francesco sceglie una terza via: l’amore fedele, che non nega la fatica, ma non rompe la comunione.
Ama la Chiesa così com’è, perché crede che Dio non l’abbia abbandonata.
Per questo può dire, con verità, che nessuno deve appropriarsi del Vangelo contro la Chiesa, ma nemmeno usare la Chiesa per spegnere il Vangelo. La tensione resta. E va abitata.
Francesco ci insegna che l’obbedienza evangelica non è silenzio imposto, ma fiducia consegnata. Non rinuncia al pensiero, ma rinuncia al potere. Non smette di amare il Vangelo, ma accetta che esso passi attraverso mediazioni umane.
La Chiesa reale è il luogo dove Francesco resta. Non perché sia perfetta. Ma perché è lì che Dio ha scelto di abitare.
E forse, otto secoli dopo, è proprio questo che continua a chiederci: non di fuggire la fatica della Chiesa, ma di amarla abbastanza da restare, senza illusioni e senza cinismo.