Domenica della Divina Misericordia – Anno A

La fede che nasce dentro una ferita

Il Vangelo della Domenica della Divina Misericordia non è il racconto di un dubbio risolto, ma di un incontro che cambia il modo stesso di credere. Tommaso non è un uomo fragile nella fede, è un uomo serio. Non si accontenta del racconto degli altri, non si lascia trascinare dall’entusiasmo del gruppo. Intuisce che, se Cristo è davvero risorto, questa verità deve poter reggere il peso della realtà, deve poter essere incontrata, non solo pensata.

Per questo chiede di vedere e di toccare. Non per sfidare, ma per aderire fino in fondo. Non cerca una spiegazione, cerca un contatto.

Gesù non risponde con un discorso e non corregge la sua esigenza. Torna. Entra di nuovo in quella stanza chiusa e si pone davanti a lui senza difese. Gli mostra le ferite e gli offre proprio ciò che aveva chiesto. Non ridimensiona la sua domanda, la prende sul serio fino in fondo.

Qui si gioca qualcosa di decisivo. Il Risorto non cancella i segni della croce, non li nasconde, non li rende simbolici. Li porta con sé. La sua identità passa attraverso quelle ferite. È come se dicesse che non esiste una conoscenza di Dio che aggiri il dolore, che salti la realtà, che costruisca una fede pulita e distante dalla vita concreta.

Noi, invece, facciamo esattamente il contrario. Passiamo molto tempo a sistemare ciò che siamo, a rendere presentabili le nostre fragilità, a nascondere le incoerenze. Anche davanti a Dio tendiamo a portare una versione migliorata di noi stessi, come se fosse necessario essere già a posto per poter stare alla sua presenza.

Il Vangelo rovescia questa logica. Non è l’uomo che arriva a Dio dopo essersi aggiustato, ma è Dio che arriva all’uomo proprio lì dove non riesce a sistemarsi. E non resta in superficie. Entra. Abita quella zona. La misericordia non è uno sguardo che passa sopra il limite, ma una presenza che sceglie di stare dentro il limite senza tirarsi indietro.

Per questo la richiesta fatta a Tommaso è così concreta. Mettere il dito, toccare, verificare. Non è una concessione alla debolezza, ma un percorso. La fede cristiana non nasce da un’idea convincente, ma da un incontro reale con una presenza che si lascia raggiungere dentro la storia, non fuori da essa.

C’è anche un tempo che va riconosciuto. Gesù non torna subito, ma otto giorni dopo. Tra la domanda e la risposta resta uno spazio aperto, in cui il dubbio non è ancora sciolto. Non è un’assenza di Dio, ma una preparazione. La fede non si impone, matura. E anche la misericordia ha bisogno di un tempo in cui il cuore smette lentamente di difendersi.

Quando l’incontro finalmente avviene, il Vangelo non dice che Tommaso tocchi davvero le ferite. Il gesto richiesto resta sospeso. Eppure la sua risposta è totale: “Mio Signore e mio Dio”. È come se, davanti a quella presenza, la necessità della prova venisse meno. Non perché la domanda fosse sbagliata, ma perché è stata superata da qualcosa di più grande.

Questo passaggio riguarda anche noi. All’inizio abbiamo bisogno di capire, di verificare, di tenere insieme i pezzi. È umano, ed è giusto. Ma se la fede cresce davvero, arriva un punto in cui non è più la ricerca di risposte a sostenerla, ma la fiducia in una presenza.

La Domenica della Divina Misericordia ci riporta esattamente qui. La risurrezione non è una vittoria che elimina il male, ma una vita che lo attraversa e lo trasforma. Le ferite restano, ma non sono più un luogo di chiusura. Diventano un varco. È lì che Dio si lascia incontrare.

E allora la domanda cambia. Non è più se crediamo abbastanza, ma dove permettiamo a Dio di entrare davvero. Se continuiamo a cercarlo solo nelle parti ordinate della nostra vita, rischiamo di non riconoscerlo. Se invece lasciamo che raggiunga anche ciò che è fragile, incompiuto, esposto, allora la fede smette di essere uno sforzo e diventa un affidamento.

La fede non è quando trovi tutte le risposte.
È quando smetti di averne bisogno…
perché ti sei lasciato prendere tra le braccia della Misericordia.

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