
Una distanza che fa male perché nasce dall’amore
Ci sono momenti in cui, dentro o fuori dalla fede, affiora una sensazione difficile da nominare:
la Chiesa non riesce più a parlarci come un tempo.
Non è rabbia, non è rifiuto.
È piuttosto una distanza che si avverte, uno scarto tra le domande che abitano la vita concreta
e le parole che arrivano.
Quando accade, può nascere una delusione silenziosa, tanto più dolorosa quanto più la Chiesa è stata, per noi, luogo di senso, di casa, di speranza.
Perché solo ciò che amiamo davvero ha il potere di deluderci così.
Una fatica di linguaggio e di prossimità
In questi momenti la Chiesa può apparire affaticata nel suo linguaggio, come se faticasse a trovare parole capaci di raggiungere la complessità dell’esperienza umana, delle ferite, delle attese.
Talvolta sembra parlare accanto alla vita delle persone, non per mancanza di amore, ma per la difficoltà reale di tenere insieme tradizione e cambiamento, verità e compassione, annuncio e ascolto.
Non è sempre un problema di contenuti, ma di prossimità.
Non di intenzioni, ma di percezione.
E così può nascere l’impressione di una Chiesa distante, più impegnata a custodire ciò che è stato che a interpretare con pazienza ciò che sta accadendo.
È in questo spazio fragile che molti — credenti e non credenti — si sentono smarriti.
Non perché abbiano smesso di cercare, ma perché non si sentono più intercettati.
Il rischio di confondere la Chiesa con Dio
Eppure sarebbe ingiusto — e forse troppo facile — fermarsi qui.
Il rischio più grande, allora, è un altro: confondere la Chiesa con Dio. Pensare che, se la Chiesa delude, allora anche Dio abbia fallito.
Che se le sue mediazioni sono fragili, la sorgente sia venuta meno.
Ma il Vangelo non è mai cominciato da una Chiesa impeccabile.
Il Vangelo nasce da una comunità imperfetta
È cominciato da discepoli che non capivano, che scappavano, che tradivano, che dormivano
mentre un uomo agonizzava.
È cominciato da una comunità imperfetta, esitante, spesso deludente.
La Chiesa non nasce come risposta definitiva.
Nasce come luogo della domanda. Come spazio in cui la fede non è possesso, ma cammino, inciampo, ritorno.
San Francesco e l’amore per una Chiesa fragile
Ed è qui che può aiutarci uno sguardo antico e sempre attuale: quello di San Francesco d’Assisi.
Francesco ha vissuto in un tempo in cui la Chiesa era tutt’altro che luminosa.
Ricchezze, abusi di potere, lontananze evidenti dal Vangelo. E lui lo vedeva. Non era ingenuo.
Non era cieco. Eppure non ha mai contrapposto il Vangelo alla Chiesa, né Cristo ai suoi ministri. Anzi, proprio mentre viveva una radicalità evangelica disarmante,
nutriva una venerazione profonda per la Chiesa e un rispetto quasi tremante per i sacerdoti.
Arriva a dire che, se incontrasse insieme un angelo e un sacerdote, saluterebbe prima il sacerdote, non per la sua santità personale, ma per il mistero che porta tra le mani.
Non idealizzare, ma non abbandonare
Francesco non idealizza la Chiesa. La riconosce santa per dono, ma fragile per la carne di cui è fatta.
Non la abbandona quando delude. La ama proprio lì, nel punto in cui mostra le sue ferite.
Perché ha compreso una verità essenziale: Cristo non ha affidato il suo Corpo a mani perfette,
ma a mani umane.
La delusione come passaggio della fede adulta
Forse è anche questo che può aiutarci oggi quando la Chiesa ci delude.
Non a negare le ferite, non a giustificarle, ma a non smarrire lo sguardo.
La Chiesa delude quando dimentica di essere povera. Ma delude anche quando noi le chiediamo di essere ciò che non potrà mai essere: una garanzia senza crepe, un rifugio senza conflitti, una madre che non sbaglia mai.
La Chiesa non è Cristo. È il corpo fragile che cerca, faticosamente, di seguirlo.
E Cristo, nel Vangelo, non ha mai promesso una Chiesa rassicurante.
Ha promesso la sua presenza — discreta, ostinata, vulnerabile — proprio dentro le sue infedeltà.
Restare, cercare, abitare la domanda
Quando la Chiesa ci delude, spesso è il momento più vero della fede.
Perché cade l’illusione, ma può restare l’essenziale.
Resta Cristo, non difeso neppure dai suoi. Resta il Vangelo, che continua a disturbare e a salvare. Resta una domanda aperta, che non chiede di essere risolta, ma abitata.
E chi oggi è deluso, stanco, persino arrabbiato, non è fuori da questa storia. Ne è parte.
Perché la fede adulta non è quella che non dubita mai, ma quella che, anche ferita, non rinuncia a cercare.