Le stimmate di Francesco

Francesco è sul monte della Verna. È il settembre del 1224. Ha quarantadue anni, è stanco, malato, quasi cieco. Si è ritirato sul monte per pregare, digiunare e cercare Dio.

Chiede una grazia: poter sentire nel corpo e nell’anima il dolore che Gesù ha provato sulla croce e conoscere l’amore con cui ha sofferto.

E il Signore gli risponde.

Secondo i racconti, un serafino con sei ali appare a Francesco. Dopo quella visione, sul suo corpo compaiono le stimmate: i segni dei chiodi nelle mani e nei piedi e la ferita nel costato.

Francesco non le mostra volentieri. Le nasconde e le custodisce nel silenzio finché può. Ma non può nasconderle del tutto. Da quel momento porta nel corpo i segni di Gesù.

Non un privilegio, ma una somiglianza

Le stimmate non sono un premio, un privilegio o un segno di superiorità. Sono una somiglianza.

Francesco ha chiesto di amare Gesù fino in fondo. E l’amore, quando è vero, rende simili alla persona amata: ne assimila i gesti, le parole, i sentimenti. In Francesco questa somiglianza diventa visibile perfino nella carne.

Non è lo spettacolo del dolore. È il mistero dell’amore. Francesco ha amato Cristo così profondamente da diventargli somigliante anche nelle ferite.

La croce che non è una teoria

Gesù, nel Vangelo, dice: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua».

La croce non è una teoria e non è soltanto un simbolo da portare al collo. È qualcosa che entra concretamente nella vita.

Francesco l’ha presa quando ha lasciato la sicurezza della casa e dei beni del padre, quando ha abbracciato il lebbroso, quando ha accettato di non essere capito, di essere deriso e considerato un illuso. L’ha presa quando il suo corpo si è ammalato e la sua vista si è indebolita.

Alla Verna quella croce diventa visibile e si imprime nella sua carne. Non perché Francesco amasse il dolore, ma perché amava Cristo.

Il vanto di Paolo

Paolo, nella prima lettura, scrive: «Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo». E poi aggiunge: «Io porto le stimmate di Gesù nel mio corpo».

Paolo porta nel corpo i segni delle fatiche, delle persecuzioni e delle sofferenze affrontate per il Vangelo. Il senso è lo stesso: la croce non è un’idea da ammirare da lontano, ma qualcosa che può attraversare la vita.

Non per masochismo e non per amore del dolore. Ma perché l’amore, quando è vero, sa restare anche quando costa, sa donarsi e sa attraversare le ferite senza smettere di amare.

Francesco e Paolo hanno capito la stessa cosa: la croce non è la fine. È uno dei luoghi nei quali l’amore può rivelarsi con più verità.

Cristo vive in me

Il responsorio della liturgia mette sulle nostre labbra una parola di Paolo: «Non sono più io che vivo; Cristo vive in me».

Forse è questo il modo più profondo per comprendere ciò che è accaduto sulla Verna.

Francesco aveva seguito Cristo per tutta la vita. Aveva cercato di pensare come lui, amare come lui, guardare gli uomini come lui. Aveva scelto la povertà, abbracciato gli esclusi, predicato la pace, perdonato, sofferto.

Alla Verna diventa visibile ciò che era accaduto lentamente dentro di lui: Cristo aveva preso sempre più spazio.

Le stimmate non dicono soltanto che Francesco ha sofferto come Gesù. Dicono qualcosa di più grande: Francesco gli è diventato somigliante. L’amore aveva trasformato l’amante nell’Amato.

Due anni dopo la Verna Francesco morirà. L’ultimo tratto del suo cammino lo percorre portando nel corpo quelle ferite, quasi come se non gli restasse più soltanto da parlare di Cristo: nella sua carne fragile era diventato una parola che parlava di lui.


Trasforma la Parola in preghiera

Pensa alla croce che oggi non hai scelto e che ti trovi a portare: una fatica, una malattia, una solitudine, una fedeltà difficile, una ferita che ancora brucia.

Non cercare il dolore e non chiamare bene ciò che è male. Soffrire, di per sé, non rende santi. Ma chiedi a Francesco di insegnarti a non lasciare che nessuna ferita ti separi da Cristo. Anche ciò che ti ferisce può diventare, nelle mani di Dio, un luogo in cui imparare ad amare.

San Francesco, tu che hai cercato Dio con tutto il cuore e hai portato nel corpo i segni di Gesù, insegnami ad amare senza riserve. Tu che hai abbracciato il lebbroso, insegnami a non voltarmi dall’altra parte davanti alla sofferenza. Tu che hai preso la croce ogni giorno, insegnami a seguire Cristo anche quando il cammino costa.

Fa’ che non cerchi il dolore, ma che non fugga da Cristo quando il dolore arriva. Quando il mio corpo si ammala, quando il cuore è stanco e una ferita mi pesa, ricordami che nessuna croce può impedirmi di amare.

Fa’ che, poco a poco, anche la mia vita diventi somigliante alla sua, perché Cristo cresca in me e io possa dire con Paolo: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me». Amen.

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