
Pietro fa una domanda che sa di generosità: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?».
Sette volte è già molto. È il numero della pienezza. Pietro si aspetta forse un cenno di approvazione.
Invece Gesù risponde con una cifra che spiazza: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette».
Cioè sempre. Senza tenere il conto. Senza trasformare il perdono in una concessione misurata.
E poi racconta una parabola durissima, costruita su una sproporzione quasi assurda.
Il debito condonato
Un servo deve al re diecimila talenti. Una cifra astronomica, impossibile da restituire. Il re ordina che sia venduto, insieme alla sua famiglia e ai suoi beni, ma il servo si getta a terra e lo supplica.
Il re, mosso a compassione, lo lascia andare e gli condona tutto.
Non gli concede una dilazione. Non gli offre una nuova scadenza. Cancella il debito. Gratuitamente.
Quell’uomo esce libero. Non deve più nulla.
Ma appena fuori incontra un suo compagno che gli deve cento denari. Non è una cifra irrilevante: equivale a circa cento giornate di lavoro. Ma davanti ai diecimila talenti che gli sono stati appena condonati è quasi nulla.
Il servo afferra il compagno per il collo e pretende che gli restituisca tutto. L’altro si getta a terra e pronuncia quasi le stesse parole che lui aveva rivolto al re: «Abbi pazienza con me e ti restituirò».
Ma il servo non vuole ascoltare. Lo fa gettare in prigione.
La sproporzione è volutamente enorme. Gesù vuole farci toccare con mano l’assurdità di chi, perdonato dell’impossibile, continua a tenere gli altri per il collo.
Il perdono che nasce dalla memoria
Il servo della parabola ha dimenticato.
Ha dimenticato il debito che gli era stato condonato. Ha dimenticato la compassione che lo aveva salvato. Ha dimenticato di essere uscito libero dalla presenza del re.
Si è comportato come se fosse sempre stato un creditore e mai un debitore.
Il perdono cristiano nasce dalla memoria. Non dalla memoria ossessiva del torto subito, ma dalla memoria del perdono ricevuto.
Se dimentico che Dio mi ha guardato con misericordia, divento incapace di guardare con misericordia chi mi sta accanto.
Il Siracide, nella prima lettura, lo dice con parole taglienti: «Un uomo che resta in collera verso un altro uomo, come può chiedere la guarigione al Signore? Lui che non ha misericordia per l’uomo suo simile, come può pregare per i suoi peccati?».
Non possiamo comprare il perdono di Dio con il nostro perdono. La misericordia non è uno scambio. Ma la misericordia ricevuta chiede di diventare misericordia donata.
Se la grazia non cambia il nostro modo di guardare il fratello, significa che non l’abbiamo ancora lasciata entrare davvero nel cuore.
Siamo del Signore
Paolo, nella seconda lettura, dice: «Nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore».
È la radice di tutto.
Se apparteniamo al Signore, non possiamo vivere come se la nostra vita fosse soltanto nostra. Non possiamo fare dei nostri crediti verso gli altri l’ultima parola.
Siamo del Signore. E il Signore ci ha perdonato un debito che non avremmo mai potuto restituire.
Come possiamo allora dimenticare la misericordia ricevuta quando ci troviamo davanti alla fragilità, all’errore o alla colpa di un fratello?
Perdonare non è dimenticare
Perdonare non significa dire che il male non è accaduto. Non significa rinunciare alla giustizia. Non significa esporsi nuovamente alla violenza o ricostruire subito una fiducia spezzata.
Perdonare significa non lasciare che l’offesa diventi per sempre la misura del nostro cuore.
Significa ricordare che anche noi siamo stati perdonati. Che anche noi avevamo un debito che non potevamo pagare. E che qualcuno, con una compassione che non meritavamo, lo ha cancellato.
Il perdono non è un colpo di spugna. È un cammino. A volte dura anni.
Ma comincia con un passo: smettere di stringere il collo dell’altro. Ricordarsi di essere stati lasciati andare.
Trasforma la Parola in preghiera
Pensa a qualcuno che fatichi a perdonare. Forse ti ha ferito profondamente. Forse è un’ingiustizia rimasta dentro, una parola mai chiarita, un risentimento che continui ad alimentare.
Non costringerti a fingere che non sia successo nulla.
Prova, però, a ricordare anche quante volte sei stato lasciato andare. Quante volte Dio non ti ha chiesto di pagare fino all’ultimo centesimo.
E chiedi la grazia di iniziare, poco a poco, a lasciare andare.
**Signore Gesù,
tu che hai detto a Pietro
di perdonare settanta volte sette,
guarda la mia fatica.
Quante volte ho dimenticato
il debito che mi hai condonato.
Quante volte ho preteso dagli altri
ciò che tu non hai preteso da me.
Ricordami il re della parabola,
il padrone che si è lasciato commuovere,
che ha cancellato il debito,
che mi ha lasciato andare.
Insegnami a non tenere il conto,
a non stringere il collo dell’altro,
a non vivere come se fossi soltanto un creditore.
Donami la memoria del tuo perdono,
perché impari a perdonare.
E quando il perdono mi sembra impossibile,
ricordami che anch’io sono stato perdonato
di un debito che non potevo pagare.
Amen.**