
Gesù torna a Nàzaret. È il paese dove è cresciuto. Entra nella sinagoga di sabato, come faceva sempre. Gli danno il rotolo di Isaia. Lui apre, legge, e poi dice una frase che lascia tutti senza fiato: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».
In un primo momento, tutti sono meravigliati. Le parole di Gesù sono piene di grazia. Ma poi cominciano a mormorare: «Non è costui il figlio di Giuseppe?».
È il dramma della familiarità. Conoscono Gesù fin da bambino. Sanno chi è, da dove viene, chi sono i suoi genitori. E proprio questa familiarità diventa un muro. Non riescono a credere che Dio possa nascondersi in una persona così ordinaria.
La tentazione di chi sa già tutto
I compaesani di Gesù non sono atei. Sono credenti. Vanno in sinagoga, conoscono le Scritture, attendono il Messia. Eppure non lo riconoscono quando ce l’hanno davanti.
Perché hanno già deciso chi è Gesù. Il figlio di Giuseppe. Il falegname. Il ragazzo cresciuto in mezzo a loro. Non c’è spazio per la sorpresa. Non c’è spazio per il mistero.
È il rischio di chi crede di sapere già tutto. Di chi ha smesso di stupirsi. Di chi ha trasformato la fede in un’abitudine.
Paolo, nella prima lettura, ci ricorda che la fede non si fonda sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio. Non è questione di sapere tante cose su Dio. È questione di lasciarsi incontrare da Lui.
E spesso Dio si lascia incontrare proprio là dove noi non penseremmo di cercarlo: nella debolezza, nell’ordinarietà, in ciò che non impressiona.
Paolo annuncia Cristo crocifisso. A Nàzaret hanno davanti il figlio di Giuseppe. In entrambi i casi, Dio si presenta senza l’apparenza che noi avremmo scelto per Lui.
Forse è proprio questo che ci disorienta: Dio non sempre arriva nel modo in cui lo abbiamo immaginato.
Il profeta rifiutato
Gesù cita un proverbio: «Nessun profeta è bene accetto nella sua patria». E ricorda due episodi dell’Antico Testamento: Elia mandato a una vedova straniera, Eliseo che guarisce un lebbroso siriano. Due profeti che hanno trovato fede fuori da Israele, proprio quando Israele li rifiutava.
I compaesani di Gesù si infuriano. Lo cacciano fuori dalla sinagoga, lo portano sul ciglio del monte per gettarlo giù. Ma Gesù passa in mezzo a loro e se ne va.
La Parola di Dio non si lascia imprigionare. Non appartiene a chi pensa di possederla. Attraversa i nostri confini, raggiunge chi non ci aspettiamo, continua il suo cammino.
Dio non si lascia rinchiudere nelle nostre categorie, nelle nostre sicurezze, nei confini che abbiamo deciso per Lui.
Il rischio della familiarità
Anche noi possiamo diventare come i compaesani di Gesù. Possiamo frequentare la chiesa, ascoltare la Parola, celebrare i sacramenti, eppure non riconoscere più la presenza di Dio.
Perché Dio ci è diventato troppo familiare. Perché sappiamo già tutto di Lui. Perché non ci aspettiamo più che ci sorprenda.
Ma il Vangelo di oggi ci mette in guardia: la familiarità può diventare un muro. L’abitudine può spegnere lo stupore.
La fede non è sapere tutto. È restare aperti. È lasciarsi sorprendere. È riconoscere che Dio parla ancora, anche attraverso le persone che conosciamo da sempre, anche attraverso le cose che diamo per scontate.
Forse il problema non è che Dio abbia smesso di parlare.
Forse siamo noi ad aver smesso di aspettarci che possa ancora dirci qualcosa di nuovo.
Trasforma la Parola in preghiera
Pensa a qualcosa che nella tua vita di fede è diventato troppo familiare. La Messa, la preghiera, la Parola. C’è qualcosa che hai smesso di ascoltare perché pensi di sapere già tutto?
Chiedi al Signore di ridarti lo stupore. Di ridarti occhi nuovi.
**Signore Gesù,
tu che non sei stato riconosciuto
proprio da chi ti conosceva da sempre,
liberami dalla presunzione di sapere già tutto.
Non permettere che la familiarità
spenga in me lo stupore.
Non permettere che l’abitudine
mi impedisca di riconoscerti.
Donami occhi nuovi,
capaci di vedere la tua presenza
nelle persone che incontro,
nella Parola che ascolto,
nei gesti che ripeto ogni giorno.
E quando la mia fede diventa un’abitudine vuota,
scrollami, scuotimi, ridestami.
Perché tu parli ancora.
Anche qui. Anche oggi. Anche a me.
Amen.**