
C’è un uomo che ha conosciuto la fama, il successo, i piaceri. Ha studiato filosofia, retorica, letteratura. Ha insegnato nelle città più importanti del suo tempo. Ha cercato la verità in molte strade, senza trovarla.
Poi ha incontrato l’Amore.
Agostino di Ippona, che oggi la Chiesa ricorda, è stato uno degli uomini più brillanti della sua epoca. Eppure, all’inizio delle Confessioni, riconosce ciò che tutta la sua intelligenza non era riuscita a conquistare:
«Ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te».
Il grande Dottore dell’Occidente non si presenta davanti a Dio con i suoi libri, i suoi sermoni, la sua immensa sapienza. Si presenta come un mendicante che finalmente ha trovato la fonte.
La sapienza che si arrende
Paolo, nella prima lettura, pronuncia parole sorprendenti: «Dov’è il sapiente? Dov’è il dotto?». E annuncia un Dio che ha scelto ciò che agli occhi del mondo sembra stoltezza: Cristo crocifisso.
«Ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini».
Agostino avrebbe potuto vivere affidandosi alla propria intelligenza. Ne aveva abbastanza per farlo. Conosceva la filosofia, dominava la parola, sapeva convincere.
Eppure la sua conversione comincia proprio quando comprende che la verità non è qualcosa che l’uomo possiede dopo aver ragionato abbastanza.
La verità gli viene incontro.
Agostino scopre che Dio non si lascia conquistare dall’intelligenza, ma si lascia incontrare da chi accetta di essere povero davanti a Lui.
Il maestro deve diventare discepolo.
Il sapiente deve riconoscere di non bastare a se stesso.
L’uomo che aveva cercato Dio tanto lontano deve accorgersi che Dio era già vicino.
La sua sapienza, da allora, non diventa un motivo di superiorità. Diventa servizio. Agostino sarà vescovo, predicatore, maestro, scrittore. Ma tutta la sua intelligenza verrà messa a servizio della Parola e della Chiesa.
La sua cattedra non sarà un trono.
Sarà il luogo da cui continuare a cercare Dio insieme agli altri.
Lo Sposo che arriva
Nel Vangelo Gesù racconta di dieci vergini che attendono lo sposo.
Cinque portano con sé anche l’olio. Cinque no.
Lo sposo tarda.
Tutte si addormentano.
Poi, nel cuore della notte, si alza un grido: «Ecco lo sposo! Andategli incontro!».
La vita di Agostino assomiglia, in qualche modo, a questa lunga attesa.
Ha cercato la felicità negli studi, nell’ambizione, negli affetti, nel successo. Ha bussato a molte porte. Ha inseguito molte promesse.
E Dio era lì.
Anni dopo scriverà una delle pagine più belle delle Confessioni:
«Tardi ti ho amato, bellezza così antica e così nuova, tardi ti ho amato. Eri dentro di me, e io ero fuori».
È forse questa la scoperta più sconvolgente di Agostino.
Dio non era assente.
Era lui a cercarlo altrove.
Lo Sposo era vicino mentre il cuore correva per strade lontane.
E quando finalmente Agostino lo riconosce, comprende che tutta la sua inquietudine non era stata inutile. Era stata, senza che lui lo sapesse, una sete.
Il cuore inquieto
Ci sono inquietudini che cerchiamo subito di spegnere.
Ci riempiamo di cose da fare. Accendiamo qualcosa. Compriamo qualcosa. Cerchiamo qualcuno. Corriamo verso un’altra esperienza.
Purché quel vuoto taccia.
Agostino ci propone un’altra possibilità: forse non tutte le inquietudini devono essere anestetizzate.
Alcune devono essere ascoltate.
Perché può esistere dentro di noi una fame che nessun successo riesce a saziare, un desiderio che nessun possesso riesce a colmare, una domanda che ritorna anche quando abbiamo ottenuto ciò che pensavamo di volere.
Agostino ha impiegato anni per comprendere che quel vuoto aveva un nome.
Era nostalgia di Dio.
Non perché gli affetti umani non contino. Non perché il sapere o la bellezza della vita siano inutili. Ma perché nessuna creatura può portare il peso di essere il nostro assoluto.
Il cuore chiede troppo.
E soltanto Dio è abbastanza grande da non spezzarsi sotto quella domanda.
Il dottore mendicante
Agostino diventerà uno dei più grandi pensatori della storia cristiana.
Ma forse la sua grandezza è proprio questa: aver capito che davanti al mistero di Dio anche il più grande dei sapienti rimane un mendicante.
Un uomo con le mani vuote.
Uno che domanda.
Uno che cerca.
Uno che riceve.
La fede non è possedere tutte le risposte. Non è sapere tante cose su Dio. Non è arrivare finalmente al punto in cui non abbiamo più domande.
È riconoscere una Presenza.
È accorgersi che Qualcuno ci precedeva mentre ancora lo cercavamo.
È sentire, magari dopo molte strade sbagliate, il grido nel cuore della notte:
«Ecco lo Sposo».
E scoprire che Colui che cercavamo da tanto tempo stava già venendo verso di noi.
Trasforma la Parola in preghiera
Pensa alla tua inquietudine.
A quella domanda che ritorna quando tutto tace.
A ciò che hai cercato pensando: quando avrò questo, finalmente sarò in pace.
E poi non è bastato.
Forse quell’inquietudine non è soltanto un problema da eliminare.
Forse è una porta.
Agostino direbbe: ascoltala.
Potrebbe essere il modo in cui il tuo cuore ti ricorda per Chi è stato fatto.
**Signore Gesù,
tu che hai scelto la stoltezza della Croce
per confondere la sapienza del mondo,
liberami dalla presunzione di bastare a me stesso.
Tu che hai cercato Agostino
mentre lui ti cercava lontano,
raggiungimi nelle strade
in cui anch’io mi perdo.
Quando cerco di riempire
con molte cose
ciò che soltanto tu puoi colmare,
fammi ascoltare l’inquietudine del mio cuore.
Donami una sapienza
che non diventi orgoglio,
ma servizio.
Donami un’intelligenza
che sappia anche inginocchiarsi.
E quando nel cuore della mia notte
risuonerà il grido:
“Ecco lo Sposo”,
fa’ che io riconosca la tua voce.
Tu eri già dentro
mentre io ti cercavo fuori.
Tu eri già vicino
mentre io pensavo di essere lontano.
Prendimi per mano
e conduci il mio cuore inquieto
a riposare in te.
Amen.**