Il servo che veglia

Gesù parla di un padrone che ha affidato ai suoi servi la cura della casa. Il tempo passa. Il padrone tarda a tornare. E il servo si trova davanti a una scelta: restare fedele o approfittare del ritardo.

«Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così!» — dice Gesù. Beato chi, nell’attesa, continua a fare ciò che gli è stato chiesto. Chi non si lascia paralizzare dall’attesa, né corrompere dal ritardo.

Ma c’è anche l’altro servo. Quello che dice in cuor suo: «Il mio padrone tarda». E comincia a percuotere i suoi compagni, a mangiare e a bere, ad approfittare del potere ricevuto. Ha dimenticato che il padrone tornerà.

La differenza tra i due servi non sta nel sapere quando il padrone arriva. Nessuno dei due lo sa. La differenza sta nel cuore. Il primo veglia. Il secondo ha dimenticato che la casa non è sua.

L’attesa che non è vuota

Vegliare non significa stare con gli occhi sbarrati a fissare l’orizzonte. Significa vivere ogni giorno come se fosse quello decisivo. Significa fare il bene non per essere visti, ma perché è il compito che ci è stato affidato.

Il servo fedele non è quello che passa il tempo a chiedersi quando arriverà il padrone. È quello che continua a dare il cibo ai suoi compagni, a tempo debito. È quello che non si arrende alla pigrizia, alla violenza, al «tanto non cambia nulla».

Vegliare è amare quando nessuno guarda. È servire quando non ci sono testimoni. È restare fedeli quando il ritorno si fa attendere.

Santa Monica, che oggi ricordiamo, ha vegliato così. Per anni ha pregato per suo figlio Agostino, che viveva lontano da Dio. Non ha smesso di sperare. Non ha smesso di amare. Non ha smesso di piangere.

E quelle lacrime non furono perdute. Agostino si convertì e divenne uno dei più grandi santi della Chiesa.

Monica non sapeva quando Dio avrebbe risposto. Ma ha continuato a vegliare. E la sua attesa non è stata vuota: è stata piena di amore.

Quando il servo si crede padrone

Il servo malvagio della parabola ha un problema: ha dimenticato di essere servo.

Ha ricevuto un compito, una casa, degli altri servi da custodire. Ma il ritardo del padrone gli ha fatto credere di essere diventato il padrone. E ha cominciato a fare ciò che fanno i padroni cattivi: percuotere, mangiare, bere, approfittare.

È la tentazione di chi ha un po’ di potere e dimentica che gli è stato affidato, non donato in proprietà. È la tentazione di chi pensa che il silenzio di Dio sia la sua assenza. E che l’assenza autorizzi tutto.

Ma il padrone torna. Sempre. E chiede conto non solo di ciò che abbiamo fatto, ma di come abbiamo trattato i compagni.

La prontezza del cuore

Vegliare non è sapere l’ora. È essere pronti in ogni ora.

Non è vivere nell’angoscia di un Dio che arriva all’improvviso. È vivere nella fiducia di chi sa che ogni giorno è dono e che ogni giorno ci prepara all’incontro con il Signore.

Un incontro che già si lascia intravedere in un volto che chiede aiuto, in una prova, in una parola inattesa, in una presenza che ci raggiunge quando meno ce lo aspettiamo. Ma che un giorno sarà pieno.

Il canto al Vangelo lo ripete: «Vegliate e tenetevi pronti». Ma la prontezza di cui parla Gesù non è quella di chi trema. È quella di chi ama.

Paolo, nella prima lettura, ricorda ai Corinzi che Dio li ha «arricchiti di tutti i doni» e li renderà «saldi sino alla fine». Non vegliamo da soli. Siamo sostenuti da una grazia che non ci abbandona.

La veglia cristiana non è ansia. È amore che resta sveglio.


Trasforma la Parola in preghiera

Pensa a qualcosa che stai vivendo nell’attesa. Una risposta che non arriva. Una persona che non cambia. Un sogno che tarda a realizzarsi.

Chiediti come stai vivendo questa attesa: da servo fedele o da servo che, poco alla volta, ha dimenticato che la casa non è sua?

**Signore Gesù,
tu che hai detto di vegliare
perché non sappiamo l’ora,
donami un cuore che resta sveglio.

Quando il ritardo mi stanca,
quando il bene mi sembra inutile,
quando l’attesa mi fa perdere il senso del servizio,
rimettimi davanti il compito che mi hai affidato.

Donami la fedeltà di Monica,
che non ha smesso di sperare,
di pregare, di amare,
anche quando tutto sembrava fermo.

Non permettere che io usi il potere
per ferire i miei compagni.
Non permettere che il silenzio di Dio
diventi per me un alibi.
Non permettere che l’attesa
spenga l’amore.

Fa’ che io viva ogni giorno
come se fosse il giorno del tuo ritorno.

E che tu, arrivando,
mi trovi non a tremare di paura,
ma a servire con gioia.

Amen.**

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