
C’è una domanda, in questo Vangelo, che prima o poi arriva per tutti.
Gesù non la pone alla folla. Non la pone ai curiosi. La pone ai suoi discepoli, in un momento di intimità, lontano da Gerusalemme, nella regione di Cesarèa di Filippo.
Prima chiede: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». I discepoli rispondono con le voci correnti: Giovanni il Battista, Elia, Geremia, uno dei profeti.
Tutte risposte rispettose. Tutte risposte insufficienti.
Poi Gesù stringe il cerchio:
«Ma voi, chi dite che io sia?».
Non è una domanda da catechismo. È la domanda che decide tutto.
Perché non si può seguire qualcuno senza sapere chi è. Non si può dare la vita per un’idea vaga. Non si può amare un fantasma.
Pietro risponde:
«Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».
La risposta di Pietro
La risposta di Pietro non nasce soltanto da un ragionamento.
C’è qualcosa che la sua intelligenza, da sola, non avrebbe potuto raggiungere.
Gesù glielo dice chiaramente:
«Né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli».
La fede non è una conquista da esibire. È un dono da accogliere.
Non esclude la ricerca, l’intelligenza, le domande. Possiamo cercare, studiare, interrogare la Scrittura, attraversare dubbi e domande. Ma arriva un punto nel quale comprendiamo che Dio non è il risultato dei nostri ragionamenti.
È Lui che si lascia conoscere.
È Lui che apre gli occhi.
È Lui che rivela il Figlio.
Pietro è beato non perché sia più intelligente degli altri, ma perché ha accolto ciò che il Padre gli ha mostrato.
Ed è proprio qui che risuona anche lo stupore di Paolo nella seconda lettura:
«O profondità della ricchezza, della sapienza e della conoscenza di Dio!».
Dio non può essere racchiuso nei nostri schemi. Le sue vie ci precedono e ci superano.
Possiamo conoscerlo davvero, ma non possederlo mai.
La roccia e le chiavi
Gesù risponde a Pietro con parole che hanno attraversato i secoli:
«Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa».
Non su un’idea astratta. Non su un progetto umano. Non su una strategia.
Su una persona.
Su un uomo fragile, impetuoso, capace di grandi slanci e di grandi cadute.
Su Pietro, che prometterà di non abbandonare mai Gesù e poi, davanti alla paura, lo rinnegherà tre volte.
Gesù sa chi è Pietro.
Sa che avrà paura. Sa che cadrà. Sa che la sua fedeltà non sarà perfetta.
Eppure lo sceglie.
Eppure gli affida una missione.
Eppure costruisce su di lui.
È uno dei misteri più consolanti della Chiesa: Dio affida cose immense a persone fragili.
La Chiesa non poggia sulla perfezione dei suoi membri. Se fosse così, sarebbe crollata da secoli.
Poggia sulla fedeltà di Cristo.
«Il potere degli inferi non prevarrà su di essa».
Non perché i cristiani siano migliori degli altri.
Non perché chi guida la Chiesa sia immune dall’errore, dalla paura o dalla fragilità.
Ma perché la Chiesa non appartiene a noi.
È sua.
Le chiavi e la responsabilità
Gesù consegna a Pietro le chiavi del Regno.
È la stessa immagine che incontriamo nella prima lettura, quando Isaia parla della chiave della casa di Davide affidata a Eliakìm.
La chiave è segno di autorità.
Chi possiede le chiavi può aprire e può chiudere.
Ma nel Vangelo l’autorità non diventa dominio. Diventa responsabilità.
Pietro non riceve un privilegio da difendere, ma una missione da compiere.
È chiamato a custodire la fede, a confermare i fratelli, a discernere, a servire.
A legare e sciogliere non secondo il proprio capriccio, ma cercando la volontà di Dio.
La Chiesa non è un’azienda. Non è un partito. Non è un club riservato a chi possiede la tessera giusta.
È il popolo che Cristo raduna.
E le chiavi vengono affidate non per esercitare potere sugli altri, ma per custodire, discernere, servire e aprire la strada al Regno.
Dire la risposta non basta
Alla fine del Vangelo Gesù ordina ai discepoli di non dire ad alcuno che egli è il Cristo.
Pietro ha pronunciato la risposta giusta.
Ma non ha ancora capito tutto.
Subito dopo, infatti, Gesù comincerà a parlare della strada verso Gerusalemme, della sofferenza, della croce e della risurrezione.
E Pietro non riuscirà ad accettarlo.
Ha riconosciuto il Cristo, ma deve ancora imparare che cosa significa.
Perché è possibile dire parole giuste su Dio e continuare a immaginarlo secondo i nostri desideri.
Possiamo confessare che Gesù è il Cristo e poi aspettarci un Cristo senza croce.
Un Dio che risolva tutto.
Un Dio che ci risparmi la fatica.
Un Dio che confermi sempre ciò che pensiamo.
Anche Pietro dovrà imparare che riconoscere Gesù significa lasciarsi sorprendere da chi Egli è veramente.
Non dal Dio che vorremmo.
Dal Dio che si rivela.
La domanda che arriva per tutti
E allora la domanda di Gesù attraversa i secoli e arriva fino a noi:
«Voi, chi dite che io sia?».
Non basta ripetere le risposte degli altri.
Non basta dire: «La Chiesa insegna che…».
Non basta citare il Catechismo o conoscere le formule della fede.
Prima o poi la domanda diventa personale.
Tu, chi dici che io sia?
Chi è Gesù per me?
Un personaggio del passato?
Un maestro di morale?
Un fondatore di religione?
Una presenza alla quale ricorrere quando le cose vanno male?
Oppure è il Cristo, il Figlio del Dio vivente?
E c’è una domanda ancora più profonda:
sono disposto ad accoglierlo per quello che è, anche quando non corrisponde al Dio che avevo immaginato?
Perché la fede non consiste soltanto nel dare la risposta giusta.
Consiste nel lasciare che quella risposta cambi la vita.
Da questa risposta dipende tutto.
Trasforma la Parola in preghiera
Pensa alla domanda di Gesù come se fosse rivolta a te, oggi, in questo momento:
«Tu, chi dici che io sia?».
Non rispondere in fretta.
Non ripetere formule imparate.
Cerca la risposta che nasce dalla tua vita, dalle tue cadute, dalle tue speranze, dalle tue notti e dalle tue ripartenze.
**Signore Gesù,
tu che hai chiesto ai tuoi discepoli:
«Voi, chi dite che io sia?»,
rivolgi anche a me questa domanda.
Non permettere che risponda soltanto
con le parole degli altri.
Non permettere che mi accontenti
di formule vuote.
Non permettere che ti conosca
solo per sentito dire.
Rivelati a me come ti sei rivelato a Pietro:
non attraverso la carne e il sangue,
ma attraverso il Padre che è nei cieli.
Donami di riconoscerti come il Cristo,
il Figlio del Dio vivente.
Non con le labbra, ma con la vita.
Non a parole, ma nelle scelte.
Non soltanto nei momenti di entusiasmo,
ma nelle notti della prova.
E insegnami ad accoglierti
non come vorrei che tu fossi,
ma come tu ti riveli.
Quando la mia fede vacilla,
quando come Pietro ho paura,
quando ti rinnego con le mie infedeltà,
tendimi la mano e rialzami.
Perché tu non costruisci su pietre perfette,
ma su uomini fragili
che si lasciano amare.
E su questa fragile roccia
hai voluto edificare la tua Chiesa.
Amen.**