L’infanzia dimenticata

Quando il dolore dei più piccoli ci diventa lontano

Ci sono notizie alle quali non vorremmo mai abituarci. Quella arrivata dalla Nigeria è una di queste.

Nel distretto di Goronyo, nello Stato nord-occidentale di Sokoto, un’imbarcazione con decine di persone a bordo si è capovolta mentre attraversava un corso d’acqua. Erano dirette ai campi di riso sull’altra sponda. Il bilancio è drammatico: almeno 52 morti. Molte delle vittime erano bambini.

Uno dei nomi resi noti è quello di Jamila Usman. Aveva tredici anni.

Forse bisogna cominciare proprio da qui, da un nome. Perché le grandi tragedie hanno un effetto perverso: più cresce il numero delle vittime, più rischiamo di perdere di vista le persone. Cinquanta, cento, mille morti diventano una cifra, mentre una vita ha bisogno di un volto, di una storia, di qualcuno che la chiami per nome per tornare davvero a interpellarci.

Jamila aveva tredici anni e quella mattina stava attraversando un fiume per raggiungere i campi.

Il naufragio di Sokoto non è soltanto una terribile fatalità. Riporta davanti ai nostri occhi una realtà che troppo spesso resta ai margini dell’informazione: milioni di bambini nel mondo crescono in condizioni nelle quali povertà, lavoro precoce, insicurezza, difficoltà di accesso alla scuola e pericoli quotidiani si intrecciano fino a diventare quasi normali.

Ed è proprio questa parola, normali, che dovrebbe inquietarci.

Non è normale che un bambino debba affrontare ogni giorno rischi che considereremmo inaccettabili per i nostri figli. Non è normale che l’infanzia dipenda dal luogo geografico nel quale si ha la sorte di nascere.

Eppure, per milioni di bambini, è così che il mondo si presenta ogni mattina.

Naturalmente le condizioni sociali ed economiche dei Paesi sono diverse e sarebbe troppo semplice giudicare realtà complesse con lo sguardo di chi vive altrove. Ma proprio per questo la tragedia di Sokoto dovrebbe spingerci oltre la commozione immediata. Dovrebbe costringerci a domandarci quale posto occupino davvero i bambini nelle priorità della comunità internazionale.

Un’infanzia che il mondo vede troppo poco

La Nigeria è il Paese più popoloso dell’Africa e possiede enormi risorse umane ed economiche, ma continua a convivere con profonde disuguaglianze, povertà diffusa e gravi problemi di sicurezza. In molte aree del Paese l’infanzia è esposta contemporaneamente a più forme di vulnerabilità: difficoltà di accesso all’istruzione, lavoro minorile, violenze, sfollamenti, insicurezza alimentare.

Sono fenomeni diversi e non possono essere ridotti a un’unica causa. Ma hanno una conseguenza comune: a pagare il prezzo più alto sono spesso coloro che hanno meno strumenti per difendersi.

I bambini.

Eppure proprio le tragedie che avvengono lontano dai grandi centri dell’informazione internazionale rischiano di avere una vita brevissima nelle nostre coscienze. Una notizia compare per qualche ora, viene accompagnata da immagini drammatiche, poi scompare sostituita da quella successiva.

Non è necessariamente indifferenza. È anche il risultato di un tempo nel quale siamo continuamente esposti al dolore degli altri. Guerre, terremoti, naufragi, attentati, carestie arrivano ogni giorno sui nostri telefoni. Per difenderci, forse, impariamo inconsapevolmente a creare una distanza.

Ma quella distanza ha un prezzo. Rischia di trasformare l’ingiustizia in paesaggio.

La geografia della compassione

C’è allora una domanda più scomoda, e riguarda noi.

Siamo davvero capaci di attribuire lo stesso valore a ogni infanzia?

Non sempre la nostra attenzione sembra dirlo.

Ci sono tragedie che per giorni occupano le prime pagine. Delle vittime conosciamo i nomi, le fotografie, le storie, ascoltiamo le parole dei familiari. Altre tragedie attraversano appena i notiziari: poche righe, un numero, una località che molti di noi non saprebbero indicare su una carta geografica.

Così, quasi senza accorgercene, costruiamo una geografia della compassione.

Alcuni dolori ci sembrano vicini. Altri rimangono sullo sfondo.

Alcuni bambini diventano volti. Altri restano cifre.

Eppure un bambino non è più o meno bambino a seconda del passaporto che possiede. La paura non cambia natura a seconda della lingua nella quale viene gridata. Il dolore di una madre che perde un figlio non diventa meno lacerante perché quella madre vive in un villaggio africano lontano dai nostri occhi.

La distanza geografica non dovrebbe diventare distanza morale.

È forse questo il punto più difficile: riconoscere che ogni volta che il dolore di qualcuno ci appare meno importante perché accade lontano, stiamo già accettando una gerarchia tra vite umane.

E nessuna vita dovrebbe valere meno.

Il diritto di essere bambini

La tragedia di Sokoto ci riporta allora a una domanda semplice e radicale: che cosa significa davvero difendere l’infanzia?

Significa riconoscere a ogni bambino il diritto di crescere senza essere costretto troppo presto a portare il peso della sopravvivenza. Il diritto all’istruzione, alla sicurezza, alla salute, al gioco. Il diritto di avere davanti a sé un futuro che non sia già deciso dalla povertà della famiglia o dal luogo nel quale si è nati.

Sono diritti scritti nelle convenzioni internazionali e celebrati nelle giornate dedicate all’infanzia. Ma per milioni di bambini restano ancora promesse incompiute.

Anche il Vangelo, per chi lo ascolta, porta nella stessa direzione. Quando i discepoli cercano di allontanare i bambini, Gesù li rimette al centro: «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite». Non è soltanto una scena tenera. È un modo di guardare il mondo.

Mettere al centro chi rischia di restare ai margini.

E questa responsabilità non appartiene soltanto alla fede. Appartiene alla coscienza umana.

La preghiera per le vittime è necessaria, ma non può diventare un modo per tranquillizzarci. Deve lasciare aperta una domanda: che cosa stiamo facendo perché la dignità dei più piccoli non resti soltanto un principio proclamato?

Non dimenticare

Tra qualche giorno, probabilmente, il naufragio di Goronyo non sarà più nelle notizie. È il destino di quasi tutte le tragedie: l’informazione deve andare avanti.

La nostra coscienza, però, non è obbligata a fare altrettanto.

Possiamo almeno rifiutarci di considerare inevitabile ciò che non dovrebbe esserlo. Possiamo continuare a chiedere sicurezza, responsabilità, giustizia. Possiamo custodire il diritto dei bambini a non essere ridotti a una statistica.

Jamila Usman aveva tredici anni.

Con lei sono morti molti altri bambini dei quali forse non conosceremo mai il nome.

Ricordarli non restituirà loro la vita. Ma può impedirci di compiere un’altra piccola ingiustizia: considerarli soltanto una notizia proveniente da un Paese lontano.

L’infanzia dimenticata non è soltanto quella di cui non sappiamo nulla. È quella di cui veniamo a sapere e che, poco dopo, scegliamo di non vedere più.

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