
Due uomini, nella liturgia di oggi. Due storie lontane, attraversate dalla stessa domanda: che cosa resta quando ciò su cui abbiamo appoggiato la vita viene meno?
Ezechiele riceve da Dio un annuncio terribile: «Ecco, io ti tolgo d’un colpo la delizia dei tuoi occhi». È sua moglie.
E il profeta riceve anche un comando difficile persino da ascoltare: non dovrà celebrare il lutto come si usava fare, non dovrà lasciarsi andare ai gesti esteriori del dolore. Dovrà portare il turbante, tenere i sandali ai piedi, restare in silenzio.
La sera sua moglie muore. La mattina dopo Ezechiele fa ciò che gli è stato comandato.
La gente lo guarda e gli domanda che cosa significhi quel comportamento incomprensibile.
Allora il profeta spiega che la sua stessa vita è diventata un segno. Presto anche Israele perderà ciò che considera intoccabile: il santuario, «la delizia dei vostri occhi», i figli e le figlie, la città nella quale aveva riposto la propria sicurezza.
È una pagina durissima.
Non ci dice che Ezechiele non soffre. Non ci racconta un uomo diventato improvvisamente insensibile al dolore. Ci mostra piuttosto un profeta la cui ferita personale diventa parola per un popolo.
Perché qualche volta scopriamo dove abbiamo messo il cuore proprio quando qualcosa comincia a vacillare.
La delizia dei nostri occhi
C’è un’espressione che ritorna due volte nella lettura.
La moglie di Ezechiele è «la delizia dei suoi occhi».
Poco dopo, Dio chiama nello stesso modo il santuario di Gerusalemme: «la delizia dei vostri occhi».
Non perché amare una persona sia sbagliato. Non perché sia sbagliato amare una casa, una vocazione, un progetto, un luogo, qualcosa che abbiamo costruito e custodito per anni.
Il problema comincia quando ciò che amiamo diventa ciò senza cui crediamo di non poter più esistere.
Quando una cosa buona diventa il fondamento ultimo della nostra vita.
Quando non diciamo più: «Ti amo», ma, senza accorgercene, cominciamo a dire: «Senza di te io non sono più nulla».
È allora che ciò che possediamo comincia a possederci.
Il Cantico del Deuteronomio, oggi, pronuncia una frase che attraversa tutta la liturgia: avete dimenticato il Dio che vi ha generati.
Forse è proprio questo il dramma più profondo.
Non perdere qualcosa.
Dimenticare Colui che rimane.
Il giovane che cercava di più
Nel Vangelo, un giovane si avvicina a Gesù.
È un uomo serio. Vuole la vita eterna. Conosce i comandamenti e dice di averli osservati.
Eppure sente che non basta.
«Che altro mi manca?».
È una domanda bellissima.
Perché ci sono vite apparentemente in ordine nelle quali continua ad abitare un’inquietudine. Si può aver fatto tutto ciò che era giusto fare e sentire ugualmente che manca qualcosa.
Il giovane non cerca un comandamento in più.
Forse, senza saperlo, cerca una libertà che ancora non possiede.
Gesù gli risponde: «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; e vieni! Seguimi!».
È qui che accade qualcosa di sorprendente.
Il giovane aveva chiesto che cosa gli mancasse.
Gesù gli mostra ciò che possiede.
E forse è proprio quello il problema.
Perché a volte ciò che ci manca non è qualcosa da aggiungere alla nostra vita.
È qualcosa che non riusciamo a lasciare.
Il Vangelo termina con una delle immagini più tristi del Nuovo Testamento: il giovane se ne va.
Triste.
Non perché Gesù gli abbia tolto qualcosa.
Non gli ha strappato i beni dalle mani. Non lo ha costretto. Non lo ha giudicato.
Gli ha indicato una strada.
Ma il giovane scopre di non riuscire a percorrerla.
«Possedeva infatti molte ricchezze».
O forse, a quel punto, siamo autorizzati a domandarci se non fossero quelle ricchezze a possedere lui.
Quando le sicurezze vacillano
Ezechiele e il giovane del Vangelo non sono uno il contrario dell’altro.
Sono due uomini messi davanti alla stessa domanda.
Dove hai appoggiato la tua vita?
Ezechiele vede venir meno «la delizia dei suoi occhi».
Israele sta per perdere il tempio che credeva intoccabile.
Il giovane non perde nulla, ma scopre che non riesce nemmeno a immaginare la propria vita senza ciò che possiede.
Tre situazioni diverse.
Una sola domanda.
Che cosa succederebbe a me se venisse meno ciò su cui ho costruito la mia sicurezza?
Non è una domanda per spaventarci.
È una domanda per renderci liberi.
Perché la fede non consiste nel non amare nulla per paura di perderlo.
Consiste nell’amare tutto senza trasformare nulla in Dio.
Possiamo amare profondamente una persona senza possederla.
Possiamo custodire una casa senza farne il nostro rifugio assoluto.
Possiamo avere progetti senza credere che la nostra vita finisca se falliscono.
Possiamo desiderare, costruire, lavorare, sperare.
Ma sapendo che nessuna di queste cose può essere il fondamento ultimo della nostra esistenza.
Che cosa ci possiede?
Forse allora la domanda del giovane diventa anche la nostra:
«Che cosa mi manca?».
Ma Gesù potrebbe risponderci con un’altra domanda:
Che cosa non riesci a lasciare?
Può essere il denaro, certo.
Ma può essere anche l’immagine che vogliamo dare di noi stessi.
L’approvazione degli altri.
Il bisogno di avere sempre ragione.
Una relazione che abbiamo cominciato a stringere come un possesso.
Un progetto sul quale abbiamo costruito tutta la nostra identità.
Il desiderio di controllare ogni cosa.
Perfino un ruolo, un servizio, qualcosa di bello e santo può diventare una sicurezza alla quale aggrapparsi.
Gesù non chiede a tutti di vendere tutto.
Chiede a tutti di non avere nulla che ci possieda.
Chiede mani aperte.
Perché una mano chiusa può trattenere.
Ma non può ricevere.
E forse il vero tesoro nel cielo comincia proprio qui: quando scopriamo che possiamo amare senza possedere, custodire senza stringere, donare senza scomparire.
Quando impariamo che qualcosa può esserci prezioso senza diventare il nostro assoluto.
Perché tutto ciò che abbiamo può cambiare.
Le persone possono allontanarsi.
I progetti possono fallire.
Le sicurezze possono crollare.
Perfino ciò che oggi ci sembra indispensabile può un giorno non esserci più.
Ma c’è un tesoro che nessuna perdita può portarci via.
Non è una cosa.
Non è una ricompensa.
Non è qualcosa che Dio ci consegna in cambio di ciò che abbiamo perduto.
È Dio stesso.
Colui che non impedisce ogni notte, ma rimane dentro la notte.
Colui che non promette una vita senza distacchi, ma una presenza che nessun distacco può cancellare.
Forse la fede comincia davvero quando smettiamo di domandare soltanto:
«Signore, che cosa mi manca?».
E troviamo il coraggio di chiedergli:
«Signore, che cosa sto stringendo così forte da non riuscire più a seguirti?»
Trasforma la Parola in preghiera
Pensa a ciò che oggi senti particolarmente prezioso.
Una persona. Una sicurezza. Un progetto. Un ruolo. Un’immagine di te. Qualcosa senza cui fai fatica a immaginare la tua vita.
Non devi smettere di amarlo.
Prova soltanto ad affidarlo.
Apri lentamente la mano.
E lascia che Dio resti Dio.
Signore Gesù,
tu conosci ciò che amo
e ciò che temo di perdere.
Conosci le cose
che stringo troppo forte,
le sicurezze sulle quali
ho appoggiato la mia vita,
le paure che qualche volta
mi impediscono di seguirti.
Non permettere che ciò che amo
diventi ciò senza cui
credo di non poter vivere.
Insegnami ad amare senza possedere,
a custodire senza imprigionare,
a desiderare senza fare dei miei desideri
il centro di ogni cosa.
Quando una sicurezza vacilla,
ricordami che io non cado
fuori dalle tue mani.
Quando qualcosa cambia,
quando una strada si chiude,
quando ciò che credevo stabile
diventa fragile,
non lasciare che dimentichi
il Dio che mi ha generato.
Donami mani aperte.
Mani capaci di accogliere
e capaci di lasciare andare.
E se un giorno mi domanderai
di camminare più leggero,
dammi il coraggio
di non andarmene triste.
Fammi scoprire che il tesoro più grande
non è ciò che riesco a conservare,
ma la tua presenza
che nessuna perdita può cancellare.
Tu sei il tesoro
che non si può perdere.
Amen.