L’illusione di bastare a se stessi

C’è un momento in cui ciò che possediamo comincia, quasi senza accorgercene, a possedere noi.

Ezechiele si rivolge al principe di Tiro, una città potente, ricca, orgogliosa. Il suo cuore si è insuperbito. Ha accumulato oro e argento, ha moltiplicato le sue ricchezze, si è convinto che la propria intelligenza, il proprio potere, ciò che ha costruito possano renderlo invulnerabile.

Fino a dire: «Io sono un dio».

Il profeta gli risponde con parole che spezzano ogni illusione: sei un uomo, non un dio.

Puoi essere sapiente. Puoi essere potente. Puoi avere tesori immensi. Ma resti un uomo.

E nel Vangelo Gesù sembra pronunciare la stessa verità con un’immagine impossibile da dimenticare: «È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli».

I discepoli restano sconvolti.

La ricchezza poteva apparire come un segno della benedizione di Dio. Se perfino chi sembra avere tutto non può garantirsi la salvezza, allora chi può salvarsi?

Gesù li guarda e risponde: «Questo è impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile».

Forse è proprio questa la frase che illumina tutte le altre.

Nessuno si salva da sé.

L’illusione di non avere bisogno

Perché Gesù parla così duramente della ricchezza?

Non perché il denaro sia cattivo in sé. Non perché chi possiede qualcosa sia necessariamente lontano da Dio.

Il problema comincia quando ciò che abbiamo ci convince che possiamo bastare a noi stessi.

La ricchezza più pericolosa non dice: «Dimentica Dio».

Dice qualcosa di molto più sottile:

«Puoi farcela da solo».

Puoi proteggerti. Puoi organizzare tutto. Puoi prevedere tutto. Puoi costruirti una vita nella quale non hai bisogno di chiedere, di dipendere, di attendere.

E lentamente può accadere qualcosa dentro di noi.

Smettiamo di pregare non perché abbiamo deciso di non credere, ma perché non sentiamo più di avere bisogno di ricevere.

Smettiamo di chiedere.

Smettiamo di affidarci.

Smettiamo perfino di sperare.

Non bisogna essere ricchi per avere un cuore ricco. Basta possedere qualcosa senza cui pensiamo di non poter essere noi stessi.

Può essere il denaro.

Ma può essere anche il ruolo che occupiamo, il prestigio, la competenza, l’immagine che gli altri hanno di noi, la salute, il bisogno di avere sempre ragione, perfino la convinzione di essere persone buone.

Anche queste possono diventare ricchezze.

Anche queste possono sussurrarci: «Non hai bisogno di nessuno».

E allora la parola rivolta al principe di Tiro arriva fino a noi:

«Sei un uomo, non un dio».

Non è un’umiliazione.

È una liberazione.

Perché essere uomini significa poter avere bisogno, poter chiedere, poter ricevere, poter essere amati senza dover meritare tutto.

Prima o poi, inoltre, la vita ci mette davanti a qualcosa che non possiamo comprare: l’amore di qualcuno, un perdono, la pace del cuore, il tempo che passa, la vita stessa.

Ed è allora che scopriamo quanto fosse fragile l’illusione di bastare a noi stessi.

L’impossibile che Dio rende possibile

Un cammello non passa per la cruna di un ago.

Non passa con uno sforzo maggiore.

Non passa se si impegna di più.

Semplicemente, non passa.

È volutamente sproporzionata l’immagine scelta da Gesù. Quasi assurda.

I discepoli la comprendono benissimo, tanto che domandano: «Allora, chi può essere salvato?».

Ed è proprio quando riconoscono l’impossibilità che Gesù apre una breccia:

«A Dio tutto è possibile».

Qui il Vangelo cambia prospettiva.

La salvezza non è il premio riservato a chi riesce a diventare abbastanza bravo, abbastanza povero, abbastanza generoso, abbastanza santo.

La salvezza non è una conquista.

È grazia.

Dio può fare ciò che noi, con le nostre sole forze, non sappiamo fare: sciogliere ciò a cui siamo incatenati, aprire le nostre mani, liberarci dalla paura di perdere, insegnarci nuovamente a ricevere.

Il problema del ricco non è semplicemente avere molto.

È pensare che quel molto possa salvarlo.

Anche Pietro deve imparare a lasciare

Pietro allora prende la parola:

«Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne avremo?».

È una domanda molto umana.

Pietro ha lasciato davvero. Ha abbandonato le reti, la barca, la vita conosciuta.

Ma vuole ancora sapere che cosa ci guadagnerà.

Ha lasciato molte cose, ma dentro di lui sopravvive ancora un po’ della vecchia contabilità: ho dato questo, che cosa riceverò?

Gesù non lo umilia.

Gli promette molto più di quanto Pietro possa immaginare.

Ma subito dopo aggiunge:

«Molti dei primi saranno ultimi e molti degli ultimi saranno primi».

Anche la contabilità deve essere convertita.

Nel Regno di Dio non funziona la logica con cui misuriamo normalmente il successo.

Non è primo chi accumula di più.

Non è primo chi occupa il posto più importante.

Non è primo chi può esibire più meriti.

È primo chi si lascia raggiungere da Dio.

Chi si fida.

Chi apre le mani.

Chi scopre che la propria vita non è una proprietà da difendere, ma un dono da ricevere continuamente.

La vera ricchezza

La distanza tra il principe di Tiro e Pietro passa da qui.

Il principe di Tiro stringe ciò che possiede fino a convincersi di non avere bisogno di nessuno:

«Io sono un dio».

Pietro, pur con tutte le sue domande e le sue fragilità, può dire:

«Noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito».

Uno accumula fino a chiudersi.

L’altro lascia per poter seguire.

Ma neppure Pietro può vantarsi.

Perché ciò che è impossibile agli uomini rimane possibile soltanto a Dio.

La vera ricchezza, allora, non consiste semplicemente nel non possedere.

Consiste nel non essere posseduti da ciò che abbiamo.

Essere liberi di usare le cose senza farne il fondamento della nostra vita.

Liberi di perdere senza perdere noi stessi.

Liberi di ricevere senza vergogna.

Liberi di riconoscere che abbiamo bisogno di Dio e degli altri.

Il centuplo promesso da Gesù non è la restituzione maggiorata di ciò che abbiamo lasciato.

È scoprire che, quando finalmente le mani si aprono, possono ricevere molto più di ciò che stringevano.


Trasforma la Parola in preghiera

Pensa a ciò che ti dà sicurezza.

Il denaro, il lavoro, la salute, il ruolo che occupi, l’approvazione degli altri, la tua capacità di cavartela sempre.

Non sono necessariamente cose cattive.

Ma prova a domandarti: che cosa accadrebbe se venissero meno?

C’è qualcosa senza cui temi di non sapere più chi sei?

Qualcosa che stringi così forte da non riuscire più ad aprire la mano?

Forse il Vangelo di oggi non ti chiede anzitutto di perdere qualcosa.

Ti chiede di riconoscere che non sei Dio.

E che questa non è una cattiva notizia.

Perché significa che non devi salvarti da solo.

**Signore Gesù,
tu che hai guardato i tuoi discepoli
e hai detto che a Dio tutto è possibile,
guarda anche me con misericordia.

Io non sono il principe di Tiro,
ma conosco anch’io la tentazione
di bastare a me stesso.

Ho le mie ricchezze,
le mie sicurezze,
le cose a cui mi aggrappo,
le illusioni di potercela fare senza chiedere niente a nessuno.

Liberami dall’orgoglio
di chi pensa di non avere bisogno di te.

Liberami da ciò che possiedo
quando comincia a possedere me.

Liberami dalla paura di perdere
e dalla fatica di affidarmi.

Insegnami ad aprire le mani.

A ricevere senza vergogna.
A lasciare senza paura.
A seguirti senza calcolare continuamente
ciò che guadagno e ciò che perdo.

Tu hai detto che ciò che è impossibile agli uomini
è possibile a Dio.

Rendi possibile anche in me
ciò che con le mie sole forze non riesco a fare:

essere libero abbastanza
da non aver bisogno di essere dio,
perché mi basta sapere
di essere tuo.

Amen.**

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