Ti racconto… L’uomo che aggiustava i “quasi”

La bottega non aveva insegna.

Per trovarla bisognava sapere che esisteva, e chi lo sapeva lo aveva saputo da qualcun altro, in una catena di sussurri che attraversava la città come un filo invisibile.

Si trovava in un vicolo dove il sole arrivava soltanto a mezzogiorno. Una porta stretta tra due muri alti, un vetro sempre un po’ appannato, una campanella che suonava con un istante di ritardo.

Dentro c’era Arturo, seduto al suo bancone di legno consumato.

La bottega era così stretta che un uomo robusto doveva entrare di traverso. Sapeva di ottone, polvere calda e bucce di mandarino. Arturo ne lasciava sempre una ad arricciarsi sulla piccola stufa, anche quando non era stagione.

Sulle pareti, sugli scaffali e appesi al soffitto con fili quasi invisibili c’erano centinaia di piccoli meccanismi.

Erano i “quasi” della gente.

Quasi ho parlato.
Quasi sono partito.
Quasi ho perdonato.
Quasi ho detto di no.
Quasi ho cambiato vita.

Ogni “quasi” aveva la forma di un orologio da tasca fermo.

Le lancette segnavano l’istante esatto in cui il coraggio era mancato, lasciando dietro di sé una frase che continuava a tornare:

Avrei dovuto.

La gente portava quegli orologi ad Arturo. Li appoggiava sul bancone senza dire nulla, perché spesso non c’era bisogno di spiegare.

Lui li prendeva con dita delicate, li osservava attraverso una lente e annuiva piano.

«Si può fare», diceva sempre.

Arturo aveva settant’anni, camicie con i polsini consumati e un panciotto grigio con una tasca interna che teneva sempre abbottonata.

Ogni mattina, prima di aprire, sollevava una tavola del pavimento ed estraeva una scatola di latta azzurra.

Dentro c’era un “quasi”.

Il suo.

Le lancette erano ferme sulle sei e dieci.

Arturo lo puliva con un panno morbido, controllava che la chiave fosse ancora al suo posto e poi lo rimetteva nella scatola.

Non provava mai a caricarlo.

Quel pomeriggio di novembre entrò una donna.

«Mi chiamo Ada», disse, prima ancora che Arturo glielo chiedesse.

Portava un cappotto color fumo con un bottone cucito usando un filo rosso. Le mani erano screpolate e nelle pieghe delle dita era rimasta un po’ di farina.

Posò sul bancone un orologio così immobile che sembrava un sasso.

Le lancette segnavano le undici e ventitré.

«Mio figlio», disse.

Arturo aspettò.

Ada passò un dito sul vetro opaco.

«Quasi gli ho detto che lo amavo. Era sulla porta, con la valigia. Aveva ventidue anni ed era arrabbiato con me.»

La buccia di mandarino sulla stufa si accartocciò con un piccolo schiocco.

«Avevo le parole qui.»

Ada si toccò la gola.

«Volevo dirgli: resta. Oppure: vai, ma sappi che ti amo. Invece ho detto: chiudi la porta, che entra freddo.»

La sua voce non tremava. Era consumata dalle troppe volte in cui aveva ripetuto quella scena dentro di sé.

«Come si chiamava?» chiese Arturo.

«Luca.»

«Non è tornato?»

Ada abbassò gli occhi.

«Tre giorni dopo ha avuto un incidente. Quando sono arrivata in ospedale era già morto. Nella tasca del giubbotto aveva ancora la chiave di casa.»

Arturo prese l’orologio e lo avvicinò all’orecchio.

Niente.

«Ci vorrà tempo», disse.

«Ne ho», rispose Ada. «Ne ho fin troppo.»

Arturo lavorò su quel “quasi” per molti giorni.

Lo smontò, pulì le ruote, sostituì una molla. Ma nel bilanciere trovò una crepa sottile.

Provò a saldarla.

La frattura ricomparve poco più in là.

Era come se quel meccanismo avesse imparato a spezzarsi molto prima della notte in cui Luca era partito.

Forse da quando Ada era bambina e nessuno le aveva mai detto: sono contento che tu esista.

Forse da una madre che aveva preparato cene, rammendato calze e vegliato febbri senza pronunciare mai una parola d’amore.

Una crepa passata di mano in mano.

Arturo smise di tentare di cancellarla. Prese un filo d’argento e lo avvolse intorno al bilanciere, seguendo la frattura senza nasconderla.

Non cercò di riportare il metallo a com’era prima.

Gli chiese soltanto di reggere ancora il movimento.

Ada tornò due settimane dopo.

L’orologio era al centro del bancone. Le lancette segnavano ancora le undici e ventitré.

«Non funziona», disse.

«Non ancora.»

«Allora non si può fare.»

«Si può fare», rispose Arturo. «Ma non da me. Non del tutto.»

Indicò la piccola chiave.

«Io posso sistemare il meccanismo. L’ultimo scatto, però, spetta a lei.»

«Cosa devo fare?»

«Caricarlo. E mentre gira la chiave deve dire quello che quella notte non è riuscita a dire.»

Ada si ritrasse appena.

«A Luca?»

«A Luca.»

«Ma lui non può sentirmi.»

Arturo abbassò lo sguardo sull’orologio.

«Forse no. Ma lei può ancora sentire le parole che non ha pronunciato.»

Ada si portò una mano alla gola.

«Ho paura.»

«Non aspetti che passi. Potrebbe volerci un’altra vita. Giri la chiave mentre ha ancora paura.»

Ada prese l’orologio.

Sulla superficie appena lucidata rimase una traccia di farina.

Guardò le lancette.

Le undici e ventitré.

Luca sulla porta.

La valigia.

La chiave di casa nella tasca.

Infilò la chiave.

«Ti ho voluto bene», disse.

Le parole uscirono basse, graffiate.

«Ti ho voluto bene dal primo momento. Solo che non sapevo come si faceva a dirlo.»

Girò appena la chiave.

«Credevo che l’amore si capisse dalla cena pronta, dalle camicie stirate, dalla luce lasciata accesa quando tornavi tardi.»

Un ingranaggio si mosse.

«Credevo che bastasse preoccuparmi per te.»

Girò ancora.

«Avrei dovuto dirti che eri la cosa più bella che mi fosse capitata. Avrei dovuto dirti: vai, se devi andare. Ma torna. Perché questa è casa tua. Perché io sono tua madre. Perché ti amo.»

Il meccanismo scattò.

Le ruote cominciarono a muoversi. Il bilanciere oscillò dentro il filo d’argento. Le lancette tremarono, superarono le undici e ventitré e fecero un giro rapido, come se attraversassero in pochi istanti gli anni rimasti indietro.

Poi segnarono l’ora presente.

Le quattro e mezza di un pomeriggio di novembre.

E continuarono.

Ada aprì la bocca, ma ne uscì soltanto un respiro spezzato. Una lacrima cadde sul dorso della mano, lasciando un piccolo cerchio scuro nella farina.

«Ora cosa devo fare?» chiese.

«Lo porti con sé. E quando sentirà una parola fermarsi nella gola, si ricordi che il tempo non aspetta che noi diventiamo capaci.»

Ada chiuse le mani intorno all’orologio.

«Quanto le devo?»

«Niente. Quando un “quasi” torna a camminare, il conto è già saldato.»

Ada rimase ancora un momento davanti al bancone.

«Ho una sorella», disse. «Non ci parliamo da nove anni.»

Guardò le lancette che avanzavano.

«Credo che andrò da lei.»

Uscì.

Dopo pochi passi tornò indietro e socchiuse la porta.

«Arturo?»

«Sì?»

«Lei il suo lo ha caricato?»

Arturo non rispose.

Ada guardò la tavola del pavimento sotto il bancone, poi richiuse la porta senza aggiungere altro.

Nella bottega gli orologi riparati ticchettavano ciascuno con un ritmo diverso. Sembrava che lì dentro il tempo avesse imparato a camminare zoppicando.

Arturo sollevò la tavola ed estrasse la scatola azzurra.

Sul coperchio restavano sbiaditi tre mandarini e una foglia verde.

La aprì.

Le lancette erano ferme sulle sei e dieci.

Le sei e dieci di una mattina d’inverno.

Elena, sua figlia, era sulla porta con una valigia.

Avevano litigato per tutta la notte.

Prima di uscire lei gli aveva chiesto:

«Dimmi almeno che vuoi che resti.»

Arturo avrebbe voluto risponderle: vai, ma torna.

Invece aveva guardato l’orologio.

«Il treno non aspetta», aveva detto.

Elena era partita.

Per qualche anno gli aveva scritto. Arturo aveva cominciato molte risposte e non ne aveva spedita nessuna.

Poi le lettere avevano smesso di arrivare.

Da allora lasciava bucce di mandarino sulla stufa, perché Elena le metteva sui termosifoni nelle mattine d’inverno.

Arturo prese la chiave.

Un “quasi” aggiustato non è più soltanto un rimpianto.

Un “quasi” aggiustato diventa un “ancora”.

Infilò la chiave.

«Elena», disse. «Mi sei mancata ogni giorno.»

La girò.

L’orologio fece un solo tic.

Poi tacque di nuovo.

Arturo non lo forzò.

Prese un foglio dal cassetto e rimase a lungo con la penna sospesa.

Infine scrisse:

Cara Elena,

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