La voce che non si piega

Due uomini, nella liturgia di oggi. Due voci che dicono la verità. Due destini che si assomigliano.

Geremia viene arrestato nel tempio. Ha annunciato la rovina di Gerusalemme se il popolo non si convertirà. Sacerdoti e profeti gridano: «Devi morire!». Lui non ritratta. Dice soltanto: «Il Signore mi ha veramente inviato a voi. Fate di me come vi sembra bene».

Giovanni Battista è già in prigione. Ha osato dire a Erode che non gli è lecito tenere la moglie del fratello. Erodiade non glielo perdona. Durante un banchetto, per il suo rancore, la danza di sua figlia e la debolezza di un uomo incapace di ritirare una promessa ingiusta, Giovanni viene decapitato. La sua testa viene portata su un vassoio.

Due profeti. Due prigioni. Ma una sola libertà: quella di chi ha messo la propria vita nelle mani di Dio e non ha più paura di perderla.

La verità che costa

Geremia e Giovanni non sono perseguitati perché hanno sbagliato. Sono perseguitati perché hanno detto la verità in un tempo in cui la verità dava fastidio.

Il profeta non è chi prevede il futuro. È chi vede il presente con gli occhi di Dio e non tace. Anche quando parlare significa esporsi. Anche quando tacere sarebbe più comodo.

Ed ecco il paradosso: Geremia e Giovanni sono prigionieri, ma gli uomini che li tengono in catene sono molto meno liberi di loro. I profeti possono perdere la vita. Erode non riesce neppure a perdere la faccia.

Accanto a queste due voci, oggi la Chiesa ne ricorda un’altra: quella di sant’Alfonso Maria de’ Liguori. Anche lui ha speso la vita per una verità scomoda: Dio è vicino, la misericordia è per tutti, nessuno è così perduto da non poter essere raggiunto.

Avvocato brillante a Napoli, dopo una causa perduta lascia la toga. Comprende che si possono vincere molte battaglie e smarrire ugualmente ciò per cui vale la pena vivere. Diventa sacerdote, poi vescovo, fonda i Redentoristi e dedica la vita a ricordare alla gente semplice ciò che molti predicatori dimenticavano: Dio non è un giudice in agguato, ma un padre che aspetta.

In un’epoca in cui il rigorismo teneva i fedeli lontani dalla confessione, Alfonso insegnava che la misericordia non è un’eccezione, ma il cuore del Vangelo. Non ha combattuto contro Erode. Ha combattuto contro un’immagine distorta di Dio che teneva la gente lontana da Lui.

La verità che costa può essere quella gridata davanti a un re o quella insegnata con pazienza per una vita intera.

La libertà di chi non si appartiene più

Cosa rende liberi Geremia, Giovanni e Alfonso? Il fatto che non si appartengono più.

Geremia avrebbe potuto tacere. Giovanni avrebbe potuto abbassare la voce. Alfonso avrebbe potuto ripetere la morale rigida del suo tempo, lasciando molte coscienze nella paura. Nessuno dei tre lo ha fatto. Non per eroismo, ma perché aveva scoperto qualcosa che valeva più della propria vita.

La libertà cristiana non è fare ciò che si vuole. È non avere più paura di perdere ciò che si ha, perché si è già trovato ciò che conta.

Quando la vita è saldamente nelle mani di Dio, si può parlare o tacere, restare o andare. Non si è più prigionieri di ciò che gli altri pensano, dicono o minacciano. Si è liberi di amare senza calcolare il prezzo.

Trasforma la Parola in preghiera

Pensa a una verità che fatichi a dire o a vivere. Non per ferire, ma per amore. Una parola da dire in famiglia, in comunità, a te stesso. O forse un’immagine di Dio da lasciar andare, perché non è quella vera.

Chiedi la libertà di chi non si appartiene più.

**Signore,
dammi la libertà di Geremia,
che nel tuo nome ha parlato
anche quando tutti gridavano contro di lui.

Dammi il coraggio del Battista,
che non ha abbassato la voce
davanti al potere.

Dammi la pazienza di Alfonso,
che ha insegnato la tua misericordia
quando altri mostravano solo il tuo giudizio.

Liberami dalla paura di perdere
ciò che ho già messo nelle tue mani.

E fa’ che la mia vita
non sia più prigioniera
del bisogno di difendermi,
di piacere o di avere ragione,
ma appartenga interamente a te.

Amen.**

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