La notte della fede

Silenzi di Dio, aridità, perseveranza

A ottocento anni dalla Pasqua di Francesco, rischiamo di tradirlo proprio con la memoria. Di imbalsamarlo in una luce che non gli appartiene.

Perché il santo di Assisi non è stato un uomo sempre consolato, sempre pacificato, sempre luminoso. Le Fonti Francescane non ci consegnano un mistico perennemente estasiato. Ci consegnano un uomo che ha attraversato la notte. Un uomo che ha conosciuto l’arsura dell’anima e il peso di un cielo muto.

È questa la sua eredità più scomoda. Ed è proprio questa che oggi ci serve.

La santità di Francesco non sta nell’esaltazione continua. Francesco prega, e non sempre riceve consolazione. Cerca il volto di Dio, e a volte incontra silenzio. Eppure, in quel vuoto, rimane.

Questo è il tratto decisivo della sua testimonianza: non ha mai confuso la fede con l’emozione. Non l’ha mai misurata sulla base di ciò che provava. Quando la consolazione si ritira, lui non smette di cercare. Quando la luce interiore si attenua, non abbandona il cammino. Le Fonti raccontano pagine in cui ogni gioia sensibile sembra dissolversi e non resta che la nuda fedeltà di chi si affida senza più vedere (cf. FF 470-472).

Perché la notte della fede non è assenza di Dio: è assenza di segni. Francesco impara sulla propria pelle che l’amore non sempre accarezza, non sempre scalda, non sempre consola. Impara che la fedeltà vera si misura quando non si ha più nulla da guadagnare, nemmeno dentro se stessi.

E qui, in questo territorio desolato, il santo non cerca scorciatoie. Non copre il silenzio a forza di parole, non si stordisce con un attivismo frenetico. Semplicemente, resta. Resta davanti a Dio senza appoggi: povero anche nello spirito, spogliato persino dell’ultima, sottile sicurezza, quella di sentire Dio vicino.

Le Fonti ci mostrano un uomo che continua a lodare quando lodare costa. Che persevera nel Vangelo quando il Vangelo non consola. Francesco non scappa, non si indurisce, non si rifugia nel cinismo. Attraversa il buio con una fiducia essenziale, quasi spoglia, ma incrollabile.

È lì, precisamente lì, che la sua fede diventa matura.

Otto secoli dopo, questa esperienza ci interpella. E forse mette a nudo anche una certa nostra religiosità di consumo. Viviamo un tempo in cui anche la fede rischia di essere cercata per ciò che fa sentire. Se Dio tace, pensiamo di aver sbagliato. Se la preghiera non consola, la dichiariamo inutile. Se il cuore resta arido, ci convinciamo di non stare davvero camminando.

Abbiamo ridotto la fede a termometro emotivo.

Francesco ci consegna un’altra possibilità. Più difficile, infinitamente più vera: restare. Anche quando non si capisce. Anche quando non si vede. Anche quando il cuore non canta.

La notte della fede non è il fallimento del credente. È la sua purificazione. Nel buio, Francesco scopre che Dio non è un possesso, né un’esperienza da archiviare. È Mistero che si dona e, a volte, si nasconde. Proprio così educa il cuore a una libertà più grande.

Ecco perché Francesco può dire, con una verità che ci spiazza, che la gioia perfetta non sta nel successo spirituale. Sta nella capacità di rimanere fedeli quando tutto sembra inutile, anzi perduto (cf. FF 278).

La notte non distrugge la fede: la libera. La spoglia dalle incrostazioni. La purifica dal bisogno di continue conferme. La riconduce al suo centro più nudo e più vero: Dio amato per Dio. Gratuitamente.

Non è un caso che proprio Francesco, consumato dalla malattia, segnato nel corpo, provato nella carne e nello spirito, abbia potuto innalzare il Cantico delle creature. Non perché il dolore fosse scomparso. Non perché tutto fosse diventato facile. Ma perché, attraversata la notte, il suo cuore aveva imparato una lode che non nasce dall’assenza della prova, bensì dalla certezza che Dio resta anche quando non lo sentiamo.

E così ci lascia una domanda. Non retorica. Tagliente. Necessaria.

Che cosa resta della nostra fede quando il silenzio si prolunga oltre ogni attesa? Quando la preghiera è arida e non dà tregua? Quando l’anima non trova più parole e tuttavia continua, ostinatamente, a stare davanti a Dio?

Francesco non ci promette consolazioni. Non lo ha mai fatto. Ci indica una strada molto più esigente: amare Dio per Dio. Non per ciò che ci fa provare.

La notte della fede è dura. A volte feroce. Ma è proprio lì, in quel crogiolo, che l’amore impara a essere vero.

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