Il Dio che si ritira

C’è un verbo, in questo Vangelo, che contiene un’intera rivelazione. I farisei tengono consiglio contro Gesù «per farlo morire». E lui, saputolo, si allontana.

Non reagisce con la stessa violenza. Non rivendica. Non prepara la controffensiva. Si ritira.

Si ritira dallo scontro, non dalla missione.

Noi, quando siamo minacciati, facciamo spesso tre cose: alziamo la voce, cerchiamo alleati, prepariamo la rivincita. Vogliamo vincere, avere ragione, smascherare chi ci accusa.

Gesù no. Gesù si allontana. E mentre si allontana, molti lo seguono ed egli «li guarì tutti». Poi impone loro di non divulgarlo.

Neppure il bene compiuto deve diventare spettacolo. Gesù non vuole che la sua missione venga confusa con il trionfo rumoroso di un potente. Non cerca consenso, fama o applausi. Continua semplicemente a guarire.

A questo punto Matteo cita Isaia e dipinge il ritratto di un Dio che sconcerta:

«Non contesterà né griderà.
Non spezzerà una canna già incrinata.
Non spegnerà una fiamma smorta».

Un Dio che, potendo scatenare la sua potenza, sceglie di trattenerla. Non risponde all’odio con l’odio. Non schiaccia chi già vacilla. Non spegne chi conserva ormai soltanto un filo di luce.

Canne incrinate e fiamme smorte

Questo Vangelo parla a chiunque si senta una canna incrinata: piegato dalla vita, segnato dagli errori, sul punto di spezzarsi.

La paura più grande, per una canna incrinata, è che qualcuno la finisca. Un gesto brusco, una parola dura, un giudizio definitivo possono completare ciò che il dolore ha già cominciato.

Gesù no. Lui non spezza. Si china, sostiene, fascia ciò che sta cedendo.

Il Vangelo parla anche a chi sente di essere una fiamma smorta. Quella fede ridotta a un lucignolo fumigante. Quel desiderio di bene coperto dalla cenere della stanchezza. Quella speranza che continua a esistere, ma non riesce più a fare luce.

La tentazione, per chi sta accanto, è pensare: «Ormai non c’è più niente da salvare».

Gesù no. Lui non spegne. Protegge quel poco di luce, soffia con delicatezza, attende, ravviva.

Viviamo in un tempo che scarta le canne incrinate e butta via le fiamme smorte. Un tempo che misura il valore delle persone sulla forza, sull’efficienza, sul successo, sulla capacità di mostrarsi sempre integre.

Il Vangelo ci mostra invece un Dio che proprio con ciò che è fragile continua a scrivere la storia della salvezza.

Il trionfo della mitezza

«Finché non abbia fatto trionfare la giustizia», dice Isaia.

Trionfare: una parola che sa di vittoria. Eppure la giustizia di Dio trionfa in un modo completamente diverso da quello che immaginiamo.

Non distruggendo i nemici, ma guarendo i malati.
Non imponendosi con la forza, ma sottraendosi alla logica della violenza.
Non condannando i peccatori, ma donando la propria vita per loro.

Il trionfo è la croce.

Lì Gesù si lascia spezzare per non spezzare noi. Attraversa il buio perché nessuna fiamma smorta venga abbandonata alla notte. Accetta di perdere secondo la logica del mondo, perché l’amore possa vincere per sempre.

Il canto al Vangelo lo riassume:

«Dio ha riconciliato a sé il mondo in Cristo, affidando a noi la parola della riconciliazione».

Riconciliare non significa vincere una guerra. Significa ricostruire un legame.

E un legame si ricostruisce con pazienza, rinunciando talvolta ad avere l’ultima parola, rispettando i tempi dell’altro, scegliendo di non aggiungere nuove ferite a quelle che già esistono.

Le nostre ritirate

Gesù ci insegna che ritirarsi non è sempre una sconfitta.

A volte tacere è più evangelico che rispondere. A volte fare un passo indietro è più fecondo che contendersi la ragione. A volte sottrarsi a uno scontro significa impedire al male di decidere anche il nostro modo di agire.

Questo non significa accettare ogni ingiustizia, tacere davanti agli abusi o rinunciare alla verità. Ci sono momenti in cui è necessario parlare, denunciare, chiedere aiuto, porre limiti chiari.

Ma ci sono anche battaglie nelle quali continuare a combattere ci rende simili a ciò che vorremmo contrastare.

Il male, infatti, quando lo combattiamo con le sue stesse armi, vince due volte: quando ci aggredisce e quando ci convince che l’unica risposta possibile sia aggredire a nostra volta.

Gesù spezza questa catena.

Non spreca il tempo a organizzare la propria difesa. Impiega il tempo a guarire. Non permette a chi trama contro di lui di sottrargli la libertà di amare.

Mentre i farisei tramano la morte, Gesù dona la vita.
Mentre loro si riuniscono per condannare, lui si allontana per guarire.

È il Dio che non grida, ma sussurra.
Non spezza, ma ripara.
Non spegne, ma ravviva.
Non si impone, ma attende.

La canna incrinata che hai accanto possa respirare.

La fiamma smorta che è in te possa tornare ad ardere.

Perché il mondo veda che la giustizia di Dio non è vendetta, ma riconciliazione; non è il trionfo del più forte, ma la vittoria mite dell’amore.

Trasforma la Parola in preghiera

Ripensa a una situazione nella quale senti il bisogno di reagire, difenderti o avere l’ultima parola.

Chiediti se, in questo momento, il gesto più evangelico non sia fare un passo indietro, sottrarti allo scontro e affidare a Dio la tua causa.

Non si tratta di fuggire dalla verità o di accettare il male, ma di scegliere di non entrare nella spirale dell’odio.

Signore Gesù,
che ti sei allontanato senza rispondere all’odio,
insegnami il silenzio quando le parole diventano pietre.

Tu che non spezzi la canna incrinata,
rendimi custode della fragilità altrui.

Tu che non spegni la fiamma smorta,
ravviva in me la luce che la cenere ha coperto.

Donami il coraggio di parlare quando è necessario
e la sapienza di tacere quando le parole ferirebbero soltanto.

Non permettere che l’orgoglio mi chiuda nel risentimento.
Fammi servo mite e riconciliato,
capace di fare un passo indietro per amore
e di compiere il bene senza bisogno di applausi.

Amen.

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