Il Dio che ha fame

C’è una trappola, nella vita religiosa: trasformare il dono di Dio in un recinto. Ciò che è stato consegnato per custodire la vita finisce allora per diventare un confine con cui separare, misurare e condannare.

Il sabato, per alcuni farisei, rischiava di diventare proprio questo: non più l’abbraccio di un Padre che dice all’uomo «fermati, riposa, ricordati che sei libero», ma un insieme di prescrizioni da proteggere a ogni costo.

Gesù non distrugge il sabato. Lo restituisce al suo significato originario. Ricorda che ogni dono di Dio è posto al servizio della vita e della comunione con Lui, non contro l’uomo.

I discepoli hanno fame. Punto.

Non stanno organizzando una provocazione religiosa e non vogliono manifestare disprezzo per la Legge. Stanno attraversando un campo di grano, lo stomaco brontola, le forze vengono meno. Colgono alcune spighe, le sfregano tra le mani e ne mangiano i chicchi.

Un gesto antico, semplice, umano.

Per chi vigilava scrupolosamente sull’osservanza del sabato, però, quel gesto poteva essere assimilato a un lavoro: cogliere significava mietere, sfregare le spighe significava trebbiare.

Ed è proprio qui che emerge il dramma: nel tentativo di proteggere la Legge, si rischia di non vedere più le persone per le quali la Legge era stata donata.

Si vede la spiga strappata, ma non l’uomo affamato.
Si riconosce l’infrazione, ma non il bisogno.
Si difende il precetto, dimenticando il volto.

Gesù non risponde con un semplice cavillo. Conduce i suoi interlocutori dentro le Scritture, per mostrare che la Legge di Dio non è mai nemica della vita.

Ricorda anzitutto ciò che fece Davide quando lui e i suoi compagni ebbero fame. Entrò nella casa di Dio e mangiò i pani dell’offerta, benché fossero riservati ai sacerdoti.

Gesù non nega che quel gesto oltrepassasse una norma cultuale. Fa notare, però, che la Scrittura stessa lo racconta senza condannare Davide, figura amata e venerata da Israele.

Se la necessità di Davide e dei suoi uomini poté giustificare quell’eccezione, quanto più la fame dei discepoli non può diventare motivo di condanna ora che è presente «uno più grande del tempio».

Gesù richiama poi ciò che avviene ogni sabato nel tempio. I sacerdoti continuano a svolgere il loro servizio, preparano le offerte e compiono gesti che, in un altro contesto, sarebbero considerati lavoro. Eppure sono senza colpa.

La stessa logica del culto riconosce, dunque, che il riposo sabatico non può essere interpretato in modo meccanico e assoluto.

Se il servizio del tempio giustifica l’attività dei sacerdoti, quanto più la presenza di colui che è «più grande del tempio» libera i discepoli da ogni accusa.

Essi non stanno semplicemente attraversando un campo. Stanno camminando con il Signore del sabato.

Ed ecco la parola vertiginosa:

«Qui vi è uno più grande del tempio».

Per un pio israelita, il tempio di Gerusalemme era il luogo della presenza di Dio, il centro spirituale del popolo, il segno visibile dell’alleanza.

Gesù afferma che lì, in mezzo a un campo di grano, è presente qualcuno più grande del tempio.

Il centro non è più soltanto un edificio di pietra. È Lui.

È il Figlio che cammina accanto agli uomini, conosce la loro stanchezza, vede la loro fame e non permette che il nome di Dio venga usato per condannarli.

Gesù non sta dicendo che il tempio, il culto o il sabato non abbiano valore. Sta rivelando che tutte le realtà sacre trovano in Lui il proprio compimento.

Senza di Lui, persino ciò che è santo può essere interpretato in modo disumano. In Lui, invece, la Legge torna a essere una strada verso la libertà, la vita e la comunione con Dio.

Ed ecco la parola decisiva, tratta dal profeta Osea:

«Misericordia io voglio e non sacrifici».

Quel “non” non significa che Dio rifiuti il culto che egli stesso aveva donato al suo popolo. È il linguaggio forte dei profeti per affermare una priorità: Dio desidera la misericordia prima del sacrificio, più del sacrificio.

Desidera soprattutto quella misericordia senza la quale anche il gesto religioso più corretto perde la propria verità.

Dio non rifiuta la preghiera, il culto o il sacrificio. Rifiuta che diventino un alibi per non amare. Rifiuta una religiosità impeccabile nelle forme, ma incapace di commuoversi davanti alla fragilità di una persona.

Una liturgia curata non può sostituire uno sguardo misericordioso.
Una preghiera puntuale non può dispensarci dall’accorgerci di chi ci passa accanto.
Un precetto osservato non ci autorizza a condannare chi sta faticando.

Gesù lo dice con chiarezza: se avessero compreso la misericordia, i farisei non avrebbero «condannato persone senza colpa».

È una frase che dovrebbe farci tremare.

Perché anche noi possiamo diventare rapidissimi nel riconoscere ciò che non va e lentissimi nel comprendere ciò che una persona sta vivendo.

Possiamo conoscere le norme, difendere le tradizioni, custodire le forme e, nello stesso tempo, non vedere la fame che abbiamo davanti.

C’è una fame di pane, ma c’è anche una fame di ascolto.
Una fame di dignità.
Una fame di perdono.
Una fame di senso.
Una fame di una parola che non giudichi, ma rialzi.

Anche nella Chiesa possiamo trasformare regole, consuetudini e strutture in pietre da scagliare.

Eppure la verità di Dio non umilia e non gode nel condannare. La verità di Dio chiama alla conversione, ma lo fa sempre cercando la salvezza dell’uomo.

La misericordia non cancella la verità. Le restituisce il volto di Cristo.

Il Signore del sabato non è un despota che annota le nostre infrazioni sul taccuino dell’obbedienza. È il Figlio che cammina con noi nei campi, conosce la nostra debolezza e sa di che cosa abbiamo bisogno prima ancora che riusciamo a dirlo.

Ma questo Vangelo custodisce uno scandalo ancora più grande: il nostro è un Dio che ha fame.

Nel Figlio, Dio non ha osservato da lontano la fragilità umana. È entrato nella nostra carne. Ha conosciuto la fame, la sete, la stanchezza, il bisogno.

E continua ad avere fame nel fratello che ci vive accanto:

«Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare».

Il Dio che ha fame è il Dio che attende di essere riconosciuto nella fragilità dell’altro.

È presente nel povero, nel ferito, in chi non riesce a stare al passo, in chi ha bisogno di raccogliere qualche spiga lungo il cammino perché non ha più forze.

Forse, allora, la legge più sacra è proprio questa: la fame del fratello mi riguarda.

Possiamo partecipare alla Messa, custodire le nostre devozioni e osservare ogni precetto; ma se non impariamo a riconoscere la fame di chi ci sta accanto, qualcosa del cuore di Dio ci rimane ancora nascosto.

Il Signore del sabato, però, non ci condanna per questo.

Ci invita ad aprire gli occhi, a deporre le pietre e a comprendere finalmente che la misericordia non è un’aggiunta facoltativa alla fede.

È ciò che rende vero ogni culto.

Trasforma la Parola in preghiera

Ripensa a una persona che hai giudicato in fretta. Forse hai visto una sua mancanza, un comportamento sbagliato o una fragilità, senza domandarti quale fame nascondesse.

Oggi prova a guardarla con gli occhi di Gesù. Non per giustificare ogni cosa, ma per cercare il volto che si trova dietro l’errore e il bisogno nascosto dietro il gesto.

Signore Gesù,
liberami da una fede che sa riconoscere le infrazioni
ma non vede le ferite.
Insegnami a custodire la verità senza usarla come una pietra,
a vivere le regole senza trasformarle in recinti,
a pregare senza dimenticare chi ha fame.
Rendimi capace di quella misericordia
che non cancella il bene,
ma rialza chi non riesce più a raggiungerlo.
Fa’ che io sappia riconoscerti
nel fratello fragile che cammina accanto a me.
Amen.

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