Il Regno cresce nel campo sbagliato

Se fossimo stati noi a progettare il Regno di Dio, probabilmente avremmo cominciato da una bonifica.

Prima eliminare la zizzania. Poi dissodare il terreno. Infine seminare il grano.

Prima allontanare i peccatori, risolvere i conflitti, correggere ogni errore, mettere ordine nella Chiesa e nel mondo. Solo dopo, in un campo finalmente pulito, Dio avrebbe potuto iniziare la sua opera.

Gesù racconta esattamente il contrario.

Il buon seme è già stato seminato, ma durante la notte un nemico sparge la zizzania. Quando le piante cominciano a crescere, il campo appare compromesso: grano ed erbaccia sono insieme, confusi, intrecciati.

Eppure il padrone non dichiara fallito il raccolto.

Non ricomincia da capo.

Non abbandona il campo.

Dice: «Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme».

È forse questo l’aspetto più sorprendente della parabola: il Regno di Dio cresce anche in un campo che non è ancora stato liberato dal male.

Dio non aspetta condizioni migliori

Noi rimandiamo spesso il bene a quando tutto sarà sistemato.

Amerò quando sarò guarito.

Perdonerò quando l’altro sarà cambiato.

Pregherò quando avrò più tempo.

Servirò Dio quando avrò risolto le mie contraddizioni.

Sarò felice quando la mia vita assomiglierà finalmente a quella che avevo immaginato.

Dio, invece, non aspetta condizioni ideali.

Semina dentro la realtà così com’è: fragile, incompleta, attraversata dal bene e dal male. Non lavora sulla versione perfetta della nostra vita, ma su quella vera.

Il campo non è puro.

Eppure il grano cresce.

La zizzania non cancella la vocazione del campo. Sotto ciò che appare compromesso, il grano continua ostinatamente a cercare la luce.

Il compito del grano

I servi vedono la zizzania e smettono quasi di vedere il grano.

È ciò che accade anche a noi. Basta una ferita perché dimentichiamo tutto il bene ricevuto. Basta lo scandalo di qualcuno perché ci sembri compromessa l’intera Chiesa. Basta una nostra caduta perché giudichiamo falsa tutta la strada percorsa.

La zizzania ha un talento particolare: attira lo sguardo.

Il grano, invece, cresce senza clamore.

I servi domandano: «Vuoi che andiamo a raccoglierla?».

Vogliono intervenire, separare, ripulire. Sono sinceramente preoccupati per il campo, ma rischiano di distruggerlo proprio mentre cercano di salvarlo.

Il padrone li ferma.

Non perché il male sia irrilevante. Non perché il grano e la zizzania siano la stessa cosa. Ma perché la fretta di purificare può diventare più devastante dell’erbaccia che pretende di eliminare.

Ci basta un errore per ridurre una persona al suo errore.

Una fragilità per cancellare tutto il resto.

Una colpa per pronunciare una sentenza definitiva.

Gesù non ci chiede di chiamare bene il male. Ci impedisce, però, di credere che qualcuno sia soltanto il male che ha commesso.

Il nostro compito non è sorvegliare continuamente la zizzania.

Il compito del grano è maturare.

La forza che sa trattenersi

La prima lettura chiama Dio «padrone della forza» e subito aggiunge che egli giudica con mitezza e governa con indulgenza.

La forza di Dio si manifesta in un modo che noi fatichiamo a comprendere: non travolge, non schiaccia, non chiude troppo presto la storia di nessuno.

Sa trattenersi.

Potrebbe interrompere tutto e invece concede tempo. Potrebbe colpire e invece apre uno spazio al pentimento. Potrebbe strappare, ma continua a custodire il campo.

Dio non è debole perché aspetta.

È abbastanza forte da non avere bisogno della violenza.

La sua pazienza non è disinteresse per il male. È la decisione di non distruggere, insieme al male, anche la possibilità del bene.

Non salva il campo radendolo al suolo.

Lo salva entrando nel campo.

La croce è il punto estremo di questa logica: il mondo uccide il Figlio e Dio trasforma proprio quella terra di morte nel grembo della salvezza.

Il grano viene sepolto nel campo sbagliato.

E da quel campo comincia la risurrezione.

Il bene lavora nascosto

Gesù aggiunge altre due immagini.

Il Regno è come un granello di senape: quasi invisibile quando viene seminato, capace poi di diventare un albero.

È come il lievito che una donna nasconde nella farina: scompare nell’impasto, ma lentamente lo trasforma tutto.

Il bene di Dio non sempre si impone allo sguardo.

Spesso lavora sotto terra.

Si nasconde dentro gesti che sembrano piccoli: una parola non restituita con rabbia, una riconciliazione tentata ancora una volta, una cura offerta senza essere notata, una preghiera pronunciata nella stanchezza.

Noi cerchiamo Dio negli eventi che cambiano improvvisamente il campo.

Gesù ci invita a riconoscerlo nel seme che continua a crescere dentro un campo che non è ancora cambiato.

Il Regno non fa rumore quanto il male.

Ma conosce il segreto delle radici.

Dio lavora proprio dove non riusciamo

Anche Paolo, nella seconda lettura, parla di un’opera nascosta: «Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza».

Non dopo che la debolezza è scomparsa.

Dentro la debolezza.

«Non sappiamo come pregare in modo conveniente». Non sappiamo pregare come vorremmo. Ci distraiamo, ci stanchiamo, perdiamo le parole. A volte riusciamo a presentare a Dio soltanto un silenzio o un gemito.

Ma proprio lì lo Spirito intercede per noi.

Dio non aspetta che impariamo a pregare per venirci incontro. Prega dentro il punto esatto in cui noi non sappiamo più farlo.

Come il seme sotto la terra.

Come il lievito nella pasta.

Come il grano mescolato alla zizzania.

Lo Spirito lavora nel nascosto della nostra incompiutezza.

La domanda giusta

La mietitura arriverà. Gesù non dice che il bene e il male resteranno confusi per sempre. La zizzania non avrà l’ultima parola e «i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro».

Ma la separazione definitiva appartiene a Dio.

A noi appartiene questo tempo: il tempo della crescita, della conversione, della misericordia.

Forse, allora, la domanda non è: «Perché Dio non toglie tutta la zizzania?».

La domanda è: perché continuiamo a guardare l’erbaccia come se fosse l’unica cosa che cresce?

Nel campo c’è anche il grano.

C’è un bene che resiste.

C’è un seme minuscolo che prepara un albero.

C’è un lievito nascosto che sta già trasformando la pasta.

C’è lo Spirito che prega dentro la nostra debolezza.

Il campo non è perfetto.

Neppure noi lo siamo.

Eppure il Regno cresce.

La santità non consiste nell’avere un campo senza zizzania.

Consiste nel continuare a diventare grano.


Trasforma la Parola in preghiera

Pensa a una situazione della tua vita che consideri ormai troppo compromessa: una relazione ferita, una fragilità che ritorna, un cammino che sembra non produrre risultati.

Non domandarti soltanto quale zizzania vi sia cresciuta. Cerca un piccolo segno di grano: qualcosa che resiste, che sta maturando, che Dio non ha smesso di custodire.

**Signore Gesù,
spesso guardo il campo
e vedo soltanto la zizzania.

Mi lascio scoraggiare dal male,
dalle mie cadute,
dalle fragilità degli altri.

Donami il tuo sguardo,
capace di riconoscere il grano
che cresce senza rumore.

Insegnami a non rimandare il bene
in attesa di una vita perfetta.

Tu sei entrato nel nostro campo ferito
e ti sei lasciato deporre
nella terra della nostra morte.

Fammi credere che proprio là
dove tutto sembra finito
può già cominciare la risurrezione.

Fammi maturare qui,
nel campo reale che mi hai affidato,
tra ferite, contraddizioni e speranze.

E quando non saprò pregare,
lascia che il tuo Spirito
raccolga il mio silenzio
e lo trasformi in invocazione.

Liberami dalla fretta di strappare.
Rendimi seme buono,
lievito nascosto,
grano che porta frutto.

Amen.**

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