Ti racconto … della bambina che piantava parole nei vasi.

La scoprii per caso, in un pomeriggio di maggio che sapeva di gelsomino e di attesa. Ero andato a cercare un vecchio amico in un caseggiato popolare, e sbagliando cortile mi ritrovai in uno spazio stretto, di cemento screpolato, dove il sole disegnava geometrie di luce tra i panni stesi. In un angolo, accanto a una pompa dell’acqua coperta di ruggine, c’era una fila ordinata di vasi di terracotta. Una trentina, forse. Alcuni grandi come secchi, altri piccoli come tazze. E inginocchiata davanti a loro, una bambina di forse dieci anni, con trecce nere e un grembiule da scuola ancora addosso.

La vidi prendere un bigliettino azzurro da una scatola di latta, scavare una piccola buca con un cucchiaio, posarlo dentro e ricoprirlo di terra con una delicatezza che mi strinse il petto. Poi annaffiò il vaso con un innaffiatoio arrugginito, mormorando qualcosa che non capii.

«Cosa pianti?» le chiesi, scavalcando un tubo dell’acqua abbandonato.

Lei alzò la testa, senza scomporsi. Aveva occhi scuri, molto seri, e mani sporche di terra. «Parole» rispose, semplicemente.

«Parole?»

«Sì. Quelle che fanno male, o che sono state dimenticate.» Si alzò in piedi, asciugandosi le mani sul grembiule. «Le metto qui sotto, nella terra. Alcune, se le curi, rifioriscono diverse.»

Rimasi in silenzio. Mi indicò un vaso piccolo, da cui spuntava un minuscolo germoglio verde chiaro. «Qui ho piantato “stupida”. Me l’aveva detto una compagna di scuola, e mi era rimasta dentro come una spina. L’ho scritta su un foglio, l’ho sotterrata, e ho aspettato. Dopo due settimane è nata questa piantina. Non so ancora cosa diventerà, ma non è più “stupida”. È diventata qualcosa di vivo.»

Mi avvicinai. Dal germoglio usciva una fogliolina a forma di cuore. Non era una metafora: era reale. La bambina colse il mio stupore e sorrise per la prima volta. «Non ci credi, vero? Neanche la maestra ci credeva. Poi le ho fatto vedere il vaso delle scuse.»

Mi portò davanti a un vaso più grande, dove cresceva un piccolo albero dal tronco sottile e le foglie color porpora. «Qui dentro c’è “perdonami”. Me l’aveva detto mio padre, una sera che aveva alzato la voce con la mamma. Dopo, si era seduto sul letto e aveva pianto. Io ho raccolto la parola, l’ho scritta, l’ho interrata. E guarda: è diventata un albero. Ogni tanto strappo una foglia e la metto in un libro. Sa di menta e di abbraccio.»

Mi inginocchiai accanto a lei. L’aria intorno ai vasi vibrava di una quiete diversa, come se ogni pianta custodisse un respiro, una memoria. C’erano vasi con fiori azzurri nati da “non ti voglio più bene”, cespugli di rosmarino cresciuti da “mi manchi”, piccole felci argentate sbocciate da “non ce la farai mai”. Ogni parola era stata ferita, o aveva ferito qualcuno. Ma sotto terra, nell’umidità buia, aveva cambiato natura.

«E quelle che non rifioriscono?» chiesi, indicando un vaso secco, con la terra screpolata e nessuna pianta.

La bambina abbassò lo sguardo. «Quelle sono le parole che non hanno più nessuno che se ne prenda cura. Le ho piantate, ma chi le aveva dette, o chi le aveva ricevute, non è più tornato. Allora restano lì, ferme. Non muoiono, ma non rinascono. Aspettano.»

Presi coraggio. «Posso piantarne una io?»

Lei mi studiò per un istante, poi mi porse un bigliettino bianco e una matita. «Scrivi una parola che ti ha ferito, o che hai detto a qualcuno e non ti sei mai perdonato.»

Scrissi “vai via”. L’avevo detto a mia sorella, tanti anni prima, in una lite stupida. Lei era uscita di casa sbattendo la porta, e da allora qualcosa tra noi si era rotto per sempre. La bambina lesse il biglietto senza giudizio, scavò una buca in un vaso vuoto, lo posò con cura, lo coprì.

«Ora innaffia. E prometti che tornerai a curarla. Non basta sotterrarla. Devi volerle bene.»

Lo promisi. Annaffiai la terra scura, sentendo una strana commozione salire dal petto. La bambina mi regalò un piccolo sorriso, di quelli che valgono più di mille discorsi.

«Non si può cancellare una parola» disse, mentre il sole calava dietro i tetti e tingeva i vasi di arancione. «Ma si può redimerla.»

Le strinsi la mano, sporca di terra e di cielo. E il giorno dopo tornai, con un innaffiatoio nuovo e un biglietto in tasca: “torno”. Perché anche le promesse, in fondo, sono parole che aspettano di fiorire.

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