Come te stesso. La carità che comincia da dentro

3. Il corpo: il primo luogo della carità

C’è un aspetto della vita spirituale che spesso resta ai margini. Non perché sia poco importante, ma perché è troppo concreto.

Il corpo. Se ne parla poco, e quando succede è quasi sempre in modo funzionale: come qualcosa da tenere sotto controllo, da educare, da guidare. Raramente come un luogo da ascoltare. Eppure è lì che passa tutto.

Prima ancora di amare gli altri, prima ancora di fare il bene, ciascuno di noi abita un corpo. Non lo possiede soltanto: lo è. E questo cambia le cose.

Perché se il comandamento dice “amerai il prossimo tuo come te stesso”, allora il primo “prossimo” che incontriamo, ogni giorno, è proprio lì: nella nostra carne, nei nostri limiti, nella nostra stanchezza. E non sempre lo trattiamo bene.

Viviamo spesso dentro ritmi che non rispettano nulla: orari pieni, richieste continue, poca sosta. Si va avanti anche quando il corpo chiede di fermarsi. Si stringono i denti, si rimanda, si tiene duro. E quando finalmente ci si ferma… arriva una sensazione strana: quasi di colpa.

Come se il riposo fosse una concessione, non una necessità. Come se fermarsi fosse, in fondo, perdere tempo.

Questa logica è più diffusa di quanto sembri. E lentamente consuma.

Perché un corpo trascurato non smette subito di funzionare. Continua, si adatta, regge. Ma lo fa a prezzo di una tensione costante, che prima o poi emerge: nella stanchezza cronica, nell’irritabilità, nella difficoltà a reggere anche le cose più semplici. E a quel punto, anche l’amore si fa più fragile. Non per mancanza di volontà, ma per mancanza di forze.

Il Vangelo, da questo punto di vista, è molto concreto.

Gesù non vive come se il corpo fosse un dettaglio secondario. Si ritira quando è stanco, si sottrae alla folla, si prende momenti di solitudine (cfr. Vangelo secondo Marco). Dorme, anche in mezzo alla tempesta (cfr. Vangelo secondo Marco). Mangia, condivide la tavola, accetta inviti. Non è distratto dalla vita concreta. La abita.

E questo dice qualcosa di molto semplice: l’incarnazione non è un’idea teologica, è uno stile.

Dio non ha salvato l’uomo passando sopra il corpo, ma entrando dentro la sua condizione. E questo resta. Per questo non esiste una carità “spirituale” che possa ignorare il corpo.

Non regge.

Si può anche andare avanti per un po’, sostenuti dalla volontà, dal senso del dovere, dall’urgenza delle cose. Ma alla lunga qualcosa si spezza. E spesso non ce ne accorgiamo subito.

Diventiamo più duri, meno pazienti, meno disponibili. Oppure semplicemente svuotati. E ci sembra strano, perché stiamo facendo il bene. Ma forse stiamo dimenticando il primo passo.

San Paolo lo dice con parole molto dirette: “Il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo” (cfr. Prima lettera ai Corinzi).

Non è un’immagine simbolica. È una realtà da prendere sul serio. Un tempio non si usa soltanto. Si custodisce.

Anche Francesco d’Assisi, pur nella radicalità della sua vita, non ha mai negato questo dato. Arriva a chiamare il corpo “frate asino”: fragile, testardo, a volte faticoso… ma da non distruggere. Da accompagnare, da sostenere, da trattare con una certa pazienza. Non è un nemico.

Forse è proprio qui che questo passaggio diventa concreto. Prendersi cura del proprio corpo non è una forma di egoismo. È una forma elementare di verità. Vuol dire riconoscere i propri limiti, rispettare i propri tempi, concedersi il riposo senza viverlo come una colpa. Vuol dire, in fondo, non pretendere da sé stessi ciò che non si può dare.

Perché non si può offrire presenza se si è esauriti. Non si può donare pace se si è costantemente in tensione. Non c’è carità spirituale che possa reggere a un corpo trascurato. E forse, a volte, il gesto più concreto di amore non è fare di più.

È fermarsi.

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