2. Amarsi non è idolatrarsi

Dopo aver preso sul serio quel “come te stesso”, è inevitabile che sorga una domanda: che cosa significa, davvero, amarsi?
Perché qui si gioca un equivoco sottile.
Da una parte c’è il rischio di non considerarsi affatto. Dall’altra, quello opposto: mettersi al centro, giustificarsi sempre, costruirsi un’immagine da difendere.
E tra questi due estremi, spesso si fa confusione.
Amarsi, in senso evangelico, non è idolatrarsi.
Non significa dirsi che va tutto bene. Non significa avere sempre ragione. Non significa proteggersi da ogni sguardo che mette in discussione.
E non coincide nemmeno con il “piacersi”.
Perché si può piacersi molto… e non amarsi affatto.
Si può essere soddisfatti di sé, costruire un’immagine coerente, sentirsi anche “a posto”… e allo stesso tempo evitare accuratamente la verità più profonda.
Il Vangelo non si muove su questa superficie.
Quando Gesù incontra le persone, non le lusinga, non le asseconda, non le lascia dove sono. Ma nemmeno le schiaccia.
Le guarda.
E quello sguardo è insieme netto e misericordioso. Vede ciò che c’è, senza sconti, ma senza disprezzo.
Basta pensare a quando incontra il giovane ricco: “Fissatolo, lo amò” (cfr. Vangelo secondo Marco). Prima lo ama, poi gli dice la verità che non vuole sentire.
Oppure alla donna samaritana, che non viene umiliata, ma accompagnata passo dopo passo a riconoscere la propria storia (cfr. Vangelo secondo Giovanni).
In entrambi i casi, l’amore non copre, non addolcisce, non evita. Porta alla luce.
Ecco il punto: l’amore vero non ha paura della verità.
Per questo amarsi non significa autoassolversi.
Non vuol dire trovare sempre una spiegazione per giustificarsi, né raccontarsi una versione più comoda di sé. Questo, in realtà, non libera: protegge, ma chiude.
Allo stesso modo, però, amarsi non significa nemmeno essere duri con sé stessi.
Perché anche il disprezzo può sembrare verità… ma non lo è.
C’è una forma di severità interiore che non costruisce nulla: mette continuamente sotto accusa, non lascia spazio, non permette di ripartire. E alla lunga, blocca.
Tra l’autoassoluzione e l’autocondanna, il Vangelo apre una strada diversa.
È la strada della verità abitata.
Vuol dire riconoscere quello che c’è — limiti, errori, ferite — senza negarlo, ma anche senza usarlo contro di sé. Senza trasformarlo in un motivo per chiudersi o per sentirsi sbagliati.
Non è un equilibrio facile. Richiede tempo.
Ma è l’unico modo perché l’amore diventi reale.
Perché solo ciò che viene portato alla luce può essere guarito. “La verità vi farà liberi” (cfr. Vangelo secondo Giovanni).
Non la versione migliore di noi stessi. Non l’immagine che difendiamo. La verità.
Anche Francesco d’Assisi ha camminato dentro questa linea. Nelle Ammonizioni non invita mai a giustificarsi, ma nemmeno a disprezzarsi. Riporta sempre a una consapevolezza semplice e radicale: riconoscere ciò che siamo davanti a Dio, senza appropriarci del bene e senza fuggire il limite.
È una posizione libera.
Perché non costringe a difendersi e non condanna a nascondersi.
Forse è proprio questo il punto più delicato del “come te stesso”.
Amarsi non significa coprire le ferite, né fingere che non esistano. Significa permettere che vengano alla luce senza paura.
Perché solo lì possono essere toccate, guarite, trasformate.
E solo così l’amore smette di essere un’idea… e diventa qualcosa di vero.