Cosa significa oggi spogliarsi davvero

La spoliazione di Francesco non è un gesto simbolico. È una rottura reale, pubblica, irreversibile.
Le Fonti raccontano che, davanti al vescovo e alla città, Francesco restituisce tutto al padre: il denaro, le vesti, persino il diritto di appartenenza. E mentre si spoglia, pronuncia parole che segnano un prima e un dopo:
«Finora ho chiamato Pietro di Bernardone mio padre; d’ora in poi potrò dire liberamente: Padre nostro che sei nei cieli» (FF 1045).
Non è un atto romantico. È uno scandalo.
Francesco non sceglie una povertà interiore e discreta. Sceglie una nudità che espone, che imbarazza, che rompe l’ordine sociale. Le Fonti non attenuano il gesto: parlano di un giovane che resta nudo, vulnerabile, affidato alla Chiesa che lo copre con un mantello (FF 1046).
La spoliazione non è libertà spirituale astratta. È perdita concreta.
Francesco perde il padre, la sicurezza, l’identità sociale. Perde anche la stima di molti. Diventa oggetto di scherno. Le Fonti lo dicono senza edulcorare: “Era considerato pazzo” (FF 323).
Eppure, proprio lì, qualcosa si apre.
La spoliazione non nasce da disprezzo del mondo, ma da un desiderio più radicale: non possedere più nulla che non venga da Dio. Francesco non rifiuta le cose perché cattive, ma perché non vuole più che nulla lo separi dalla relazione filiale.
Spogliarsi, per lui, non è mortificazione. È riconsegna.
Questo passaggio è decisivo anche oggi. Perché la spoliazione evangelica non coincide necessariamente con il non avere, ma con il non trattenere. Le Fonti mostrano un Francesco che impara lentamente a lasciare andare non solo i beni, ma anche le sicurezze spirituali, le immagini di sé, il bisogno di approvazione.
Spogliarsi significa rinunciare a ciò che ci garantisce un posto. Anche un posto “buono”.
Per questo la spoliazione resta scandalosa. Non perché chiede povertà materiale a tutti, ma perché mette in crisi ogni forma di possesso: del potere, del ruolo, della verità, perfino di Dio.
Francesco non si appropria neppure del Vangelo. Lo ascolta e basta. Quando sente proclamare il Vangelo della missione, esclama:
«Questo voglio, questo chiedo, questo bramo di fare con tutto il cuore» (FF 356).
Non aggiunge commenti. Non attenua. Non si protegge.
La spoliazione è questo: vivere sine glossa.
Otto secoli dopo, forse è qui che Francesco ci mette più in difficoltà. Perché la sua nudità smaschera le nostre coperture spirituali, le nostre povertà calcolate, le nostre rinunce controllate.
Ci ricorda che la libertà evangelica non è compatibile con il possesso di sé.
Spogliarsi non significa perdere tutto. Significa non difendere più nulla.
Ed è per questo che la spoliazione non è un episodio del passato, ma una domanda che resta aperta: di cosa abbiamo paura di spogliarci? Quale sicurezza difendiamo ancora in nome della fede?
Francesco non risponde per noi. Si è spogliato davanti a tutti.
E ci ha lasciato quella nudità come specchio.