Il Dio che non licenzia la folla

C’è un momento, in questo Vangelo, in cui tutto potrebbe finire prima di cominciare.

Gesù ha appena saputo della morte di Giovanni Battista. Il profeta che gli aveva aperto la strada è stato decapitato per il rancore di Erodiade e la debolezza di un re. Gesù sale su una barca e si ritira in un luogo deserto. Ha bisogno di silenzio. Ha bisogno di piangere. Ha bisogno di stare solo con il Padre.

Ma la folla lo scopre. Lo segue a piedi, costeggiando il lago. Quando Gesù scende dalla barca, trova una moltitudine che lo aspetta. Il suo deserto è già pieno di gente.

E qui accade la prima moltiplicazione. Non quella dei pani: quella del cuore.

Gesù «vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati». Poteva dire: tornate a casa, oggi non è giornata, ho il cuore pieno di morte. Invece si lascia toccare. Le sue ferite non lo chiudono: lo aprono.

La tentazione dei discepoli

Sul far della sera i discepoli si avvicinano con una proposta ragionevole: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare».

È la voce del buon senso. La folla è troppa, le risorse sono poche, il posto è isolato. Non abbiamo nulla da offrire. Mandiamoli via.

Quante volte anche la Chiesa è tentata di rispondere così davanti alle folle affamate del nostro tempo? Non abbiamo risorse. Siamo pochi. Quello che possediamo non basta. Meglio rimandare tutti a casa: ognuno pensi a sé.

Ma Gesù rovescia la prospettiva: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare».

Non dice: arrangiatevi. Dice: date.
Non dice: procuratevi tutto ciò che manca. Dice: condividete ciò che avete.

I discepoli obiettano: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci». Una provvista minima. Quanto basta appena per pochi. Nulla per cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.

Ma è tutto ciò che serve.

La logica del poco

Gesù non ha bisogno di grandi cose per fare grandi cose. Prende quel poco, alza gli occhi al cielo, benedice, spezza e dà. Sono i gesti dell’Eucaristia, gli stessi che ripeterà nell’ultima cena. Qui non c’è ancora il pane consacrato, ma c’è già la stessa logica: il poco offerto diventa cibo per tutti.

«Tutti mangiarono a sazietà». E alla fine avanzano dodici ceste piene. Il Vangelo sottolinea il dettaglio con cura: non solo mangiarono, ma furono saziati. Non solo bastò, ma ne avanzò.

Dio non fa i conti come noi. Noi vediamo la mancanza, Lui vede la possibilità. Noi calcoliamo ciò che manca, Lui moltiplica ciò che viene donato.

Isaia, nella prima lettura, lo aveva gridato secoli prima: «O voi tutti assetati, venite all’acqua, voi che non avete denaro, venite; comprate e mangiate senza denaro, senza pagare». E aveva posto una domanda che attraversa i secoli: «Perché spendete denaro per ciò che non è pane, il vostro guadagno per ciò che non sazia?».

Venite. Prendete. Mangiate. Gratuitamente.

Il banchetto di Dio è aperto a tutti. Non si paga alla porta. Non serve un biglietto. Basta avere fame.

Chi ci separerà?

Paolo, nella seconda lettura, sembra rispondere proprio ai discepoli che avrebbero voluto congedare la folla. E lo fa con parole che tolgono il respiro: «Chi ci separerà dall’amore di Cristo? La tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?».

Niente. Né morte né vita. Né presente né avvenire.

Gesù non ha mandato via la folla affamata perché il suo amore non si separa da nessuno. E se Dio non si separa da noi, come possiamo noi abbandonare gli altri proprio quando hanno bisogno?

La moltiplicazione dei pani non è soltanto un miracolo. È il segno di un amore che non calcola le risorse e non si ritira quando è ferito. Il dolore di Gesù non diventa una scusa per chiudersi. Diventa compassione.

Le nostre moltiplicazioni

Anche noi abbiamo cinque pani e due pesci. Poco. Inadeguato. Quasi niente, davanti alla fame che incontriamo.

Una donna prepara una porzione in più e la porta al vicino che da giorni non riesce ad alzarsi dal letto. Un uomo legge sul telefono una risposta che lo ferisce, scrive parole ancora più dure, poi le cancella e sceglie il silenzio. Una ragazza si accorge di chi, in mezzo agli altri, non parla mai, e sposta la propria sedia per sedersi accanto a lui.

Nessuno di questi gesti cambierà il mondo. Almeno, così sembra.

Cinque pani. Due pesci.

Ma quando il poco passa dalle nostre mani a quelle di Gesù, smette di essere soltanto poco. Diventa il principio di qualcosa che non sappiamo calcolare.

Gesù non ci chiede di avere abbastanza. Ci chiede di portargli ciò che abbiamo e di non trattenerlo. Il miracolo non comincia quando il pane si moltiplica. Comincia quando qualcuno accetta di consegnarlo.

La Chiesa che non licenzia

Alla fine del Vangelo restano dodici ceste piene. Una per ogni tribù d’Israele. Una per ogni apostolo. Il pane di Dio basta per tutti e ne avanza.

La Chiesa che sogna Gesù non si limita a congedare la folla alla fine della Messa, lasciando poi che ciascuno si arrangi. La Chiesa spezza, distribuisce, accompagna. Sa di non avere risorse sufficienti, ma ha imparato che non sono le risorse a fare il miracolo. È il dono.

Questa domenica il Vangelo non ci chiede di risolvere la fame del mondo. Ci chiede di mettere nelle mani di Gesù il nostro poco. E di non mandare via nessuno affamato o a mani vuote.

Trasforma la Parola in preghiera

Pensa a qualcosa che hai e che ti sembra troppo poco: un talento, una risorsa, una capacità che non osi offrire perché la giudichi inadeguata.

Oggi il Vangelo ti dice: portamelo qui. Nelle mani di Gesù, il poco diventa dono. Il dono diventa pane. Il pane diventa sazietà per molti.

Signore Gesù,
tu che hai pianto Giovanni
eppure hai avuto compassione della folla,
insegnami a non usare le mie ferite
come scusa per non amare.

Tu che hai preso cinque pani e due pesci
e ne hai fatto cibo per tutti,
insegnami a non disprezzare il poco che ho.

Tu che non hai mandato via nessuno affamato,
insegnami a non abbandonare
chi ha fame di pane, di ascolto, di speranza.

Prendi i miei cinque pani:
il tempo che mi sembra insufficiente,
le energie che sento deboli,
l’amore che so imperfetto.

Spezzali, benedicili, moltiplicali.

E fa’ che io non trattenga nulla
di ciò che ho ricevuto,
perché il poco donato
diventi pane per tutti.

Amen.

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