
Paolo parla di atleti. Corridori che gareggiano nello stadio. Pugili che combattono. Tutti corrono, ma uno solo conquista il premio. Tutti si allenano duramente, ma per una corona che appassisce.
I cristiani, dice Paolo, corrono per una corona che non appassisce.
Ma come si corre questa corsa?
Non con l’ansia di chi deve dimostrare qualcosa. Non con la frenesia di chi vuole arrivare prima degli altri. Ma con la determinazione di chi sa dove sta andando.
«Io corro, ma non come chi è senza mèta; faccio pugilato, ma non come chi batte l’aria».
Paolo non corre a caso. Ha una direzione. Sa per chi vive, sa per chi si spende, sa verso chi è diretto.
La fatica che ha senso
C’è una stanchezza che svuota e una stanchezza che riempie.
La stanchezza che svuota è quella di chi corre senza sapere perché. Di chi si affanna senza direzione. Di chi spende tutto per cose che non saziano.
La stanchezza che riempie è quella di chi sa che il suo sì, anche se costa, non è sprecato. Di chi sa che ogni passo, anche quello faticoso, è un passo verso casa.
Paolo conosce questa seconda stanchezza. Sa che annunciare il Vangelo non è per lui un vanto: è una necessità. «Guai a me se non annuncio il Vangelo!».
Non perché debba guadagnarsi qualcosa, ma perché ha incontrato Cristo e non può più vivere come se quell’incontro non fosse avvenuto.
La corsa di Paolo è una corsa d’amore.
Non corre per conquistarsi l’amore di Dio. Corre perché quell’amore lo ha già raggiunto. E ora tutta la sua vita è una risposta.
Correre e vedere
Paolo parla anche di disciplina: «Tratto duramente il mio corpo e lo riduco in schiavitù».
Non è disprezzo del corpo. È libertà. Il cristiano educa se stesso perché il corpo, i desideri, le energie non diventino padroni, ma strumenti dell’amore.
La fede passa attraverso mani che aiutano, piedi che camminano incontro agli altri, parole che consolano, occhi che sanno accogliere.
Ed è qui che il Vangelo si unisce alla corsa di Paolo.
Gesù parla di un cieco che pretende di guidare un altro cieco. Non basta correre. Bisogna vedere dove si sta andando.
Possiamo avere entusiasmo, buone intenzioni, persino molto zelo, eppure perdere la direzione. Possiamo voler guidare gli altri senza esserci lasciati guidare.
Per questo Gesù parla anche della trave e della pagliuzza.
È facile vedere ciò che non va negli altri. Molto più difficile riconoscere ciò che deve cambiare in noi.
Prima di indicare la strada a un altro, bisogna lasciarsi guidare. Prima di correggere il fratello, bisogna accettare che il Maestro corregga noi.
Gesù non ci chiede di chiudere gli occhi davanti al male. Ci chiede di purificare lo sguardo, perché la correzione non nasca dalla superiorità, ma dall’amore.
La corsa cristiana non è una competizione.
Non corriamo contro qualcuno.
Corriamo verso Qualcuno.
Fino in fondo
Paolo confida anche una paura: «Non succeda che, dopo avere predicato agli altri, io stesso venga squalificato».
È una parola seria.
Non basta predicare bene. Bisogna cercare di vivere ciò che si annuncia. Non basta aver iniziato. Bisogna continuare.
La tentazione più sottile può arrivare proprio quando pensiamo di avere già fatto abbastanza.
Paolo continua a correre. Non perché dubiti dell’amore di Dio, ma perché quell’amore lo ha raggiunto troppo profondamente perché possa accontentarsi di restare fermo.
Trasforma la Parola in preghiera
Pensa alla tua corsa.
Stai correndo verso una meta o semplicemente correndo?
La tua stanchezza nasce da qualcosa che vale davvero oppure da mille affanni che domani non conteranno più?
E prima di indicare agli altri la strada, stai ancora lasciando che Cristo illumini la tua?
**Signore Gesù,
tu sei la meta della mia corsa,
la corona che non appassisce,
la direzione che dà senso a ogni passo.
Quando corro senza sapere perché,
quando la stanchezza mi svuota,
quando spendo energie in cose che non durano,
richiamami verso di te.
Insegnami a correre con te,
senza ansia e senza competizione.
Educa il mio corpo,
i miei desideri,
le mie parole e il mio sguardo,
perché tutto in me diventi strumento d’amore.
Apri i miei occhi,
perché non pretenda di guidare
senza lasciarmi guidare da te.
Prima di farmi vedere la pagliuzza del fratello,
mostrami con misericordia la trave che porto dentro di me.
E quando sarò tentato di fermarmi,
di vivere di rendita,
di accontentarmi di ciò che ho già fatto,
ridestami.
Corro, Signore,
non perché sono bravo,
ma perché tu mi hai già vinto.
E la tua grazia
è la forza che mi porta fino in fondo.
Amen.**