
Todd Anderson sale sul banco quasi senza sapere da dove gli venga il coraggio.
Nell’aula qualcuno gli ordina di scendere. I compagni restano immobili, il preside Nolan cerca di riportare tutto all’ordine, Keating è già sulla porta con le sue cose tra le mani. Poi Todd lo chiama: «O Captain! My Captain!».
Per un istante sembra che il tempo si fermi. Un altro ragazzo si alza, poi un altro ancora. I piedi salgono sul legno dei banchi, le sedie si spostano, la voce del preside continua a intimare di sedersi, ma ormai qualcosa è successo e nessuno può farlo tornare indietro.
È una delle scene che hanno reso indimenticabile L’attimo fuggente. Non perché quei ragazzi abbiano compiuto un gesto eroico, ma perché finalmente fanno una scelta nel momento in cui quella scelta costa qualcosa.
Keating sta andando via. Domani sarà troppo tardi.
Forse è proprio questo a rendere così potenti le parole che hanno scelto per salutarlo. O Captain! My Captain! non nasce con il film. Walt Whitman scrisse quella poesia nel 1865, dopo l’assassinio di Abraham Lincoln. La guerra è finita, la nave ha attraversato la tempesta, il porto è vicino, sulla riva la gente esulta e si sentono le campane. Tutto ciò per cui si è combattuto sembra finalmente raggiunto. Eppure sul ponte della nave il capitano giace morto.
Le campane continuano a suonare. La folla le sente, i volti si voltano verso la nave, qualcuno agita le braccia dalla riva. La luce cade ancora sul porto, la nave è finalmente arrivata. Per il capitano, però, quel momento non esiste più.
La Bibbia conosce bene questa misura fragile delle cose. Nel Salmo 90 l’immagine cambia: non più una nave arrivata al porto, ma l’erba che al mattino germoglia e alla sera è già secca. La preghiera che nasce da quella consapevolezza non chiede a Dio di fermare il tempo: «Insegnaci a contare i nostri giorni e acquisteremo un cuore saggio».
Contare i giorni non significa vivere con la paura che finiscano. Significa sapere che hanno un peso proprio perché non sono infiniti.
Noi questa cosa la sappiamo. Solo che viviamo spesso come se non la sapessimo.
Lasciamo squillare il telefono pensando che richiameremo più tardi. Entriamo in una stanza e continuiamo a guardare lo schermo mentre qualcuno ci parla. Rimandiamo una visita perché questa settimana è complicata, poi arriva quella successiva e lo è ancora di più. Certe parole le teniamo dentro per orgoglio, per paura di sembrare deboli o semplicemente perché immaginiamo che ci sarà un momento migliore per dirle.
Quasi sempre pensiamo di avere ancora tempo. E qualche volta scopriamo che non era vero.
Lo so perché anch’io ho rimandato parole pensando che ci sarebbe stato un altro momento per dirle. E ho conosciuto quella strana impotenza che arriva dopo, quando ciò che avremmo voluto fare è ancora possibile dentro di noi, ma non lo è più nella realtà.
È questa la parte che mi disturba del carpe diem. Finché significa godersi un tramonto, partire per un viaggio o trovare il coraggio di fare qualcosa che desideriamo, è persino piacevole. Il problema comincia quando l’attimo che abbiamo lasciato passare aveva un volto.
Ci sono abbracci che abbiamo rimandato e che non possiamo più dare, domande che avremmo dovuto fare quando c’era ancora qualcuno disposto a rispondere. Ci sono persone alle quali avremmo potuto dire «resta», «perdonami», «ho bisogno di te», «ti voglio bene», e invece abbiamo aspettato il momento giusto.
Poi il momento giusto è passato.
Il Vangelo non nasconde questa possibilità. Racconta anche incontri nei quali qualcuno si trova davanti l’occasione della propria vita e non riesce ad afferrarla.
Un giovane corre verso Gesù e si inginocchia sulla strada. Vuole sapere che cosa deve fare per avere la vita eterna. È un uomo serio, religioso, ha osservato i comandamenti fin dall’infanzia. Marco annota un particolare che rende quella scena quasi dolorosa: Gesù fissa lo sguardo su di lui e lo ama.
Poi gli chiede di lasciare ciò che possiede e seguirlo.
Possiamo immaginare quel breve silenzio. La polvere della strada, i discepoli poco lontani, Gesù che aspetta una risposta. Il giovane ha davanti ciò che cercava. Nessuno lo sta costringendo, nessuno gli toglie la libertà.
E infatti lui sceglie.
Il suo volto si fa scuro e se ne va triste.
È uno dei racconti più amari del Vangelo proprio perché non sappiamo che cosa sia accaduto dopo. Non c’è scritto che sia tornato. Non c’è una seconda scena nella quale lo vediamo correre dietro a Gesù dicendo: «Ho cambiato idea». Resta quell’uomo che si allontana mentre Cristo prosegue la strada.
Anche questo è possibile: Dio passa, ci chiama, e noi possiamo lasciarlo passare. Non perché siamo cattivi, ma perché qualche volta ciò che ci trattiene pesa più di ciò che desideriamo.
Nel Vangelo di Luca incontriamo un altro uomo ricco. Si chiama Zaccheo. È capo dei pubblicani ed è ricco: due parole che bastano a collocarlo dalla parte sbagliata agli occhi della folla. Quella mattina, però, sembra mosso soprattutto dal desiderio di vedere chi sia Gesù.
La folla gli impedisce la visuale. Zaccheo cerca di sporgersi, prova a guardare tra le teste, poi perde ogni dignità e corre avanti lungo la strada. Un uomo adulto, importante, probabilmente ben vestito, si arrampica su un sicomoro come un bambino e rimane tra i rami ad aspettare.
Gesù arriva proprio lì, si ferma e alza gli occhi.
«Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua».
Non gli dice di sistemare prima la propria vita. Non aspetta che abbia restituito il denaro o chiesto perdono.
Dice oggi.
E Luca aggiunge che Zaccheo scende «in fretta». Non vuole perdere quell’istante. Da quella casa aperta nascerà tutto il resto: la restituzione, la generosità, una vita che cambia direzione.
Il giovane ricco se ne va triste. Zaccheo scende in fretta.
Forse tutta la nostra libertà sta qualche volta dentro questa distanza.
Ma nel Vangelo c’è un «oggi» ancora più vertiginoso.
Fuori Gerusalemme non ci sono più alberi sui quali arrampicarsi né strade sulle quali seguire Gesù. Ci sono tre uomini appesi a tre croci. Il respiro diventa sempre più corto, dalla terra arrivano insulti e voci confuse, il giorno si oscura. Uno dei due condannati accanto a Gesù comprende qualcosa quando ormai non ha quasi più nulla da offrire.
Non può restituire il male fatto, ricostruire ciò che ha spezzato o dimostrare che è cambiato. Le sue mani sono inchiodate. Anche il suo tempo sembra inchiodato.
Gli resta soltanto una frase: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno».
E Gesù gli consegna ancora un oggi: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».
Questa scena impedisce di trasformare il carpe diem cristiano in un’ansia da prestazione. Non significa fare tutto prima che sia troppo tardi. Il ladrone non può più fare quasi nulla.
Eppure non esiste un istante della nostra vita nel quale Dio non possa ancora incontrarci. Persino l’ultimo.
Santa Teresa di Lisieux lo aveva intuito con quella sua capacità di rendere semplici le cose più radicali. In Il mio canto d’oggi guarda la vita mentre le scivola tra le dita: «La mia vita è un istante, un’ora passeggera», e arriva poi alla sua certezza: «Per amarti sulla terra non ho che oggi».
Il domani la inquieta perché conosce la propria fragilità. Non cerca di assicurarsi tutta la vita in una volta; chiede la grazia necessaria per un giorno. Questo.
Non è una spiritualità zuccherosa. È tremendamente concreta, perché l’oggi nel quale amare Dio raramente assomiglia all’oggi che avremmo scelto.
È fatto anche della persona che ci irrita appena apre bocca, della stanchezza che ci rende meno generosi, di una preghiera nella quale continuiamo a distrarci, del lavoro che qualcuno darà per scontato, di una porta alla quale bussano precisamente quando avremmo voluto chiuderci dentro.
Francesco d’Assisi lo racconta senza abbellimenti all’inizio del suo Testamento. Quando era ancora «nei peccati», dice, gli sembrava «cosa troppo amara vedere i lebbrosi». Non desiderava incontrarli. Non aveva preparato un programma spirituale per avvicinarsi a loro. Scrive invece: «Il Signore stesso mi condusse tra loro».
Possiamo quasi sentire l’odore che Francesco avrebbe voluto evitare, vedere le piaghe che gli facevano voltare il viso, avvertire quel movimento istintivo con cui il corpo fa un passo indietro prima ancora che la coscienza abbia deciso che cosa fare.
Ed è proprio lì, non in una chiesa illuminata bene e neppure in un momento perfetto di preghiera, che la sua vita cambia. «Ciò che mi sembrava amaro», scriverà, «mi fu cambiato in dolcezza d’animo e di corpo».
Il giorno decisivo può avere un odore che non ci piace, arrivare nel momento meno opportuno, persino avere il volto della persona dalla quale vorremmo scappare.
Forse è questo che mi inquieta davvero quando penso all’attimo fuggente: non tanto che la vita sia breve, ma che la vita possa passarci accanto mentre siamo occupati ad aspettarne un’altra.
Aspettiamo di stare meglio per essere felici, di avere più tempo per andare a trovare qualcuno, di sentirci pronti per perdonare, di avere meno paura per scegliere, di possedere una fede più solida per affidarci a Dio.
Intanto le giornate fanno il loro mestiere: passano.
Il caffè si raffredda nella tazza mentre rispondiamo a un altro messaggio. Un bambino che ieri ci prendeva per mano, quasi senza che ce ne accorgiamo, cresce e un giorno chiude la porta della propria stanza. Le mani di chi amiamo cambiano. Un volto acquista rughe che non ricordiamo di aver visto comparire. Una voce che ci sembrava parte naturale della casa, un giorno, può mancare.
Ed è inutile fingere che tutto sia recuperabile.
Non lo è.
Il cristianesimo crede nel perdono, nella risurrezione, nella possibilità di ricominciare dopo i fallimenti più grandi. Non ci promette, però, che il tempo tornerà indietro. Quello che è stato può essere perdonato, trasfigurato, persino diventare sorgente di una vita nuova. Ma non per questo smette di essere accaduto.
Forse per questo, alla fine di L’attimo fuggente, quei ragazzi salgono sui banchi. Non hanno salvato Keating, non hanno impedito che venga cacciato e non possono riscrivere ciò che è accaduto. Possono soltanto decidere che cosa fare adesso, mentre lui è ancora sulla porta.
Todd si alza. E per una volta non rimanda.
La fede, in fondo, non ci promette un numero infinito di occasioni identiche. Ci insegna piuttosto a riconoscere Dio dentro quella che sta passando davanti a noi.
Forse oggi avremo soltanto una telefonata da fare, una persona da ascoltare senza guardare l’orologio, un perdono da domandare, una mano da stringere, una preghiera da pronunciare anche senza sentirne il gusto.
Sembrano cose piccole. Eppure quasi tutta la vita è fatta di cose che, mentre accadono, sembrano piccole. Solo dopo comprendiamo quanto pesavano.
Santa Teresa aveva ragione: per amare sulla terra non abbiamo che oggi.
Il punto è che oggi non sappiamo ancora che cosa, domani, non potremo più toccare.